martedì 12 aprile 2016

UT UNUM SINT - Iperion S:::I:::I:::

Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me;
perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
(Giovanni, XVII, 20-21)



Ut unum sint, letteralmente può tradursi: “perché tutti siano una sola cosa”. Questo appello si trova citato, per la prima volta, nel Vangelo di Giovanni, cap. XVII, vv. 20-21, e si presta a diverse interpretazioni, ognuna delle quali rispecchia lo stato evolutivo di colui che si accinge a trovare una propria risposta.
Nella fase iniziale della mia riflessione ho pensato che si trattasse di un’esortazione affinché qualcosa potesse realizzarsi. Ma questo qualcosa non è vago, è ben definito, ha un nome, è l’UNITÀ, sia “fuori di noi” sia “in noi”.
Ecco allora delinearsi una via da seguire: dallo stato di moltitudine, di confusione, di caos, che caratterizza il vivere quotidiano attento a dare delle immediate risposte ad ogni nostro minimo bisogno, occorre, invece, tendere all’ordine (Ordo ab Chao[1]), alla sintesi, all’UNO. A tal proposito, il Filosofo Incognito, Louis-Claude de Saint-Martin, ci ricorda “…la causa finale della nostra esistenza non può essere concentrata su di noi, ma deve essere relativa alla fonte che ci genera come pensiero, ed avere in essa il termine e il fine”.
Ut unum sint, non come motto, quindi, ma come traccia di un percorso che permetta all’uomo di raggiungere l’UNO, traguardo finalea cui si perviene mediante sintesi successive o integrazioni, in ragione del proprio progresso e in sintonia con la legge di evoluzione universale. La prima sintesi che l’uomo è chiamato a realizzare riguarda il suo essere. Tutte le religioni e le scuole esoteriche, che vedono nel rapporto unitivo con la Divinità il fine dell’esistenza umana, partono dall’uomo. L’uomo è chiamato prima a conoscere se stesso, ad analizzarsi (SOLVE) per poi procedere a ricomporre il suo universo interiore in modo nuovo e armonico (COAGULA): è la RIGENERAZIONE.

In campo psicologico, un analogo itinerario interiore viene affrontato dalla PSICOSINTESI. Ancora una volta è il Filosofo di Amboise che col suo inconfondibile trasporto, scrive: “La principale unità che noi dobbiamo cercare di stabilire in noi è l’unità di desiderio per la quale l’ardore della nostra rigenerazione diventa per noi una così dominante passione che assorbe tutti i nostri effetti e ci prende come a nostro malgrado, in modo che tutti i nostri pensieri, tutti i nostri atti, tutti i nostri moti siano costantemente subordinati a questa dominante passione.
Questa prima sintesi che coinvolge il singolo non può fare a meno di focalizzare l’attenzione dell’uomo sulla parte di creazione a lui più vicina: i suoi simili, il suo prossimo. La legge che presiede questo atteggiamento, capace di infrangere le barriere di pregiudizi che dividono uomini e nazioni tra loro, è la stessa legge che pervade l’intero Universo, è l’Amore. In questa seconda sintesi l’uomo si riconosce fratello al suo simile e con lui realizza, ancora una volta, un’UNITÀ.
Tutti gli esseri emanati, e a maggior ragione gli uomini, soggiacciono alla stessa legge di riunione, che è Amore, incisa dalla Divinità nella profondità di ognuno. Pertanto, l’uomo, la natura, l’universo tutto, operano incessantemente affinché essi siano uno, “ut unum sint”, con la sorgente da cui ogni cosa è scaturita: è la REINTEGRAZIONE degli esseri, tanto auspicata nel “Trattato sulla reintegrazione degli esseri nella loro primitiva proprietà, virtù e potenza spirituale e divina”di Martinez de Pasqually.
È questa la terza sintesi che ci para innanzi la inscindibilità dell’uomo con la natura e di questi con l’Assoluto, o Unità Divina: “… Dio è uno, il segreto di Dio è Uno, tutti i mondi di sotto e di sopra sono misteriosamente Uno[2]”.
“Ut unum sint”: uno con se stessi, uno con gli altri, uno con Dio. Questa TRI-UNITA’ deve essere il fulcro delle nostre richieste perché come sostiene Louis-Claude de Saint-Martin, il Nostro Venerato Maestro, sotto i cui auspici sono aperti i nostri lavori, “questa è la via che ci conduce ad essere veramente l’immagine e la somiglianza di Dio”.
Hic et nunc.

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[1]Ordo ab Chao,ordine dal caos, è il motto universale riconosciuto alla Massoneria e, in particolare, sovrasta l’emblema che contraddistingue il Supremo Consiglio del 33° e ultimo gradodel RSAA. Questa massima esprime il percorso che l’adepto è chiamato a porre in atto, ossia la ricerca della perfezione interiore partendo dalla naturale confusione fino a raggiungere l’ordine alla conclusione del cammino. Tale espressione trova origine nel Timeo di Platone, dove è descritta l'azione divina che interviene nel mondo,originariamente governato dal caos, trasformandolo poi in un sistema ordinato.
[2]Sefer ha-Rimmon, Moshe de Leon.

lunedì 11 aprile 2016

Riflessioni attorno al Rituale Giornaliero Martinista - Elenandro XI

Il rituale giornaliero di catena è la costante e laboriosa opera di edificazione del tempio martinista (Sovrano Ordine Gnostico Martinista)

1.         Introduzione

Ovviamente non è desiderio del presente lavoro di enunciare nello specifico l'esatta composizione e strutturazione del rituale giornaliero martinista, ed in particolare quello del N.V.O. Ciò in relazione sia all'evidenza pubblica che il presente scritto ha, quindi non circoscritta all'ambito iniziatico, sia per una certa varianza formale che il rituale giornaliero presenta in relazione ai vari ordini, raggruppamenti, o linee di liberi iniziatori.
E' sempre bene ricordare, ed è doveroso farlo in premessa, come l'Iniziatore martinista è comunque libero di riformulare l'espressione rituale in rapporto funzionale alla propria naturale inclinazione, seppur rimanendo sempre all'interno del perimetro tradizionale del martinismo. Avremo quindi che un iniziatore con un'impronta maggiormente legata alla cabala inserirà elementi di tale branca del sapere iniziatico all'interno del rituale, mentre colui che sarà maggiormente legato ad un patrimonio mistico cristiano, o gnostico, o ermetico, sempre nel rispetto del perimetro martinista, provvederà a dare un'impronta ad essi consona.
Risulta altrettanto ovvio, e questo non è in contraddizione con quanto sopra enunciato, che in quelle realtà che raccolgono più iniziatori vi è l'esigenza di avere un impianto comune di ritualistica, onde meglio esaltare il lavoro energetico individuale, di gruppo ed egregorico. In assenza di tale impianto comune, siamo in presenza di un’orchestra dove non solo manca il direttore, ma dove ognuno dei musici suona un diverso spartito.
L’iniziazione rituale, il rito di Luna Nuova e il rito giornaliero, sono gli elementi basilari e necessari dell’identità martinista. In assenza dei quali, nella loro complementarietà, assistiamo ad una virtualità che si estrinseca nella forma di una verbosa massoneria povera. Risulta implicito che quanto andremo ad esporre è rispondente a quelle realtà mariniste regolari. Dove con regolare correttamente dobbiamo intendere laddove l’iniziatore è tale in forza di un lineare e progressivo percorso che lo ha portato a formarsi doceticamente ed operativamente. Altrimenti siamo in presenza di fantasiose e rocambolesche investiture, spesso prezzolate, prive di ogni sostanzialità, che ci conducano fuori dall’ambito dell’iniziazione e dell’opera, per entrare in quello della carnevalata eogica.
In breve:
1.         La reale iniziazione martinista, conferita in virtù di un effettivo potere iniziatico, è condizione sostanziale ed inderogabile dell’essere martinista.
2.         Il rito di Luna Nuova consente l’indispensabile rinnovamento del patto con l’Egregore dell’Ordine Martinista. Tale rinnovamento perpetua le condizioni che consentono il riconoscimento e la conseguente accettazione dell’adepto da parte dell’Egregore.
3.         Il rito giornaliero è la pietra d’angolo su cui si basa l’operatività martinista. La sua funzione primaria è quella di "legare" tutti i membri dell’Ordine … “Ut unun sint” …, tramite la corrente magica e spirituale dell’Eggregore Martinista, supremo Ente e Vettore di unificazione.
Se la reale iniziazione martinista porta l’uomo di desiderio all’interno della fratellanza, e se il rito di luna nuova ne rinnova la comunione, è il rito giornaliero che dà senso e vita alla sua aspirazione spirituale.
Già da quanto sopra esposta si comprende come il rituale giornaliero sia parte integrante dell’identità martinista, e come questa sia composta da elementi  che riguardano la generalità del martinismo, come la particolarità della struttura in cui si opera.
In meritò all'identità generale il Martinismo diremo che esso è una scuola d'opera fattiva e non di speculazione. Ciò non significa ovviamente che il martinista è escluso da una dimensione filosofica, ma solamente come quest'ultima, nei giusti modi e giusti tempi, è tesa ad esaltare e contribuire alla pratica stessa. Lo studio deve fornire all'iniziato quei riferimenti culturali, simbolici, e immaginifici che gli permettono di riattivare la memoria spirituale, e fornire un proficuo indirizzo alla pratica stessa. Sempre rimanendo all'interno di una prospettiva generale, dobbiamo altresì ricordare la matrice evidentemente cristiana del martinismo. Louis Claude de Saint-Martin era un mistico ed esoterista cristiano, così il Papus, e gli altri padri storici della nostra scuola tradizionale. Quindi in tale ottica, volta a mantenere il martinismo ben connesso alla propria radice spirituale, è ovvio che il rituale giornaliero, così come ogni altro elemento strumentale e filosofico, debba mantenere traccia evidente della sua natura spirituale cristiana. Ciò per impedire il suo degenerare in una deriva relativistica tanto cara allo spirito dei tempi, causandone da un lato il completo snaturamento, e dall’altro la perdita di ogni qualsiasi sostanza e vitalità spirituale.
In merito all'identità particolare questa è frutto della specificità formale scelta dall’iniziatore per trasmettere l’iniziazione martinista, e predisporre e trasmettere gli strumenti di reintegrazione. Ecco quindi che il rituale, nella sua strutturazione complessiva o in alcune parti di esso, avrà l'impronta filosofico-operativa di colui che è il reggitore della catena. Gli iniziati ad esso collegati, in virtù dell'opera fattiva e del crisma iniziatico, disporranno strumenti affinati alla particolare cadenza e natura del lavoro che individualmente e collettivamente andranno a svolgere. Prendiamo ad esempio un elemento di cui non è mistero la presenza nei lavori di gran parte delle strutture mariniste, quale la croce cabalistica. Questa avrà valenza diversa in ragione della prospettiva data ai lavori rituali: “In un'ottica meramente cerimonialista sarà strumento di apertura-chiusura o di bando, oppure potrà avere impiego come attivatore di centri energetici, ed infine di "identificazione" dell'operatore con particolari attributi del divino sul piano della manifestazione. “

