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mercoledì 22 gennaio 2014

Manifesto Convivium Gnostico Martinista


1. Chi siamo



Il Convivium Gnostico Martinista è una realtà iniziatica, manifesta sul piano quaternario e operativa, composta da uomini e donne autenticamente animati dal desiderio di riconoscersi in una visione tradizionale della ricerca e del lavoro spirituale.

E’ realtà iniziatica, in quanto si accede agli insegnamenti e agli strumenti che il Convivum pone a disposizione tramite una regolare e tradizionale associazione.

E’ realtà manifesta sul piano quaternario, perchè il Convivium è dotato di strutture ed articolazioni territoriali.

E’ realtà operativa, in quanto agli associati al Convivium è richiesta una laboriosa Opera Interiore tramite strumenti formativi ed informativi.

Quanto sopra evidenziato, risulta dal nostro assoluto convincimento che il martinismo sia una forma aggregativa tradizionale: un perimetro energetico ed iniziatico. Riteniamo che solamente l'aderenza di tale forma alla tradizione cristiana possa permettere di sviluppare dei lavori individuali e collettivi che abbiano sostanza di realtà. Ecco quindi come il Convivium Gnostico Martinista trae la propria linfa vitale dal Cristianesimo, attraverso le nostre radici iniziatiche ed operative che si riconoscono: nello Gnosticismo Alessandrino, nella Cabala Cristiana, in Martinez de Pasqually, in Louis Claude de Saint Martin, e nell'Ordine Martinista del Papus.

Per questi motivi, seppur nel rispetto delle altrui scelte, guardiamo con diffidenza la deriva teosofica e relativista che sembra aver investito tante altre istituzioni iniziatiche, dando vita ad una serie di formali distinzioni basate più su personalismi che non su una reale distinzione operativa e docetica.



2. Obiettivi



La finalità che persegue il Convivium Gnostico Martinista è quella della reintegrazione dell'uomo nell'uomo e dell'uomo nel Divino Immanifesto, condizione necessaria che deve essere acquisita da ogni uomo e donna di Conoscenza, per poter compiere il ritorno alla Dimora Celeste. Il Convivium mette quindi a disposizione dei fratelli e sorelle regolarmente e tradizionalmente associati un piano di studi e una formazione costante sotto gli influssi spirituali della Santa Gnosi, dei Maestri Passati, e l'assistenza dei fratelli e sorelle esperti.

E' intendimento del Convivium formare degli uomini di Conoscenza che siano filosofi, in quanto padroneggiano la scienza tradizionale, maghi, in quanto capaci di realizzare mutamenti interiori, e sacerdoti, in quanto capaci di amministrare il rapporto con il divino interiore.

Per questo il percorso è informativo, formativo e graduale.

Suddiviso in:

1. Grado Probatorio o Uditore, dove l'individuo verrà posto nella condizione di valutarsi ed essere valutato.

2. Grado di Associato Incognito

3. Grado di Iniziato Incognito

4. Grado di Superiore Incognito

5. Grado di Superiore Iniziatore Incognito



3. Strumenti dell'Opera



L'opera del Convivium Gnostico Martinista trova la propria identità e centralità nella formula pentagrammatica. E' attraverso il laborioso mistero di questa parola di potere che è perseguito il lavoro di reintegrazione individuale e collettiva. Tale Opera è posta in essere attraverso i seguenti strumenti:

1. Rituale Giornaliero Individuale

2. Rituale di Purificazione Mensile Individuale

3. Rituale di Loggia Collettivo

4. Rituale Eucaristico Collettivo

5. Rituale Solstiziale, Equinoziale, e di Plenilunio.

6. Pratica di meditazione a distanza



I lavori sono modulati in virtù del grado ricoperto e delle attitudini individuali, e hanno natura sia cardiaca che teurgica, in quanto consideriamo ogni tentativo di porre l'una innanzi all'altra solamente una speculazione accademica priva di sostanza e discernimento.