3.         Rituale giornaliero di catena, e sua scomposizione nei singoli momenti (apertura, operatività, chiusura)

Il rituale giornaliero di catena, come tutti i riti di natura magico-operativa, si articola in tre distinti momenti: apertura, svolgimento operativo e chiusura dei lavori. Una tripartizione, questa, che sussiste solo a livello docetico-illustrativo, in quanto tale scomposizione non ha spazio nell’armonia operativa che non solo rende il rito come Ente in se indiviso, ma addirittura unisce l’operatore a tutti i fratelli e le sorelle in catena e quindi all’Egregore.
Le tre Croci cabalistiche di apertura hanno come finalità quella di creare uno spazio sacro, rimettendo l’operatore al mondo del Divino, dell’ultrasensibile. Le quattro Croci conclusive del rito indicano la chiusura dei lavori e la riconsegna al mondo profano del luogo che ha visto la celebrazione del rito. Lo strumento cabalistico è uno dei fondamentali linguaggi operativi ermetici, strumento di interazione e correlazione fra il martinista e l'Egregore. La Croce viene dal martinista stesso vivificata, in quanto è essa è tracciata sulla propria carne, mente ed anima.
La Croce quale simbolo di spazialità, ma anche di determinazione fra l’ascesa verticale dello Spirito e il dispiegamento orizzontale del fisico e della mente.
Il totale delle croci cabalistiche da il numero 7, simboleggiante la regola creativa (sette le note, sette i giorni, sette i colori, ecc..) che governa la nostra manifestazione. E’ questa regola che determina ogni relazione sussistente fra gli elementi della creazione.
Essa trova la sua massima espressione nella settima Lama degli Arcani Maggiori (Il Carro), dove l’auriga guida due cavalli dall’interno di un cocchio formato da quattro colonne (1+2+4=7) che richiamano il simbolismo dei quattro elementi fondanti la creazione. Elementi che il filosofo Empedocle di Agrigento (nato nel 492 a. C) chiama "radici" e afferma che sono quattro: fuoco, aria, terra e acqua. L’unione di tali radici determina la nascita delle cose, la loro separazione la morte. Si tratta perciò, sempre seguendo il pensiero di Empedocle, di apparenti nascite e apparenti morti, dal momento che l’Essere (le radici) non si crea e non si distrugge, ma è soltanto in continua trasformazione che trova direzione solo attraverso la volontà che guida la forza positiva e la forza negativa. L’auriga guida consapevolmente il carro, domina i due cavalli (ragione e magia, conscio ed inconscio, ecc..), verso la conoscenza. Così è l’iniziato che consapevolmente esegue il rito nella sua duplicità formale e sostanziale. L’iniziato consapevole non subisce il rito, non rimane immobile; bensì ne comprende le dinamiche e le regole che lo formano e lo animano.
L’accensione della candela è crogiuolo di molteplici simboli. Essa è in primo luogo un autentico atto magico che investe la materia attraverso la discesa del fuoco vivificatore. E’ la luce della conoscenza che brilla nella notte dell’ignoranza, è testimonianza del fuoco mistico che tutto arde, è monito della spoliazione cui il martinista si consegna ed, infine, espressione dell’atto di volontà magica del martinista.
Passo successivo è il collegamento telepatico con gli altri fratelli, nelle ore prestabilite (in cadenza di sette), governate dalla potenza e dalla gloria dell’Angelo del giorno, quale tramite fra l’operatore e il mondo superiore.
La visualizzazione dei fratelli e la rappresentazione psichica e materiale del sigillo dell'Ordine collocano "volontariamente" l’operatore all’interno della fratellanza che lo ha accolto e di cui è membra congiunte. Unione in virtù della forza vitale eggregorica, sacro sangue che anima tutto l’Ordine e che assume la veste delle sacerdotesse che, assieme ad Iside, ricomposero il corpo mutilato di Osiride (in questo caso magnificamente rappresentato dalla continuità passata, presente e futura di tutto l’Ordine Martinista)
La visualizzazione e il tracciamento del sigillo sono dunque l’attivo ordinarsi all’interno della fratellanza, il consegnare spontaneamente la propria individualità ad un’Entità superiore.
Movenze, queste, che devono essere compiute con la sacralità e il trasporto amoroso con cui lo Sposo e la Sposa si consegnano l’uno all’altro. A compimento dell’apertura dei lavori vi è la batteria e il segno. Essi altro non sono che il presentarsi del martinista all'Egregore. Leggiamo ciò come il voler essere riconosciuto, da parte del martinista, da chi è in grado di riconoscerlo, l’Egregore. Al contempo la batteria e il gesto simboleggiano il giungere ad una soglia sempre presente, ma non per tutti aperta. In assenza del riconoscimento e della coesistenza dei requisisti essenziali (iniziazione e purificazione), l’operatore è illuso o si illude di far parte della catena, mentre ne è realmente escluso.
Edificato lo spazio sacro, il martinista intona la recita dei tre salmi, dando così inizio alla fase operativa del rito.
Tradizionalmente ogni cerimonia magica si snoda in una fraterna unione, il primo salmo: Ecce quam bonum et quam jucundum habitare fratres in unum!; a un’attestazione della condizione di grazia, il secondo salmo: Beatus vir, qui non abiit in consilio impiorum; ed, infine, da un’invocazione e/o evocazione, il terzo salmo: Ecce nunc benedicite Dominum.
Il martinista allontana da se ogni umana tribolazione e si compiace nell’unione con i fratelli d’Opera e nell’amore che essi lega. Assieme a loro si pone nudo innanzi al cospetto Divino, mostrandosi degno della sua Grazia ed, infine, ne chiede la Benedizione.
L’invocazione del Nome pentagrammatico rappresenta l’apice del rito giornaliero, espressione ultima del lavoro posto in essere, cui segue la chiusura del rituale. Senza voler entrare troppo nel merito di questa Parola di potere, possiamo dire che essa non solo simboleggia il Riparatore, nella sua funzione di tramite e di agente di reintegrazione, ma nella sua quintuplice combinazione ne raccoglie ogni qualità.
Il Nome pentagrammatico si ottiene introducendo al centro del tetragramma la scin (Lettera madre associata al Fuoco). Questo è un fuoco diverso dal fuoco primordiale della potenza creativa, rappresentato nel Tetragramma dalla iod o vau (a seconda dei sistemi), questo è il fuoco misurato e costante dell’amore che è in grado di agire come forza trasmutatrice dei vari elementi. Si noti che il nostro cuore, sede immaginaria dell’amore, è anch’esso, come la c al centro del nostro corpo fisico. E’ bene ricordare che sul questo piano quaternario della nostra esistenza, è proprio il fuoco fisico, dispensato nella giusta proporzione, che è capace di trasformare gli altri elementi nei vari stadi che colmano la distanza fra il grossolano e il fine (da stato solido a stato liquido - da stato liquido a stato gassoso).
Quanto sopra esposto è l’essenzialità del rituale giornaliero di catena. In esso, fra la recita dei tre salmi e la professione del nome pentagrammatico, è possibile (su espressa indicazione del proprio Iniziatore per i primi due gradi, e sull’assunzione di responsabilità per gli altri fratelli e sorelle elevati al terzo grado) di inserire un "qualche" elemento di personalizzazione (preghiera, meditazione, supplica, ecc... ). Ciò risponde a varie logiche, alcune legate alla contingenza del momento (catena terapeutica, ad esempio), altre in ragione di un particolare lavoro proposto, ed altre ancore per consolidare il rapporto egregorico. Ovviamente ognuno di questi inserimenti, che può essere vissuto anche come rito separato, deve rispondere a criteri di armonia, e complementarietà.
E’ bene ricordare, onde evitare scempi e pericolose contaminazioni, quanto segue:
1.         L’Ordine non è al servizio del martinista, ma è il martinista al servizio dell'Ordine. In quanto è il primo che conferisce al secondo la possibilità e l’utilità di operare, all’interno di una corrente magica ed attraverso strumenti tradizionali.
2.         La Tradizione vuole ed impone che vi sia concordanza e congruità fra lo strumento, il fine e l’operatore.
3. Ogni mutamento è una possibile perturbazione, che anche violentemente si può ripercuotere nella vita del singolo. L’Egregore non è espressione contingente di un momento, ma una eterna ed intelligente presenza.
4.  Ciò che differisce, è sempre responsabilità individuale.
5. Il fine essenziale del martinista, così come insegnatoci dai Nostri Maestri, è la reintegrazione dell'uomo nell'uomo, e dell'uomo nel divino.

4.  Finalità del Rituale giornaliero di catena

Il rituale giornaliero di catena sviluppa una serie di interazioni fra il martinista e se stesso, e il martinista e gli altri fratelli. Possiamo suddividere queste relazioni in due categorie:
a) Interne
Il rituale, nella sua giornaliera ripetizione, è un incentivo e al contempo un ostacolo, che permette al martinista "anche" di lottare contro la propria pigrizia. E’ bene sempre ricordare che come sussistono ed insistono agenti che premono per la rovina dell’uomo celeste, sussiste ed insiste nell’uomo l’inerzia, forza opponente ad ogni compimento intimo.
Inutili sono i propositi di cimento, se non si è in grado di imporre a noi stessi la volontà che predichiamo di avere.
La continua proposizione di "identici" gesti e parole nel corso del tempo, richiede un impegno in attenzione e presenza da parte dell'operatore, affinché la pratica non divenga monotonia da evitare o espletare in malavoglia. Tale obiettivo è conseguibile solamente alla presenza di due elementi. Il primo è da ricercarsi nella vivificazione del rituale, nell’auspicio che dalle parole, in se morte, si giunga ad un riverberarsi delle stesse nella sfera intima dell'operatore. Il secondo è la capacità del martinista di divenire parte integrante della catena, componente del pulsare della corrente psichica dei fratelli e delle sorelle.
E’ attraverso il necessario raccoglimento e separazione dal flusso del tempo e dello spazio profano, che il martinista ha la possibilità di osservare come la propria psiche reagisce all’operazione posta in essere. Attraverso l’individuazione degli stati d’animo e del proprio spettro emozionale ed energetico, egli può valutare il proprio equilibrio, e le mancanze su cui operare. E', infatti, possibile, con la dovuta capacità di percezione e analisi, determinare corrispondenze fra le fasi del rito, e la composizione occulta del corpo. In quanto il rito è tale, in virtù del martinista che è esso stesso rito.
b) Esterne
Il rituale permette, come accennato, al martinista di essere parte integrante della catena, attraverso il collegamento egregorico.
La catena non deve essere percepita nella "ridotta" della loggia o dell’Ordine, ma quale continuo "giammai" interrotto con i fratelli passati, e futuri, in virtù della presenza unificatrice dell’Egregore.
La funzione di questa realtà psichica, consolidata nel tempo, è quella di ricevere dai mille rivoli rappresentati dalla persistenza dei fratelli. Essi si forgiano in un’unica "corrente" intelligente e possente, che ovviamente travalica la sfera del singolo.
E’ quindi per rinnovare il collegamento  con via di comunicazione e comunione, che è necessario il rito di purificazione durante la fase della Luna Nera. E’ solo attraverso il retto pensare, l’abluzione nell’acqua e nei fumi dell’incenso che il martinista espelle da se le scorie psichiche accumulate nel corso del suo transito, e rinnova volontariamente il patto con l’Egregore.
Altresì è necessario che il martinista ricordi il sacro impegno di ricercare la reintegrazione con la propria sfera divina, in ogni momento della sua vita, affinché il sentiero di rettitudine sia un atto di volontà. La comunione con i fratelli permette all’operatore di godere di un’intensificazione dello spazio, degli strumenti, e dell'attitudine magici, agevolandolo nelle parti preparatorie ed operative del rito.

5.  Rapporti fra il Rituale giornaliero, natura e qualità del martinista.

Se è vero che quella martinista è un’iniziazione reale, è altrettanto vero che il rituale giornaliero è la basilare operatività del martinista. L’iniziazione è il deporre un seme e l’operatività il lento germogliare dello stesso, fino al compimento della propria natura. L’essenza del rito giornaliero, come si è visto, risiede in un vero e proprio atto magico, tradizionalmente tripartito (fratellanza, testimonianza, invocazione ed evocazioni), la qualità quindi richiesta al martinista è quella sacerdotale, per i fratelli che hanno tale ruolo all’interno dell’Ordine, e coadiuvatori del sacerdote per i primi due gradi. La capacità di purificare e consacrare il tempio (il martinista stesso) e porvi in essere la celebrazione del rito, differenziano la recita teatrale, dalla vera Cerimonia, la pantomima dall’Opera, la farsa dalla Realtà, e l’improvvisazione dalla Tradizione.
Per ottenere questa naturale inflessione del proprio essere, è richiesto l’integrale compartecipazione dei tre corpi del martinista.
Il corpo fisico che deve essere non sottoposto all’azione perturbatrice di sostanze che lo rendono schiavo.
La mente deve essere erudita sulla tradizione martinista,  sempre attenta e ricettiva verso l’operazione che si sta compiendo.
L'anima consacrata alla purificazione e redenzione, non deve essere straziata dai clamori del mondo profano.
E’ utile quindi che il martinista approfondisca lo studio dello gnosticismo, della cabala, della mistica, e del significato di reintegrazione. Riesca ad abbattere i propri condizionamenti culturali e psicologici nei confronti della preghiera, che non deve essere vista come passivo atto devozionale, ma sollecitazione dell’uomo verso il Divino. Deve il martinista interrogarsi sul perché della nascita del martinismo stesso, e del messaggio di conoscenza che esso incarna. Inoltre il martinista deve preservare il proprio corpo, avendo la consapevolezza che esso è involucro necessario al suo agire su questo piano denso e grossolano.
Ancora la mente deve essere educata, tramite la meditazione e l’esercizio dell’attenzione.  L’armonia, l’erudizione e l’intuito sono le condizioni necessarie per il mago, come per il sacerdote.
Il rito giornaliero non deve essere quindi visto come atto dovuto ed impaccio, ma, tenendo presente quanto detto, come espressione finale di una preparazione costante e profonda.

6. Conclusioni

Il rituale giornaliero, nella sua armonica strutturazione, consiste in un'apertura, una fase operativa, e una chiusura. Dove elementi simbolici, sonori, e gestuali trovano una fusione che investe, o dovrebbe investire il martinista, in ogni espressione del suo essere: sfera fisica, psicologica, ed energetica. La presenza a noi stessi, e l'attenzione sull'Opera che si sta compiendo, oltre ovviamente ad una congruità ideale e spirituale alle radici tradizionali del martinismo, porteranno l'iniziato a non vivere il rituale giornaliero come una parentesi più o meno ostica all'interno del transitare del tempo, ma ad organizzare la propria vita attorno al rituale giornaliero stesso. Così come una ruota trova il proprio centro e ragion d'essere nel perno. La comprensione delle dinamiche che legano ogni elemento del rituale, porteranno a considerarlo non come una sequela di elementi fra loro misteriosamente ed artatamente connessi, bensì come unica e sempre fruttuosa espressione dove lo stesso martinista è elemento di volontà e d'opera, parte integrante ed indistinta di un rituale che non è più posto esternamente a sè, ma ne rappresenta una simbiotica risonanza.
Il rituale giornaliero è uno dei capisaldi dell'identità martinista, che continuamente ripeto essere di fattiva opera e non di sterile filosofia, e l'iniziato trova in esso quel nutrimento supersostanziale. Nutrimento che investe ogni bisogno del proprio essere magico, in virtù della prospettiva operativa che lo guiderà attraverso l'esercizio della docetica impartita da propri superiori viventi, e sotto l’influsso benefico dei Maestri che hanno passato il velo ma che sono sempre presenti.
E’ mia profonda convinzione che il bene e la longevità dell'Ordine da una maggior comprensione delle sottili dinamiche e degli strumenti che ci legano, pur nella nostra specificità, l'un con l'altro. Tale funzione di "legato" è simboleggiata in massima espressione proprio dal rituale giornaliero, che assomma in se ogni aspetto dell’opera martinista.

Concludo con l'auspicio che ogni fratello e sorella abbia sempre attenzione allo studio e alla pratica, alla comprensione dei sottili dinamismi dell'operatività martinista, affinché il suo operare sia nobile, e non un mero involucro senza sostanza.

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venerdì 8 aprile 2016

Beatus vir, qui non abiit in consilio impiorum et in via peccatorum non stetit et in cathedra pestilentiae non sedit.

Non di rado capita di udire che il fine di una struttura iniziatica sia quello di “dare la luce”, oppure di accogliere gli “uomini di buona volontà o di desiderio”, e ancora di “raccogliere i fratelli”, oppure altri nobili proponimenti. Vi è molto di celato in queste frasi e brevemente vorrei spendere alcune riflessioni, che spero risulteranno utili malgrado la loro crudezza. 

Nelle parole “dare la luce” vi è una forte componente di arroganza ed automatismo, i quali dovrebbero essere estranei ad ogni contesto iniziatico. Nessuno è in grado di “dare la luce”, al massimo è in grado di “trasmettere” un novero di strumenti e di insegnamenti, che se adeguatamente compresi condurranno l’iniziato ad una serie di rivelazioni interiori e a un progressivo dissipamento delle tenebre che lo avvolgono. E’ tristemente vero che molti, fin troppi, ritengono che il percorso iniziatico sia esperito tramite il semplice conferimento iniziatico. Purtroppo sfugge loro che la reale acquisizione iniziatica è frutto di un’Opera Laboriosa, la quale ha inizio proprio nell'istante seguente alla catartica iniziazione. La quale per essere reale deve rispondere all'evidente requisito di coincidenza fra essa stessa e il ruolo/funzione che si andrà a ricoprire nell'Ordine o nell'Obbedienza. 

La volontà di accogliere tutti coloro che rispondono alla semplice volontà o desiderio di conoscenza nasconde un terribile inganno. Un Ordine realmente iniziatico non può essere aperto a chiunque manifesti un semplice desiderio di apprendere. In quanto l’Ordine deve preservare se stesso e i fratelli in esso armoniosamente raccolti, da coloro, che malgrado l’apparenza, sono privi delle qualifiche necessarie ad operare e ad integrarsi psichicamente ed energeticamente.  In un Ordine come il nostro dove il fratello è chiamato a compiere, in virtù del grado, rituali a carattere teurgico, preghiere, meditazioni, purificazioni, conformarsi ad una regola e accettare una serie di norme non è possibile accogliere colui che è sprovvisto delle adeguate qualificazioni psicologiche e spirituali. 
In questo non vi è discriminazione, ma solamente attenta volontà a 
Queste caratteristiche spirituali vivono nel corpo, nella mente e nel cuore dei fratelli. Qualora questi fratelli siano portatori di istanze, apparenti od occulte, sovversive rispetto all'identità della struttura in cui operano, è questa, e tutta la comunità, a ricevere danno e malanno. Non è il desiderio profano che deve animare colui che si accinge ad essere accolto, bensì la tensione ideale di colui che si riconosce in un’impostazione docetica, spirituale e rituale. 
Purtroppo è da sottolineare come molte strutture tendono ad esimersi a mostrare un proprio “manifesto”, impegnandosi a celare la propria identità e erigere cortine fumose composte da buonismo e superficialità. Non voglio qui scendere nelle motivazioni di tale omertose azioni, che comunque sono riconducibili a questioni fin troppo umane, mi limito solamente ad osservare che in assenza delle adeguate qualificazioni, in chi bussa e in chi apre, tutta l’impalcatura, docetica e rituale, determinerà lo slittamento dell’opera, in una parodia della medesima … sottoposta alla vorace e parassitaria azione del basso psichichismo.

Raccogliere in una comunità fratelli, è ben altro dalle fumose asserzioni che sovente si odono. La fratellanza, quella autentica, non deriva da eguale iniziazione formale, ma da sostanziale opera. Nell'antichità si era fratelli in virtù della nascita da stesso ventre di donna, per il sangue versato  nel comune cimento e per il patto stretto fra uomini che si riconoscono  come fratelli.
Non ho certo la pretesa di far versare sangue, anche perché per taluni sarebbe impossibile, ma  solamente sottolineare come anticamente nella parola fratello vi era un qualcosa di vitale e dinamico, che purtroppo sembra oggi andato in parte perduto.
Sui social si spreca la parola fratello, è un fiorire continuo di fraterni abbracci e uno sperticarsi di attestazioni. Salvo poi riscontrare un viscidume nauseante proprio in coloro che apparentemente più si dimostrano “aperti”,”tolleranti” e “paterni”. Ho l’impressione che il vuoto dell’anima, la solitudine nella vita di tutti i giorni e le frustrazioni del quotidiano, per taluni, trovino linimento in questa vuota fratellanza virtuale.
Vi è altro oltre l’esibizione e il desiderio di essere riconosciuti come qualcosa o qualcuno?
Oppure si comprende che la fratellanza è tale non in virtù dell’iniziazione, ma in forza di un riconoscimento di comune opera, di eguale tensione, e di comune prospettiva ?

Compito di una struttura iniziatica è quello di preservare se stessa e la “luce” che in essa alberga. Tale preservazione avviene attraverso la trasmissione iniziatica a coloro che hanno le adeguate qualifiche, per essere i successivi custodi del tempio. Solamente mantenendo aderenza alla propria radice spirituale tradizionale, che nel Martinismo autentico è il cristianesimo (cosa assai diversa dal cattolicesimo) è possibile preservare la vitalità e raccogliere le pure influenze sottili. Altrimenti, in caso di rescissione dall’autentica e particolare radice spirituale, l’intera struttura diverrà una vuota struttura di carta, nel migliore dei casi, e un guscio energivoro nel peggiore. 

Non possiamo pretendere che un uomo vada contro la propria natura per seguire un percorso spirituale, ma possiamo e dobbiamo pretendere che coloro che seguono un determinato percorso abbiamo in sé quelle caratteristiche che li rendono ad esso idonei. E' deleterio il fanatismo, ma non meno è deleterio l'universalismo. L'uno e l'altro sono il risvolto della stessa medaglia, in quanto l'uno e l'altro si fondano sulla convinzione che tutto va bene per tutti, o che tutti vanno bene per il tutto. Eppure la semplice osservazione delle cose di questo mondo ci insegna che ognuno di noi ha caratteristiche che lo rendono affine verso qualcosa, o refrattario verso altro. Ritengo che ciò sia un sommo bene. In quanto permette, e ha permesso, al martinismo di preservare se stesso dai tanti inquinamenti psichici ed operativi che ha subito nel corso della sua vita.