4. Articolazione



Il Convivium Martinista è retto da un Reggente che ha il compito di coordinare i lavori dei fratelli e delle sorelle, di promuovere la revisione periodica dei rituali, di vigilare sul rispetto delle norme di fratellanza e sulla coesione eggregorica. Esso è il primo servitore di tutti i fratelli e le sorelle. Tale incarico è a vita.

I fratelli e le sorelle sono raccolti in Logge sotto la guida dei rispettivi Filosofi. Il Filosofo non è necessariamente un Superiore Incognito Iniziatore, ma deve avere in sé i requisiti formali e sostanziali di Fratello Maggiore che umilmente e pazientemente si pone al servizio degli altri fratelli.

Sono inoltre esistenti Logge affiliate al Convivium Gnostico Martinista, che accettano di utilizzare durante i loro lavori collettivi il Pantacolo del Convivium; altresì i loro membri accettano di includere durante i loro lavori giornalieri il Pantacolo del Convivium e il Salmo della Fratellanza del Convivium.



5. Associazione al Convivium Gnostico Martinista



Il Convivium Martinista non pone nessuna esclusione basata sul sesso o sulla razza, ma pretende che i suoi associati abbiano ricevuto un sigillo cristiano. In quanto riteniamo che questa forma di martinismo sia un rito di perfezionamento in ambito cristiano, e come tale necessita la presenza, nell’associato, di quel patrimonio culturale, psicologico ed iniziatico proprio del cristianesimo.

Nessuna esclusione in base a requisiti formali quali il sesso o la razza è prevista per i gradi superiori.

E’ possibile accedere al Convivium Gnostico Martinista a seguito di una preventiva verifica dei requisiti formali e sostanziali del bussante, a cui seguirà l’esercizio in una pratica meditativa preparatoria all’associazione, che può avvenire da uomo ad uomo oppure in loggia.

E’ richiesto da parte degli associati un costante lavoro filosofico ed operativo, e quindi tendiamo a sconsigliare la semplice richiesta di informazioni a coloro che non sono in grado di gestire minimamente la propria vita quotidiana.