Laddove autenticamente la S di superiore è intesa come Servitore, e non come arrogante manifestazione di autoritaria (im)potenza.
Laddove chiaramente chi governa l’Ordine ha la capacità di porsi unicamente al servizio del martinismo, senza rispondere ad interessi partigiani, o subire pressioni da terze strutture.
Laddove si comprenda che non sussistono fratture, nella Tradizione, fra la sfera essoterica, quella mesoterica e quella esoterica.
Laddove chi pretende di fare docetica è capace di offrire reali strumenti di armoniosa opera.
Laddove sia chiara la collocazione della Maestranza, senza doppie o terze appartenenze ad altri Ordini Martinisti, con conseguente confusione eggregorica.
Laddove si dimostri di seguire i corretti cicli purificatori, senza covare, come galline gravide, rancore e fin troppo umani desideri di linimento.
Laddove gli strumenti di Opera siano regolarmente detenuti, e non siano il frutto di elemosina ricevuta.
Laddove il rapporto sia realmente iniziatico, e non una sublimazioni di appagamenti emotivi o psicologici.
Laddove non si sia consumato il tradimento ai danni di fratelli.
Laddove non si sventolino rituali, o parti dei medesimi, solamente per il gusto di mostrare ciò che non è fatto.
Laddove la legittimità della struttura non sia ridotta alla successione di qualche santino, ma incarni una reale cagione d’essere.
Laddove i fratelli e le sorelle utilizzino le forme e il linguaggio tradizionalmente consoni.
Laddove la fratellanza si intesa come di Laboriosa Opera, e non di senile e verbosa riproposizione di frustrazioni permutate da altri ambienti. 
Laddove la docetica è un qualcosa di integro a tale ordine, e non copiato da altre istituzioni, o sviluppato in negativo rispetto a quella altrui.  

Solamente quando è presente tutto ciò il martinismo può sperare di vivere e prosperare. In assenza di una sola di queste caratteristiche, è bene e salubre mantenere la più netta separazione, fedeli al monito: Beatus vir, qui non abiit in consilio impiorum et in via peccatorum non stetit et in cathedra pestilentiae non sedit.

Quindi amatissimi fratelli, e carissimi lettori, verificate con accuratezza la presenza di quanto sopra indicato, se vi aggrada e se lo ritenete adeguato al vostro livello dell’Essere, nelle strutture che si offrono a voi. Forse eviterete di cadere in una qualche confusione, che sembra ottenebrare anche taluni oratori, fra ciò che viene professato essere martinismo, e ciò che in realtà non lo è. Oppure fra ciò che è ancora integro e quanto è stato corrotto. 


www.martinismo.net 

lunedì 4 aprile 2016

La Maschera e il Gremibiule (Martinismo e Libera Muratoria) di Immanuel I:::I:::

articolo pubblicato su Ecce Quam Bonum n°9 
per informazioni o contatti: eremitadaisettenodi@gmail.com

PREMESSE NECESSARIE

Il rapporto tra Martinismo e Massoneria è un argomento ampiamente discusso e variegato nel quale le opinioni e le scuole di pensiero inevitabilmente divergono, attenendoci però ai dati storici e ai dati di fatto, è chiaro che entrambe sono istituzioni iniziatiche con origini differenti, metodi differenti, strumenti differenti. La Massoneria ha una storia dibattuta: la nascita ufficiale dell'istituzione come la conosciamo oggi risale all’inizio del XVIII secolo, sebbene le origini e i passaggi che portarono dalla fase operativa a quella speculativa non sono chiari né definitivi. Sulla nascita del Martinismo come fratellanza iniziatica organizzata in “Ordini” invece le cose stanno diversamente, tutto è più chiaro e ben documentato. Al limite minor chiarezza esiste su ciò che ha portato alcuni uomini vissuti tra il XIX e il XX secolo a creare un sistema noto appunto come Martinismo, ma ciò che abbiamo è più che sufficiente per non cercare risposte nel mito. La storia ci dice che Martinismo e Massoneria hanno intessuto rapporti abbastanza stretti, buona parte dei Maestri Passati infatti ebbero a che fare in varia misura con la Libera Muratoria e i precursori del Martinismo, Martinez De Pasqually e Willermoz, sfruttarono la Massoneria per innestare in essa altri sistemi, seppur diversi. Al di là poi dei tanti maldestri tentativi di agganciare l’una e l’altro, non si può negare che evidentemente diversi massoni sono anche martinisti, quindi una reciproca attrazione tra i due sistemi deve pur esserci.
Se escludiamo tutte quelle variabili effimere che portano un massone a cercare il martinismo, ciò che rimane è veramente degno di nota? Ritengo di sì. Il breve studio filosofico che segue verte su alcuni punti di aggancio che possono rivelarsi proficui per percorrere entrambe le strade senza ritenerle complementari o gerarchicamente ordinate, ma bisogna precisare che le mie argomentazioni non sono da ritenere programmatiche né puramente speculative. Esse trovano un senso compiuto per chi cerca di percorrere entrambe le vie contemporaneamente con profondità e coerenza, conoscendo i contenuti, le tecniche, gli strumenti e i rispettivi perimetri. Non è necessario per un martinista essere massone, né per un massone divenire martinista. Il Martinismo non è una sorta di somma accademia di perfezionamento della Massoneria, né la Massoneria può dirsi il “ginnasio” del Martinismo, entrambe le vie possiedono la propria autonomia e conducono a obiettivi differenti con strumenti differenti, sebbene alcuni elementi possano essere proficuamente equiparati e reciprocamente sfruttati. Questo scritto si rivolge dunque in primis a tutti quei Fratelli Liberi Muratori che abbiano scelto la dura strada del Martinismo, essi solo, forti della loro esperienza collettiva all’interno di un’Officina massonica e di un arduo e solitario lavoro rituale cadenzato nella catena martinista, possono cogliere alcune cose non scritte e comprendere lo sforzo che anima il proprio lavoro. A chi invece percorre l’una o l’altra via ma non entrambe queste parole comunque si rivolgono, ma in una misura differente. Senza nulla togliere all’acume di ciascuno, un percorso può essere compreso a tutto tondo solo da chi lo percorre.

MASSONERIA vs MARTINISMO

Il breve e lacunoso studio che segue si incentra su quelli che possono essere i punti d’aggancio tra pratica della Libera Muratoria e del Martinismo, prendendo in esame in particolare il primo grado in entrambi i sistemi. La domanda che sorregge la riflessione si può porre in questi termini: quali tipi di affinità sussistono tra il grado di Apprendista nella Massoneria e il grado di Associato nel Martinismo? A mio modo di vedere la duplice appartenenza può essere vissuta proficuamente se, e solo se, si percepiscono le autentiche dimensioni dei due sentieri che nel primo grado delle rispettive scale vengono delineate nelle loro basi. Prima di procedere con i parallelismi è utile indicare le differenze sostanziali tra pratica massonica e pratica martinista, non perché tali differenze indichino incompatibilità, quanto piuttosto perché delineano precisamente il terreno sul quale ci si muove ed evitano che si cada nel classico errore di considerare un sistema propedeutico o perfezionante l’altro. Intendiamoci, in qualche modo il massone che pratichi il Martinismo troverà sempre che una cosa completa l’altra, ma rimane una questione di esperienza individuale che non può essere sistematizzata. Innanzitutto si diventa martinisti per mano di un Iniziatore, il quale è sempre tale e in qualsiasi momento ha la facoltà di associare chi vuole, senza passare per meccanismi di voto. Esiste un riconoscimento dell’Iniziatore il quale riveste tale facoltà in quanto a sua volta ha ottenuto il potere di iniziare da un altro Iniziatore e via dicendo: per i dettagli sul meccanismo rimando ad altri scritti che meglio approfondiscono l’argomento. Nella Massoneria, quanto meno in quella “regolare”, non esiste un iniziatore nel senso proprio del termine, piuttosto esistono Fratelli con il grado di Maestro che, a seguito di meccanismi di delega collettivi, detengono provvisoriamente, per l’arco del loro mandato, la facoltà di iniziare profani alla Libera Muratoria; tali Fratelli sono detti Maestri Venerabili e contestualmente alla facoltà di iniziare detengono il potere di presiedere e rappresentare la propria Loggia; terminato il mandato perdono la facoltà di iniziatori. Nessun Ex Maestro Venerabile, e in generale nessun Maestro, può iniziare un profano all’Arte Muratoria se non è il Maestro Venerabile in carica della Loggia in cui viene accolto il profano, mentre un Iniziatore martinista, genericamente parlando, possiede tale facoltà, inoltre, almeno questo vale nel SOGM, un Iniziatore non corrisponde necessariamente con il Filosofo, ovvero con chi presiede una Loggia. Questa prima differenza delinea già uno spartiacque netto tra Massoneria e Martinismo e permette di intuire quanto siano differenti i concetti di iniziazione nell’uno e nell’altro sistema, più specificatamente nel Martinismo al primo grado si parla di associazione, mentre in Massoneria si parla di iniziazione solamente per il primo grado, mentre per i successivi si parla rispettivamente di “aumento di paga” ed “elevazione”, facendo così capire che l’iniziazione massonica coincide con il momento in cui, dopo aver visto la Luce, il profano viene accolto dalla collettività dell’Ordine come Libero Muratore. Un’altra pregnante differenza tra le due vie è la dimensione del lavoro, che in Massoneria è prettamente collettiva, mentre nel Martinismo è individuale; a volte questa differenza è proprio ciò che spinge alcuni massoni a cercare nel Martinismo una dimensione maggiormente profonda nel lavoro individuale che permetterebbe di colmare le lacune legate al lavoro collettivo. Ora, sebbene l’impulso iniziale di questa scelta possa essere salutare, non bisognerebbe cadere nell’errore di sottovalutare la dimensione collettiva, perché se il massone disprezza il lavoro comune farebbe bene a porsi in sonno. La pratica della Libera Muratoria avviene in una dimensione esclusivamente collettiva, in cui i lavori della propria Officina debbono essere frequentati e in maniera proficua, non solo perché i Regolamenti prescrivono ciò in maniera vincolante, ma anche perché se ciò non avviene decade completamente il senso dell’appartenenza massonica. E’ nella cadenza costante delle Tornate di Loggia che la Massoneria si vivifica come sistema di crescita tradizionale, la partecipazione meditata alla ritualità è un elemento fondante che consente al Fratello di evolvere nel tempo e di entrare nel cuore dell'Arte Muratoria. Separati la Squadra e il Compasso e chiuso il Libro Sacro, il Fratello torna ad operare nel mondo profano cercando di influenzarlo, irradiando le più elevate virtù massoniche, ma di fatto il lavoro massonico vero e proprio termina lì. Non esiste, al di là dello studio individuale che viene lasciato interamente alla discrezionalità del soggetto, una ritualità o una serie di pratiche che permettano ad un massone di "operare" in qualche modo la Libera Muratoria, questo almeno è ciò che avviene nella Massoneria regolare, autentica e tradizionale. L'appartenenza martinista invece pare fondarsi proprio sulla costante ripetizione della pratica individuale, nella forma della ritualità che viene consegnata all'Associato e nei gradi seguenti. Il martinista vive una dimensione collettiva su un piano sottile innanzitutto, solo successivamente, in misura minore e senza obbligo alcuno vive anche una dimensione collettiva fisica che si esplica nelle riunioni di Loggia o di Gruppo, laddove ci sia questa possibilità. La crescita di un martinista viene resa possibile dalla vivificazione dei carismi iniziatici ricevuti personalmente dal proprio Iniziatore solo attraverso una integerrima pratica della ritualità quotidiana e mensile, all'interno della quale si viene a conoscere in misura molto profonda la dimensione collettiva intesa come appartenenza alla catena eggregorica della quale il Fratello/Sorella diventa, con il progredire dei suoi lavori, anello sempre più temprato. E' fondamentale cogliere questi due aspetti perché parlano molto dell'identità delle due Fratellanze e permettono di meglio apprezzarne i punti di contatto.

L’APPRENDISTA E L’ASSOCIATO

Ritorniamo alla domanda iniziale: quali tipi di affinità sussistono tra il grado di Apprendista Libero Muratore e il grado di Associato Incognito? Per fornire spunti parziali di riflessione ritengo opportuno partire dall'analisi di alcuni aspetti rituali e simbolici del primo grado della Massoneria Azzurra che paragonerò ad altri aspetti propri del grado di Associato Incognito, ma sempre tenendo bene a mente che non esiste una propedeuticità di qualche tipo, semmai il Martinismo opera in una dimensione maggiormente verticalizzata. Il grado di Apprendista racchiude nel proprio simbolismo il seme e le basi di tutta l’Arte massonica, ecco perché si tende a lavorare per lo più in primo grado nelle Logge. Il rituale di iniziazione ricorda ad ogni Fratello il lungo iter passato per potersi avvicinare all'Istituzione, le attese e le molte interviste affrontate in fase di tegolatura, fino al fatidico momento in cui l'attesa snervante cessa e di colpo ci si ritrova catapultati in un nuovo mondo. Ogni volta che si assiste all'iniziazione di un profano si ritorna a quei momenti e si rimette in discussione il proprio essere massoni, specialmente rammentando il momento probabilmente più drammatico dell'iniziazione massonica: il Gabinetto di Riflessione. Nell'economia del simbolismo rituale la permanenza nel Gabinetto (che nella ritualità di famiglia Scozzese è riccamente decorato di simboli) è probabilmente il momento più vicino all'intimità e alla solitudine di un Associato Incognito perché in quei lunghi minuti che separano il profano dal dramma rituale che verrà, il candidato all'iniziazione rimane solo con se stesso nell'oscurità a riflettere sulle proprie scelte, paradigmizzate dalle tre domande del testamento. Il Gabinetto di Riflessione rappresenta il primo dei quattro viaggi simbolici che il profano compie durante la propria iniziazione. I successivi tre viaggi avvengono nel Tempio, bendati, ma il primo avviene nel profondo delle proprie paure, nelle viscere dell'elemento Terra e da il via alla radicale opera di purificazione dalle scorie della profanità per predisporre il recipiendario alla visione della Luce. La purificazione con gli elementi nella ritualità massonica è simbolica, ma per un Associato Incognito avviene costantemente nell'arco di tutta la sua vita martinista. Anche l'Associato, seppure in maniera differente, compie i quattro viaggi e le quattro purificazioni degli elementi nel rituale di associazione, ma mensilmente, in luna nuova, continua l'opera di purificazione che non è solo simbolica ma effettiva; esiste un certo parallelismo nei processi di creazione di un Apprendista e di un Associato: l'Associato vive la propria "tegolatura" come un confronto con sé stesso e i propri peccati nella Meditazione dei 28 giorni, viene consacrato dal proprio Iniziatore che lo associa all'Eggregore e compie successivamente la purificazione degli Elementi, è come se alcuni elementi simbolici del percorso muratorio venissero resi operativi, espandendoli e ripetendoli ciclicamente. Questo ancora una volta dimostra come il percorso massonico avvenga in una dimensione orizzontale e geometrica, come ci ricorda molto bene Arturo Reghini, mentre il percorso del Martinismo è finalizzato alla verticalizzazione dell'esperienza iniziatica. Il rituale di iniziazione all'apprendistato massonico prosegue, dopo le prove legate ai viaggi elementali, dopo il giuramento sulla coppa delle libagioni che scava uno spartiacque invalicabile tra la profanità e l'iniziazione (elemento presente anche nella ritualità associativa del Martinismo), con la tanto attesa visione della Luce. Il profano viene sbendato e poco dopo le luci del Tempio si accendono e i futuri Fratelli mostrano il loro volto. Dopo la Promessa Solenne l'iniziando viene condotto al cospetto del Maestro Venerabile che, con la spada fiammeggiante e il maglietto, inizia il profano alla Libera Muratoria e lo crea Apprendista. Ho già scritto in merito alla profonda differenza che sussiste tra il potere iniziatico delegato di un Maestro Venerabile in una Loggia massonica e il potere iniziatico effettivo e personale di un Superiore Incognito Iniziatore. Non starò a insistere tuttavia sul fatto che l'iniziazione massonica sia virtuale rispetto a quella martinista, in realtà sono due cose diverse, ognuna finalizzata al proprio scopo, quindi un confronto diventa plausibile esclusivamente sotto gli auspici dello spirito che anima il presente lavoro, in cui ci immaginiamo un massone, nello specifico Apprendista, che cerca di vivere con coerenza la sua vita massonica e la sua vita martinista. Ritorna ancora una volta l'idea di un piano orizzontale della Massoneria, in cui viene data la Luce, simboleggiata da una serie di simboli (le Tre Luci al centro della scacchiera e dietro all'Ara, il Triangolo luminoso dietro al Maestro Venerabile, i due Luminari ai lati del Triangolo) per il tramite un sistema corporativo di delega iniziatica con l'ausilio di un altro simbolo, la spada fiammeggiante. Come “riceve la Luce” un Associato al Martinismo? L’innesto di un individuo nella catena martinista riverbera come un’onda e abbraccia la lunga catena che va dai Maestri passati, conosciuti e sconosciuti, passando per tutti gli anelli attivi fino a ritornare al nuovo arrivato, il nuovo Associato Incognito, che non la riceve vedendo i suoi nuovi Fratelli e Sorelle e i simboli, bensì si vela al mondo profano per ricevere il carisma della Vera Luce e per apprestarsi a divenire ricettacolo del Fuoco dello Spirito e Luce egli stesso. E’ un dinamismo che possiede un momento angolare diverso, non mi viene in mente null’altro se non la verticalità in rapporto all’orizzontalità.
La vita in Loggia di un nuovo Apprendista è caratterizzata dal silenzio, la regola impone infatti, senza eccezione alcuna, che gli Apprendisti non abbiano diritto di parola in Officina durante i Lavori, ovvero quando la Squadra è sovrapposta al Compasso. Il silenzio dell’Apprendista viene vissuto come la ricerca dell’autocontrollo finalizzato alla riflessione profonda in seguito all’ascolto, solo tacendo (il Silenzio è uno dei voti ermetici) egli può udire la voce della sua coscienza e imparare a spogliarsi dei metalli e a lavorare la Pietra Grezza. L’Associato Incognito ha già superato la soglia nel silenzio, nel senso che già è entrato nel profondo della sua coscienza e si è confrontato coi suoi demoni, rivestito dei simboli comuni a tutti i gradi del Martinismo egli è pronto, col beneficio della protezione eggregorica e col carisma trasmessogli dal suo Iniziatore, a navigare nell’immenso mare del silenzio iniziatico, cullato dal salmodiare dell’opera cardiaca. Il lavoro operativo dell’Associato è cardiaco, per lo più, e nella preghiera si rende liquido il muro che separa il suono dal non suono e si entra nel suono del cuore, preceduto dal silenzio della mente. L’Apprendista impara la disciplina orizzontale del silenzio, osservando il movimento dei Luminari e degli astri nella mappa geografica del cosmo che è il Tempio; dalla posizione della sua Colonna tace e impara l’alfabeto dei simboli che parlano al cuore, egli infatti “non sa né leggere né scrivere”, egli sgrossa a fatica la Pietra Grezza e cerca di trovare un senso ed una geometria nelle mappe del macrocosmo, fino a che non si accorgerà di essere il burattinaio di se stesso e allora si troverà d’improvviso al centro delle Tre Luci. Nel centro della scacchiera, dove i sentieri della Luce convergono, l’Associato che sia anche Apprendista Sgrossatore di Pietre, non si limita ad osservare il macrocosmo attorno a sé, ma realizza di essere il riflesso di quel macrocosmo e si identifica col Quadro della sua Camera innalzando sopra di sé lo sguardo. Egli allora scopre che il soffitto della Loggia si apre sull’infinito cielo stellato e lì, nel silenzio della sua condizione, chiama a sé la Luce dall’alto per trasportarla in basso e poi trasmetterla in ogni direzione. E’ nella consapevolezza della verticalità che l’Associato impara il rito della Croce detta cabalistica. Ma si badi bene, e lo ripeto per l’ennesima volta, che questo non significa suggerire un nesso di causa ed effetto tra lavoro muratorio e lavoro martinista, questo può accadere se si percorrono le due vie, ma può benissimo accadere anche se ne viene percorsa una delle due o nessuna.