mercoledì 26 giugno 2013

Demiurgo di Réne Guénon

Di tutti i problemi che costantemente hanno preoccupato gli uomini, ve ne è uno, quello dell’origine del male, che pare esser sempre stato il più difficile da risolvere, tanto da rivelarsi un ostacolo insormontabile per la maggior parte dei filosofi e soprattutto dei teologi: Si Deus est, unde Malum? Si non est, unde Bonum? Il dilemma è effettivamente insolubile per coloro che considerano la Creazione come l’opera diretta di Dio e che, di conseguenza, sono obbligati a ritenerlo responsabile sia del Bene che del Male. Si dirà senza dubbio che questa responsabilità è in una certa misura attenuata dalla libertà delle creature; ma se le creature possono scegliere tra il Bene ed il Male, è segno che entrambi esistono già, almeno in principio, e se esse talvolta sono piuttosto propense a decidersi per il Male invece di essere sempre portate al Bene, ciò è dovuto al fatto che sono imperfette; ma come ha potuto Dio, se è perfetto, creare esseri imperfetti
È evidente che il perfetto non può generare l’imperfetto, perché, se così fosse, il perfetto dovrebbe contenere in se stesso l’imperfetto allo stato principiale ed allora non sarebbe più il perfetto. L’imperfetto non può dunque procedere dal perfetto per via di emanazione; potrebbe solo risultare dalla creazione ex nihilo; ma com’è possibile ammettere che qualcosa possa venire dal nulla, o, in altri termini, che possa esistere qualcosa che non abbia un principio? D’altronde, l’ammettere la creazione ex nihilo equivarrebbe ad ammettere l’annientamento finale degli esseri creati, poiché ciò che ha avuto un inizio deve anche avere una fine, e non vi sarebbe nulla di più illogico del parlare in tal caso di immortalità; del resto la creazione così intesa non è che un’assurdità, perché essa contraddice quel principio di causalità che nessun uomo ragionevole può in buona fede negare, per cui possiamo dire con Lucrezio «Ex nihilo nihil, ad nihilum nil posse reverti».
Niente può esistete che non abbia un principio; ma qual è questo principio? e non vi è in realtà un principio unico di tutte le cose? Se si considera l’Universo totale, è evidente che esso comprende tutte le cose, perché tutte le parti sono contenute nel Tutto; d’altra parte, il Tutto è propriamente illimitato, perché, se avesse un limite, ciò che è al di là di questo limite non sarebbe compreso nel Tutto, supposizione, questa, assurda. Ciò che non ha limiti può essere chiamato l’Infinito, e, comprendendo esso tutto, questo Infinito è il principio di tutte le cose. D’altronde, l’Infinito è necessariamente unico, perché due infiniti che non fossero identici si escluderebbero a vicenda; ne consegue dunque che non vi è che un Principio unico di tutte le cose, e questo Principio è la Perfezione, poiché l’Infinito può esser tale solamente se esso è perfetto.
Così la Perfezione è il Principio supremo, la Causa prima; essa contiene tutte le cose in potenza, ed essa ha prodotto ogni cosa; ma allora, poiché non v’è che un Principio unico, che ne è di tutte le opposizioni che si colgono abitualmente nell’Universo: l’Essere ed il Non-Essere, lo Spirito e la Materia, il Bene ed il Male? Ci ritroviamo così di fronte alla domanda formulata all’inizio e che ora possiamo porre in un modo più generale: come ha potuto l’Unità produrre la Dualità?
Certuni hanno creduto di dover ammettere l’esistenza di due principi distinti, opposti l’uno all’altro; ma questa ipotesi è da scartarsi per quanto abbiamo precedentemente detto. Infatti questi due principi non possono essere entrambi infiniti, perché allora si escluderebbero a vicenda o si confonderebbero; se solo uno fosse infinito, esso sarebbe il principio dell’altro; e, se entrambi fossero finiti, non sarebbero veri principi, poiché dire che il finito può esistere di per se stesso equivarrebbe a sostenere che qualcosa possa venire dal nulla: infatti tutto ciò che è finito ha un inizio, logico anche se non cronologico. In tal caso, essendo entrambi finiti, essi devono procedere da un principio comune, quest’ultimo infinito, e così siamo ricondotti a considerare un Principio unico. Del resto, molte dottrine, abitualmente ritenute «dualistiche», non lo sono che apparentemente; nel Manicheismo, così come nella religione di Zoroastro, il dualismo era una dottrina puramente exoterica che celava la vera dottrina esoterica dell’Unità: Ormuzd e Ahriman sono entrambi generati da Zervané-Akerene e dovranno fondersi in lui alla fine dei tempi.
La Dualità, nell’impossibilità di esistere di per stessa, è dunque necessariamente prodotta dall’Unità; ma in che modo può prodursi? Per comprenderlo dobbiamo anzitutto considerare la Dualità nel suo aspetto meno particolaristico, quello dell’opposizione tra l’Essere ed il Non-Essere; ma poiché l’uno e l’altro sono necessariamente contenuti nella Perfezione totale, appare subito evidente che tale opposizione non può essere che apparente. Sarebbe dunque più giusto parlare solo di distinzione; ma in cosa consiste tale distinzione? esiste in realtà indipendentemente da noi, od è semplicemente una conseguenza del nostro modo di vedere le cose?