L’OFFICINA, IL TEMPIO, IL QUADRO

Il percorso dell’Apprendista deve necessariamente svolgersi nel luogo fisico denominato Loggia, decorato secondo la simbologia tradizionale della Libera Muratoria. E’ qui che si compiono i rituali codificati e accettati dalla Comunione massonica. Codesti rituali possono essere posti in atto solamente nelle occasioni collettivamente condivise e ratificate dalla Comunione e non ne esiste una controparte individuale. Sarebbe quantomeno bizzarro scoprire che un massone a casa propria ha allestito un tempietto massonico nel quale compie gli “architettonici” lavori in solitudine, magari adattando i rituali di Loggia ad una pratica solitaria, eppure tali aberrazioni esistono, anche se evidentemente si tratta di patetici fraintendimenti. Sebbene la Loggia massonica possa essere concepita come itinerante e provvisoria, a partire dal tracciamento e cancellazione del Quadro di Loggia, generalmente il Tempio esiste fisicamente ed è fisso, al di fuori di esso esiste solo la mente creativa del massone che si sforza di penetrare nella meditazione e nella speculazione i simboli, “con atti di pensiero e umori cerebrali”, per citare Franco Battiato. Nel caso del Martinismo il luogo fisico della ritualità collettiva sembrerebbe molto meno fisso e codificato. Una riunione rituale martinista da più l’idea evocata da Gesù nel Vangelo di Matteo: “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”[1]. Esistono ovviamente delle consuetudini e delle regole, dei simboli fissi, ma il percorso del martinista si esplica anche solo tenendo presente questa simbologia senza viverla fisicamente nella dimensione collettiva. Ogni martinista possiede il suo Oratorio, che si tratti di una stanza o di una mensola, ma soprattutto fin dal grado di Associato sa esattamente come entrare nell’Oratorio interiore per connettersi all’ininterrotta catena iniziatica; ciò avviene attraverso una ritualità quotidiana che manca completamente nella via massonica. Va detto e ripetuto che un adeguato bilanciamento tra i due modi di praticare non può che essere un arricchimento per colui che si riconosca martinista e nella Fratellanza dei Liberi Muratori. Sebbene alcuni elementi della Loggia martinista in grado di Associato siano paragonabili ad elementi della Loggia massonica in Camera di Apprendista, nondimeno anche in questo caso esistono dimensioni differenti che marcano gli opportuni e reciproci perimetri. Nel Tempio massonico ricorre una geometria sofisticata che combina il tre e il quattro. Al centro del Quadrilungo, comunemente noto anche come pavimento a scacchi, si trovano i Tre Pilastri di Saggezza, Forza e Bellezza, riverberati dall’Oriente e dalle statue di Ercole e Minerva, resi operativi dai dignitari conosciuti come le “Luci” (Maestro Venerabile e Sorveglianti) e condensati nelle tre luci dietro all’Ara. Nel Tempio Martinista predomina maggiormente il numero 4, in riferimento alla quadruplicità della manifestazione e al Tetragramma, che vela o meglio in sé contiene il numero 5, ma va detto che il numero 3 nel grado di Apprendista, pur dominando sotto tutti i punti di vista, cela il numero 4 (i Tre Viaggi dell’Apprendista, ad esempio, sono in realtà quattro se consideriamo il viaggio della Terra nel Gabinetto di Riflessione, mentre il ricorrere del numero 3 è sempre fisicamente orientato in un contesto quadrangolare). Le Tre Luci e il numero 3 nel Tempio martinista si ritrovano nel Trilume e nei Tre tappetini “alchemici”, oltre che nei tre simboli principali del Martinismo: maschera, mantello, cordone. Nel Tempio massonico tutto è espanso architettonicamente, come ad esempio le due Colonne, tradizionalmente una bianca e una rossa, sormontate dalla melagrana e dal globo terrestre, recanti le lettere J e B su cui non mi dilungo perché ogni spiegazione è ampiamente disponibile presso varie fonti di pubblico dominio. Al centro del Quadrilungo però, tra i Tre Pilastri e in definitiva al centro fisico della Loggia, trova posto il cosiddetto Quadro di Loggia, il quale viene tracciato o appoggiato in un dato momento del Rituale di Apertura dei Lavori del grado e cancellato o rimosso nella Chiusura rituale dal Maestro delle Cerimonie. Ritengo che un punto significativo di aggancio tra Massoneria e Martinismo sia proprio la presenza del Quadro che anticamente (e anche oggi in diverse Officine) veniva tracciato in maniera stilizzata con un certo diagramma, mentre per lo più odiernamente consiste in un vero e proprio quadro che riporta dipinti i simboli architettonici principali del grado (c’è un Quadro diverso per ogni grado), quasi si trattasse di un Tempio condensato in un’immagine. Il Quadro assume in un certo senso la funzione di mandala e di sigillo evocativo e a mio modo di vedere risuona con il Tempio fisico del Martinismo. Il seggio-altare del Filosofo o dell’Iniziatore riporta in sé tutti gli elementi del Tempio stesso: le Colonne sono ai lati dell’altare o su di esso, sono una bianca e una nera, e alla loro base riportano i rispettivi simboli: i tre tappetini alchemici, la spada cruciforme da un lato, la maschera-mantello-cordone dall’altro. Tra di essi si trova il Libro Sacro, cioè il Vangelo di San Giovanni aperto all’incipit, lo stesso delle Logge Azzurre dei Liberi Muratori, denominate anche Logge di San Giovanni, sovrapposto ad esso vi è il Pentacolo martinista nel grado appropriato, proprio come nella Loggia massonica si trovano Squadra e Compasso accuratamente sovrapposti, dietro si trova il Trilume, insieme al Cero dei Maestri Passati. Se questi elementi, con le dovute differenze esteriori, vengono espansi nel Tempio Massonico e poi condensati nel Quadro di Loggia, nel Tempio martinista si trovano già saldamente condensati all’Oriente per divenire Quadro sempre presente, come se i lavori martinisti fossero “tracciati” a mo’ di sigillo e chiave d’accesso al regno dello Spirito, e in effetti così è, anche in virtù dell’invocazione del Nome che tutto infiamma e che non si ritrova nel rituale massonico. La preghiera e di conseguenza la fase cardiaca purtroppo sono venute a mancare nell’evoluzione rituale della Massoneria. Non mancano interessanti esempi a tal proposito, come la ritualità Emulation e la ritualità delle Logge Azzurre Rettificate, ma l’invocazione rimane piuttosto distante dal lavoro sullo Spirito. Non dimentichiamo che molti elementi della ritualità collettiva martinista hanno subito una pesante influenza strutturale massonica, a questo si devono determinate somiglianza, ma non si tratta di una caratteristica esecrabile se ponderata con i pesi adeguati, al contrario dimostra come, nonostante le molte e radicali differenze tra le due Fratellanze, esiste qualcosa di comune a cui entrambe hanno attinto. Una pratica in particolare a mio avviso denota una forte comunanza operativa, forse anzi si tratta dell’unico elemento operativo comune, ovvero la Catena d’Unione. Nella Loggia Massonica essa è simboleggiata dal cordone intervallato dai nodi d’amore che circonda l’intero perimetro interno del Tempio e come rituale viene posta in essere prima della chiusura dei Lavori, come avviene nella ritualità martinista, per altro con modalità fisiche simili. Ricordo ancora una volta che la Catena d’Unione per il martinista diventa una pratica costante che travalica la dimensione fisica e momentanea del rituale.

IL GREMBIULE E IL MANTELLO

In questa disamina non possono mancare cenni all’abbigliamento rituale delle due tradizioni; è l’elemento che forse più porta a riflettere, spesso compiendo arbitrari accostamenti che però si rivelano poco plausibili, come quello tra Maschera e cappuccio. La Maschera del martinista, presente ai piedi di una delle due Colonne del Tempio e indossata in determinati contesti rituali, indica l’abbandono della propria personalità profana per divenire “Incogniti”, Sconosciuti, come ci ha insegnato il nostro Venerabile Maestro Passato Louis-Claude De Saint Martin; questo atteggiamento favorisce la spoliazione dai “metalli” che appesantiscono la nostra profanità al fine di ascendere e trascendere l’orizzonte visibile degli eventi di questo mondo; in tal senso la Maschera diviene anche “lente” che permette di vedere le cose al di là dei punti di vista. Il cappuccio massonico invece ha principalmente una funzione strumentale legata alla necessità di non svelare l’identità profana dei Fratelli all’iniziando cui la Luce viene data gradualmente. Quando nel rituale di iniziazione il profano è bendato i Fratelli sono a volto scoperto, ma non appena gli viene tolta la benda si trova circondato da massoni incappucciati, i quali si tolgono il cappuccio “al terzo colpo” del maglietto del Maestro Venerabile, segno che la Luce scaturisce pienamente e liberamente a beneficio dell’iniziando che è in grado finalmente, in virtù della Luce che viene dall’Oriente, di rileggere il mondo con gli occhi della Fratellanza. E’ importante sottolineare che in un consesso massonico l’identità profana non viene cancellata o celata, piuttosto viene rettificata e sublimata, illuminata dalle virtù muratorie; il massone concorre direttamente a portare un raggio di Luce nel mondo poiché sa utilizzare gli strumenti del mestiere con i quali egli misura se stesso e il mondo, sgrossa, livella, circoscrive, costruisce. Il massone nella Loggia e nell’Obbedienza viene conosciuto col proprio nome profano, non assume uno ieronimo. Nella catena martinista, all’atto dell’associazione, si assume un nome iniziatico che rimane per sempre la propria “maschera” e che, insieme alla maschera vera e propria, pur celando, non nasconde ciò che non deve essere visto, ma oscura ciò che ai fini del lavoro iniziatico è illusorio; si tratta di una differenza sottile ma pregnante, senza contare che comunque benda e cappuccio massonici mantengono un utilizzo circoscritto ad un dato frangente rituale per poi scomparire, mentre la maschera trova posto addirittura sull’altare e tra i simboli fondamentali del Martinismo. Il mantello del martinista, come quello dell’Eremita dei Tarocchi, protegge dalle influenze esterne e completa il compito isolante della maschera, in questo senso è decisamente più affine al paramento massonico per eccellenza, il Grembiule, il quale ha una valenza protettiva essendo strumento da lavoro e va sempre indossato, insieme ai Guanti, durante i Lavori architettonici; in particolare l’Apprendista indossa il Grembiule con la bavetta rialzata, per indicare la maggiore protezione cui deve essere soggetto durante il suo lavoro caratterizzato dall’inesperienza; un surplus di protezione che viene garantito anche all’Associato diligente che ancora non è pienamente agganciato alla catena ma ne è associato. Inoltre il Grembiule dell’Apprendista, così indossato, raffigura la sagoma della Pietra Cubica a Punta (che unisce il Quadrato al Triangolo), prefigurando successivi segreti del mestiere. La “divisa” martinista è caratterizzata dall’Alba e dal Cordone, di diversi colori a seconda del grado, quello da Associato è nero. Analogamente il Grembiule varia nel colore e nelle decorazioni a seconda del grado; l’Apprendista ha un Grembiule bianco. Potrei azzardare dunque che il Grembiule racchiude in sé le funzioni del Mantello e del Cordone martinista, mentre i guanti, simbolo di purezza, si avvicinano alle accezioni dell’Alba; il complesso relativo alle capacità simboliche dell’Apprendista, all’ordine del suo grado e all’obbligo del silenzio possono essere in certa misura paragonate all’uso della Maschera e del Cordone; ovviamente non è possibile redigere una tabella esatta di corrispondenze ma solo evocare analogie che si arricchiscono col lavoro meditativo. Non bisogna inoltre dimenticare che il martinista si avvale di propri strumenti del mestiere che in grado di Associato sono il Pentacolo, il Vangelo di Giovanni e il Lume individuale, ma lascio ai Fratelli e Sorelle ulteriori riflessioni in merito a possibili analogie con gli strumenti del mestiere a disposizione dell’Apprendista, in quanto se è vero che gli strumenti massonici derivano dai tradizionali strumenti dei mastri tagliapietre operativi, è altrettanto vero che il martinista, fin dal grado di Associato, si avvale di strumenti che non è possibile citare in questa sede, non per desiderio di segretezza, ma per necessità di non impoverire la forza di tali strumenti e lasciarli velati sotto il Mantello legato dal Cordone.


CONCLUSIONI

La storia del Martinismo ha purtroppo offerto, e continua ad offrire, tristi esempi di come i famosi cavoli a merenda siano sempre fuori luogo, e la storia della Massoneria non è certo da meno. Quando queste due venerabili e rispettabili Fratellanze si incontrano, emergono spesso più ombre che luci. Molti dei Maestri Passati del Martinismo hanno tentato improbabili connubi docetici e operativi con la Massoneria, più spesso tralasciando la vera Massoneria, che è quella Azzurra e Simbolica, per addentrarsi in un arcobaleno di gradi di perfezionamento senza capo né coda. E’ facile scambiare i ruoli e pretendere di innestare elementi estranei negli alti gradi di certa Massoneria, salvo dimenticare che la Libera Muratoria non prevede in alcun modo la pratica della preghiera, della terugia e del sacerdozio. Forse alcuni caratteri di queste funzioni vengono esplorati a livello speculativo, ma la Massoneria non ha come scopo il perseguimento e la pratica di queste strade, mentre il Martinismo va in questa direzione, sebbene ogni singolo martinista sia libero di scegliere in quale direzione andare in base alle proprie attitudini. Nulla vieta che un Associato rimanga tale per il resto dei suoi giorni se nel grado trova la sua quadratura, mentre un Apprendista Massone è destinato prima o poi a fare, massonicamente parlando, carriera, si tratta di un meccanismo inevitabile. Nelle parole parole di certi Maestri Passati invece è rimasto un tesoro che denota la ponderatezza di chi ha saputo vivere dimensioni differenti integrandole nella propria esperienza individuale. Questo è il duro lavoro che un martinista e massone dovrebbe fare, misurare l’orizzonte del macrocosmo per sgrossarlo fino a trovare il microcosmo e al tempo stesso scrutare le immense altitudini e i più profondi abissi dentro di sé affidandosi a Dio e al Riparatore. La Tradizione ci insegna che edifici troppo alti e stretti, troppo verticali, sono destinati a crollare come la Torre dei Tarocchi, mentre il fumo dell’incenso sale verso Dio ed è a lui gradito. Insomma, ogni cosa al suo posto.

A tutti gli Associati Incogniti che hanno l’onore di essere anche Artigiani Liberi e di Buoni Costumi, auguro di trovare sempre la strada tra i quadrati bianchi e neri che porta alla Tavola da Disegno. E’ lì che si fa notte e si rompono gli indugi e la bussola impazzisce, è lì che inizia la scalata.. nell’Abisso.




[1] Mt XVIII, 20

sabato 2 aprile 2016

LE QUALIFICAZIONI INIZIATICHE NECESSARIE


articolo pubblicato su Ecce Quam Bonum n°9 
per informazioni o contatti: eremitadaisettenodi@gmail.com

“Ricordo ancora quanto molti anni fa mi trovai, a Roma, innanzi a colui che sarebbe divenuto, per sua sventura, il mio iniziatore. Questi, con il fare sbrigativo e scostante che gli è proprio, mi chiese come mai volevo essere associato al martinismo. La mia risposta fu che stavo cercando il cristianesimo esoterico. Dopo alcune domande, attorno alla mia vita e alla mia professione  fui congedato. Mentre sul treno, mi accingevo a tornare nella mia Toscana ricevetti una telefonata. Era il mio futuro iniziatore che mi convocava la settimana successiva per fornirmi la meditazione dei 28 Giorni. Mi chiesi, infastidito, come mai non mi era stata consegnata in quel nostro primo incontro, ma ben presto imparai che le vie dell’iniziazione sono spesso diverse da come noi le immaginiamo. Dopo la mia iniziazione passai i miei migliori anni di vita martinista da “isolato”, successivamente il servizio nei confronti dell’Ordine mi portò alla responsabilità verso fratelli e sorelle. Devo ammettere che la felicità da quel momento è stata messa a dura prova.“

Vi sono molteplici motivazioni per cui si giunge alle soglie dell’Ordine Martinista. Alcune di queste sono dettate da pulsioni sociali, da necessità di essere accolti, dal bisogno di essere compresi, altre da autentico Desiderio di percorrere una via iniziatica tradizionale. Ovviamente le prime, per quanto umane e comprensibili, sono in se e per se non adeguate e, auspicherei, non ricevibili. Un Superiore Incognito Iniziatore esperto cercherà, per quanto possibile, di portare all’evidenza del bussante la reale motivazione che lo spinge alla soglia del Tempio. Sottilmente cercherà di farlo desistere quand’essa risulta essere inadeguata o insufficiente rispetto al duro cammino che l’iniziazione comporta. Attraverso l’attesa si provvederà a far maturare e sedimentare la domanda, attraverso il rimandare si cercherà di saggiarne la volontà iniziatica, oppure si valuteranno gli adempimenti e gli inadempimenti, nel completare le fasi preparatorie all’associazione.  Amo sempre ricordare che non siamo qui per fare beneficienza, e neppure per sostituirci a qualche gruppo di supporto terapeutico o psicologico, quanto piuttosto per trovare uomini e donne meritevoli di ricevere l’iniziazione martinista, ed essere a loro volta i cuori pulsanti e vivificanti della nostra tradizione. Ecco quindi che dobbiamo valutare colui che desidera divenire nostro fratello, e ciò è fattibile grazie all’analisi delle motivazioni che lo spingono, in quanto sintomi del tipo di uomo che sotto tali agiti si cela.
Norbeto Bobbio ebbe a scrivere:” Il dato di fatto è questo: gli uomini sono tra loro tanto uguali quanto diseguali. Sono uguali per certi aspetti, diseguali per altri. Volendo fare l’esempio più familiare: sono eguali di fronte alla morte perché sono tutti mortali, ma sono diseguali di fronte al modo di morire perché ognuno muore in modo diverso.”
Parole vere, ed applicabili anche al contesto iniziatico. In quanto nelle nostre Logge operano fratelli che non sono astrattamente iniziati avulsi dalle contingenze del mondo, bensì vivono, come tutti gli altri, in una società che detta tempi e regole.
Ogni uomo è eguale innanzi ai due estremi della vita (nascita e morte), e certamente ogni uomo è degno di rispetto nella sua umana sofferenza ed aspirazione di vita. Al contempo ogni uomo è diverso innanzi alle cose dello spirito. E’ sufficiente osservare la nostra cerchia di amicizie, per scoprire colui che ha sensibilità verso questioni sottili, ed individuare colui che invece è refrattario ad ogni argomento che esula dal fallace tangibile del quotidiano. Così come la vita profana ci insegna che esistono ruoli e funzioni, per uomini dalle diverse attitudini, così la vita iniziatica dovrebbe suggerire che non è possibile concedere tutto a tutti, perché in realtà niente si concede, ma tutto si priva. La via iniziatica non è una via di immediato accrescimento, ma una via inizialmente di spogliazione. Solo quando l’essenza dell’essere sarà porta alla luce, liberandosi dall’involucro psicologico, essa, come un seme, germoglierà: permettendo a quell’unico fiore che noi siamo  di sbocciare.   Siamo sicuri che tutti, coloro che bussano, anelano a ciò?! Oppure hanno la possibilità di conseguire ciò?!
L’insieme di ciò che è richiesto al bussante, o che dovrebbe essergli richiesto, in relazione al tipo di percorso che lo attende, prende il nome di qualificazioni iniziatiche. Ecco quindi che esse non debbono, erroneamente, essere intese come un qualcosa di esterno ed ostativo, ma bensì come quei talenti di evangelica narrazione, che debbono essere debitamente, se posseduti, impegnati. In quanto non vi è dolo nel non possedere le qualificazioni, ma vi è dramma nel dissiparle.
Quali sarebbero le qualificazioni iniziatiche di cui un bussante al martinismo deve essere munito?
Esse si possono suddividere in caratteristiche psicologiche, ed in qualità spirituali.
Fra le prime troviamo la stabilità e l’equilibrio. L’associando deve avere una vita sociale e affettiva solida, non fonte di eccessivi turbamenti, capace di dare quelle giuste soddisfazioni, o almeno che non sia fonte di perniciose devianze o frustrazioni. Anticamente solamente colui che era sposato, ben inserito all’interno del proprio contesto sociale, e non soggetto all’altrui dominio o ricatto, era ammesso all’iniziazione. La libertà dello Spirito certo non è la libertà dalle cose di questo mondo, ma indubbiamente rendendoci schiavi, delle cose di questo mondo, difficilmente potremo aspirare alla prima.  La stabilità, maturata nel quotidiano, comporta quell’equilibrio interiore necessario per permetterci di operare proficuamente con gli strumenti che l’Ordine mette a disposizione. Essi non sono certo vuoti rituali, ma potenti utensili con cui incidere i veli della lusinghiera ignoranza in cui siamo avvolti. Il nostro rituale di loggia recita “Tutto è calmo ed in pace, tutto è giusto e perfetto”, a significare che questo stato di calma interiore, conduce alla pace e al riposo nelle benevoli braccia dello Spirito. Possibile che tutto ciò sia conseguito da colui che in se cova disagi e disordini psicologici? L’esperienza mi porta a dubitarlo. In realtà colui che è instabile nella vita profana, tenderà ad accentuare tale condizione psicologica: giungendo a compromettere se stesso, e la tenuta di tutta la catena.
La terza qualità psicologica o caratteriale è la capacità di attendere. Vi sono Postulanti che richiedono l'Iniziazione e dopo un lasso di tempo incredibilmente breve pretendono di dare lezioni di docetica, oppure pressano per essere passati di grado. Anche in questo caso la via martinista non è, o non dovrebbe essere, per loro. A tali personaggi, che non sanno attendere, che non comprendono come sia necessario farsi coppa, possiamo solamente suggerire di indagare attorno alla propria bramosia. E’ necessario lasciare i metalli, fra cui l'ambizione e l'ego, oltre la soglia del Tempio. E’ necessario, nei primi scalini della piramide rituale, operare al fine di smussare, integrare, separare, ogni elemento grossolano e spurio che contamina la nostra divina natura. Il lavoro rituale martinista, così come io lo intendo, è cadenzato dal severo ritmo della progressione dei giorni, dell’alternanza delle stagioni. Questi tempi non possono essere forzati, queste misure non possono essere alterate. La vetta di una montagna, raggiunta con mezzi non congrui, non è sinonimo di conquista ma di fallimento ed inganno. Ovviamente, tali qualifiche necessarie ed indispensabili, devono essere attentamente valutate da parte di colui che governa ed amministra. Vediamo fin troppi esempi di confusione e mistificazione, proprio in virtù di valutazioni non piene e sagge
La quarta qualità, di questo primo insieme, é la fermezza. Magari il Postulante ha un carattere stabile, é socialmente inserito nel tessuto sociale, ma non é fermo nella sua risoluzione di lavoro interiore. In questo caso, il postulante è volubile, lunatico, incapace di impegnarsi nella operazioni giornaliere corrispondenti al grado che ricopre nella catena martinista. Tale difetto caratteriale lo porterà a trovare sempre nuove scuse per rimandare, o per evitare, i compiti assegnati. Inizialmente agirà la pigrizia, che suggerirà tempi sempre più ristretti da dedicare ai rituali. Successivamente subentrerà lo scetticismo in merito alle operazioni, alla docetica, e alla filosofia del Nostro Venerabile Ordine. Infine compariranno superbia ed orgoglio che lo porteranno a rompere ogni contatto fraterno. Al contempo non è possibile pretendere che un essere umano si impegni in un rituale giornaliero, quando non dispone della capacità e volontà di disciplinarsi. Non possiamo credere, o auspicare, che egli colga il sommo valore della purificazione mensile, quando egli per primo vive costantemente in una situazione di dissolutezza e confusione. Non possiamo certamente ritenere che colui che persevera in una condizione di vita frammentata, possa intraprendere il nostro cammino. Il quale prevede una tendere alla reintegrazione della nostre parti scisse, e non certo alla disgregazione, all’esaltazione, alla allucinata manifestazione dell’ego.
Qualora accada che una persona sprovvista dei requisiti, sopra menzionati, abbandoni il percorso non mi lamento troppo: un albero sano è una pianta che muta la chioma, e indirizza la linfa vitale a quei rami capaci di dare frutto. Il nostro primo proposito è la trasmissione e la salvaguardia della compiuta iniziazione martinista, rispetto ad essa tutto è secondario e funzionale.
Quanto, brevemente, esaminato in precedenza è ascrivibile alle necessarie qualità psicologiche che il bussante deve avere per potersi impegnare su di un cammino iniziatico. Non credendo il sottoscritto ad una sostanziale comparabilità fra i diversi cammini, e ciò per semplice spirito di osservazione e mancanza di asservimento al politicamente corretto che tanto imperversa anche nei nostri ambienti, ritengo necessario che colui che aspira a divenire prima associato, poi iniziato, ed infine adepto di una particolare Gnosi, debba possedere delle peculiari qualificazioni spirituali. Concetto assai poco comprensibile per quei molti dispersi in fugaci e scomposte esternazioni,  in cui di ama parlare di Filosofi di Unità, di eguaglianza a prescindere da mezzi e possibilità, di impegno sociale e di apertura al mondo profano. Ancora le qualificazioni spirituali poco valgono per colui che ritiene che comunque tutto è assimilabile nella forma, per chi, saltando da ambito ad ambito, non cerca la conoscenza in esso raccolta ma un luogo dove depositare le proprie elucubrazioni o cercare ribalta.
Eppure la ragione d’essere di un Ordine Iniziatico o di un’Obbedienza non risiede in ciò che ha in comune con altri Ordini od Obbedienze, ma in ciò che da essi deferisce. In quanto se a fondamento, dell’esistenza stessa di tali strutture, poniamo quanto è inevitabilmente eguale, allora non vi sarebbe motivazione alla molteplicità dei depositi, delle forme, e dei rituali. Ovviamente per alcuni di essi non vi è altro motivo di esistenza che l’ego di taluni, ma avendo io riguardo a quanto è sano e non quanto è malato, ritengo che è nella varietà la ricchezza e non nella mortifera livella della eguaglianza e fratellanza formale. Gli Ordini e le Obbedienze, qualora sani e tradizionali, incarnano aspetti filosofici ed operativi peculiari, in quanto molteplici sono i tipi di uomo a cui si rivolgono. Discende da ciò che le qualificazioni sono necessarie, proprio perché ad ogni percorso corrisponde un tipo d'uomo, ed ad ogni tipo d'uomo corrisponde un percorso. Poniamo che decidiamo di giungere sulla vetta della montagna. Sarà in virtù della nostra capacità, costituzione fisica, e intelligenza che sceglieremo la via a noi maggiormente congeniale. Coloro che ritengono che non sussista qualificazione inevitabilmente procederanno lungo una via che si tramuterà, per loro, in danno e dolore. Fin qui poco male, tutto rientra all’interno di quel rigido meccanismi di causa ed effetto, ma qualora queste persone sono inserite all’interno di una catena, ed esercitano un ruolo che non gli è proprio, allora il dramma si ripercuoterà su molti. Disastro ancora maggiore qualora colui che è inadeguato, a causa di non comprensione o convenienza, si è ritrovato, ed i casi non sono rari, in posizione di governo rispetto ad altri. Un cattivo iniziato sarà, inevitabilmente, un cattivo maestro.
A proposito di questo pregnante argomento propongo un estratto di R. Le Forestier  ("La Massoneria Occultistica nel XVIII secolo e l'Ordine degli Eletti Coen"): "Per quanto fossero importanti le cerimonie delle Operazioni: prosternazioni, incensamenti, invocazioni con preghiere, tuttavia esse non erano del tutto efficaci; erano necessarie, ma non sufficienti. Per convalidare la loro azione  erano indispensabili tre fattori: la virtù mistica dell'operante, un'influenza astrale favorevole ed il concorso della  grazia divina. La virtù mistica dell'adepto, a sua volta, dipendeva da tre  condizioni: dal suo stato di grazia, da una soprannaturale  facoltà conferitagli dall'ordinazione, dalla cooperazione simpatica a distanza dei suoi uguali in iniziazione. La sola  precisione della cerimonia non basta" scriveva Pasqually nel  1768 a Bacon de la Chevalerie " sono necessarie anche l'esattezza della santità di vita [...] (all'adepto che vuole entrare in relazione con gli Spiriti), gli occorre una preparazione spirituale  fatta di preghiera, ritiro ed attesa" (V,229). L'Eletto Coen  doveva osservare una "regola di vita" molto ascetica. Gli  era proibito "per tutta la vita", nutrirsi di sangue, grasso e rognoni di qualsiasi animale, mangiare carne di piccione  domestico (111,76/77). Con estrema moderazione poteva darsi  ai piaceri dei sensi, poiché, per poter giungere al grado supremo, egli doveva astenersi da qualsiasi materia impura soprattutto dalla "fornicazione (relazioni sessuali) che crea  turbamenti all'anima" (11,105)"
Emerge chiaramente che l’iniziato, il reale iniziato, non deve avere una visione “rituale centrica”, non considera il rituale, qualunque esso sia, una sorta di panacea, o grande Totem, in grado di sopperire ad ogni mancanza morale, intellettuale, o spirituale. Egli inizialmente deve considerare la propria condotta di vita, e l’attinenza delle medesima agli impegni rituali che deve compiere. Ecco quindi che emerge il concetto di qualificazione, intenso non tanto come un “tesoretto” di varie qualità inerte e passivo, quanto piuttosto come un’assonanza armonica interiore, con il percorso su cui dobbiamo e possiamo procedere.
Nel martinismo, inteso come realtà operativa, vi è un complesso di rituali di varia prospettiva. Alcuni volti ad esercitare la teurgia, altri in chiave prevalentemente mistica, ed altri, infine, chiaramente sacerdotali. Colui che non ha in se le adeguate caratteristiche spirituali (il silenzio interiore e l’abbandono per il mistico, la capacità di governo interiore per il teurgo, e il sacro fare per il sacerdote) si troverà sicuramente nell’impossibilità di trarre reale giovamento da quanto porrà in essere. Da cui discende il decadimento del rituale in cerimonia, e dell’opera in farsa.
Altresì le qualificazioni, oltre ad essere necessitare per ricoprire un determinato ruolo all’interno di una qualsiasi struttura iniziatica, sono condizione indispensabile e necessaria per essere iniziati. In quanto se è pur vero che all’interno di una struttura sussistono mansioni diverse per tipi diversi di fratelli (esercizio del comando, esercizio amministrativo, esercizio sacerdotale, ecc.. ecc.) vi è comunque una matrice di fondo che unisce i vari fratelli ad essa aderenti. Matrice di fondo comune indispensabile affinchè l’Ordine sia realmente iniziatico, e non una semplice associazione umana, o una pantomina teatrale.
Ecco quindi se il nostro Venerabile Ordine ha come finalità quella di pervenire alla reintegrazione dell’Uomo, bisognerà che ogni singolo fratello sia orientato a tale nobile Opera. Al contempo essendo il nostro un percorso atto a forgiare dei Monaci Guerrieri, si dovrà verificare, nei bussanti, la presenza di quelle qualità ed attitudini psicologiche e spirituali affini con tale forma. Attitudine alla celebrazione e comprensione del sacro, servizio nei confronti dei fratelli, e quella santa virilità atta a difendere il sacro e i fratelli dagli agenti di prevaricazione.
«Finché scorgerai la minima macchia, e la minima sostanza opporrà una barriera ai tuoi sguardi, non abbi riposo perché sia dissipato quest’ostacolo: più penetrerai nelle profondità del tuo essere, più riconoscerai su quali basi riposa l’Opera»
(«Il ministero dell’Uomo-Spirito», Louis-Claude de Saint-Martin)
Come non condividere queste profonde parole del Filosofo Incognito. Le quali ci spingono senza sosta a ricercare il motivo profondo delle nostre azioni, e del basamento della nostra Opera Iniziatica? La quale, come un gigante dai piedi di argilla, crollerà rovinosamente qualora poggi sulla vanagloria, o su di una motivazione estranea all’ordine iniziatico. Quanto sarebbe utile che ognuno di noi incessantemente si chiedesse di cosa deve spogliarsi, per essere adeguato al percorso iniziatico intrapreso.
Purtroppo in alcuni ingenui vi è la credenza che il percorso debba essere comunque offerto, a prescindere dalle qualificazioni richieste. Creando situazioni di profondo sconforto personale, e alle volte tragiche ripercussioni per tutto il movimento martinista. Altri ancora ritengono di godere di un potere tale che possa sopperire ogni mancanza, spirituale o psicologica, dell’associando. In quanto menzionato, l’accorto osservatore, intravedrà l’incipiente ombra della rovina: il crollo della torre.
In conclusione di questo breve intervento riporto le parole, che spero siano per noi tutti fonte di riflessione, di Réne Guénon sulle qualificazioni iniziatiche:” Bisogna ritornare ora alle questioni che si riferiscono alla condizione prima e preliminare dell'iniziazione, vale a dire alle cosiddette « qualificazioni » iniziatiche; in vero, questo soggetto è dl quelli che non è possibile pretendere di trattare in modo completo, ma possiamo almeno apportarvi qualche chiarimento. In primo luogo, deve ben'essere inteso che queste qualificazioni sono esclusivamente del dominio dell'individualità; infatti se non vi fosse da considerane che la personalità o il « Sè », non vi sarebbe alcuna differenza da fare a tal riguardo fra gli esseri, e tutti sarebbero ugualmente qualificati, senza bisogno di fare la minima eccezione; ma la questione si presenta in modo ben diverso per il fatto che l'individualità deve necessariamente esser presa come mezzo ed appoggio della realizzazione iniziatica; in conseguenza, bisogna che essa possegga le attitudini richieste per rappresentare questa parte, ed il caso non è sempre tale. Se si vuole, l'individualità non è che lo strumento dell'essere vero; ma, se questo strumento presenta certi difetti, può essere più o meno completamente inutilizzabile, od anche esserlo del tutto. D'altronde, non v'è da meravigliarsi, volendo soltanto riflettere che, anche nell'ordine delle attività profane (o almeno divenute tali nelle condizioni dell'epoca attuale), ciò che è possibile per uno non lo è per un altro, e così, ad esempio, l'esercizio di tale o di tal'altro mestiere esige certe attitudini speciali, in pari tempo mentali e corporee. In questo caso, la, differenza essenziale è che si tratta di una attività appartenente al dominio individuale, attività che non lo oltrepassa minimanete e sotto alcun rapporto, mentre, in riguardo all'iniziazione, il risultato da raggiungere è invece oltre i limiti dell'individualità; ma, ripetiamolo ancora, quest'ultima deve non di meno essere presa come punto di partenza, e si tratta di una condizione cui è impossibile sottrarsi.”
Tristemente osservo come taluni, che si definiscono iniziati, siano sprovvisti non solo delle qualità iniziatiche necessarie, ma anche e soprattutto delle qualità umane. Per questi il martinismo è divenuto il luogo dove scaricare malumori, frustrazioni, mitomanie, deliri e fantasie maturate in altre istituzioni. Riversando in esso quei liquami che hanno contributo proprio a rendere le strutture di origine delle piante sterili. Ovviamente ciechi nel proprio orgoglio scaricano sugli altri i motivi della propria inadeguatezza e miseria.

Purtroppo è evidente il Tallone d’Achille di queste persone, e si può semplicemente riassumere in un concetto: ”Giunto l’estremo iato della loro vita, rendendosi conto che niente hanno realizzato, altro non hanno da fare che colpire coloro che ancora cercano di procedere rettamente lungo la via.”

ELENANDRO XI S:::I:::I:::