Se per Non-Essere si intende il nulla, è inutile parlarne: infatti cosa si può dire del nulla? Non così se si considera il Non-Essere come possibilità d’Essere; l’Essere è allora la manifestazione del Non-Essere inteso in questo modo, ed è contenuto allo stato potenziale in tale Non-Essere. Il rapporto tra il Non-Essere e l’Essere è dunque il rapporto tra il non-manifestato ed il manifestato, e si può affermare che il non-manifestato è superiore al manifestato, di cui è il principio, poiché contiene in potenza tutto il manifestato ed anche ciò che non è, che non fu, né sarà mai manifestato. Nello stesso tempo, è evidente che non si può parlare qui di una distinzione reale, poiché il manifestato è contenuto in principio nel non-manifestato; tuttavia, noi non possiamo concepire direttamente il non-manifestato se non attraverso il manifestato; questa distinzione dunque esiste, ma unicamente per noi.
Se ciò vale per la Dualità colta nel suo aspetto di distinzione tra l’Essere ed il Non-Essere, a maggior ragione varrà per tutti gli altri aspetti della Dualità. A questo punto ci si accorge quanto illusoria sia la distinzione tra Spirito e Materia, sulla quale nondimeno, soprattutto nei tempi moderni, è stato costruito un così gran numero di sistemi filosofici aventi appunto tale distinzione a fondamento delle loro teorie, va da sé che se tale distinzione venisse meno, nulla più rimarrebbe di tutti questi sistemi. Inoltre possiamo notare che la Dualità non può esistere senza il Ternario: se il Principio supremo, differenziandosi, dà luogo a due elementi, i quali del resto sono distinti solo in quanto li reputiamo tali, questi due elementi ed il loro Principio comune formano un Ternario, sicché in realtà è il Ternario e non il Binario ad essere immediatamente prodotto dalla prima differenziazione dell’Unità primordiale.
Ritorniamo ora alla distinzione tra il Bene ed il Male, la quale è appunto un aspetto particolare della Dualità. Quando si oppone il Bene al Male, generalmente si fa consistere il Bene nella Perfezione. o quantomeno in una tendenza alla Perfezione, ed allora il Male non è nient’altro che l’imperfezione: ma come può l’imperfetto opporsi alla Perfezione, Abbiamo visto che la Perfezione è il principio di tutte le cose e che, d’altra parte, non può produrre l’imperfetto, donde risulta che in realtà l’imperfetto non esiste, o almeno non può esistere che come elemento costitutivo della Perfezione totale; ma allora esso non può essere realmente imperfetto, e quel che noi chiamiamo imperfezione non è che relatività. Per cui un «errore» non è che una verità relativa: tutti gli errori, infatti, devono essere contenuti nella Verità totale, poiché, diversamente, questa trovandosi limitata da qualcosa di esteriore a se stessa non sarebbe perfetta, cioè non sarebbe la Verità. Gli errori, o piuttosto le verità relative, non sono che frammenti della Verità totale; è dunque la frammentazione a produrre la relatività, per cui la si potrebbe ritenere la causa del Male, sempre che «relatività» fosse realmente sinonimo di «imperfezione»; sennonché il Male non è tale se non quando lo si distingue dal Bene.
D’altra parte, se si chiama Bene il Perfetto, il relativo non ne è realmente distinto, poiché v’è contenuto in principio; dunque, dal punto di vista universale, il Male non esiste. Esso esiste solo, se si considerano le cose sotto un aspetto frammentario ed analitico, separandole dal loro Principio comune invece di vederle sinteticamente contenute in questo Principio, che è la Perfezione. Così si crea l’imperfetto; e distinguendo il Male dal Bene, li si crea entrambi proprio con questa distinzione, poiché il Bene ed il Male sono tali solamente se messi in opposizione l’uno all’altro; inoltre, se il Male non esiste, non si può neppure parlare di Bene nel senso ordinariamente attributo a questa parola, ma solamente di Perfezione. È dunque la fatale illusione del Dualismo ad attuare il Bene ed il Male, ossia, considerando le cose da un punto di vista particolare, a sostituire la Molteplicità all’Unità, imprigionando così gli esseri su cui esercita il suo potere nel dominio della confusone e della divisione: tale dominio è l’Impero del Demiurgo.
II
Quanto abbiamo detto sulla distinzione tra il Bene ed il Male permette di comprendere il simbolismo della Caduta originale, almeno nella misura in cui queste cose possono venir espresse. La frammentazione della Verità totale, o del Verbo, che è in fondo la stessa cosa, frammentazione che produce la relatività, è identica alla segmentazione dell’Adam Kadmon, le cui separate particelle costituiscono l’Adam Protoplastes, cioè il primo formatore; la causa di tale segmentazione è Nahash, l’Egoismo o il desiderio dell’esistenza individuale. Nahash non è affatto una causa esteriore all’uomo, ma è in lui, inizialmente allo stato potenziale, diventandogli esteriore nella misura in cui l’uomo stesso l’esteriorizza; questo istinto di separatività, per la sua natura di provocatore di divisione, spinge l’uomo a gustare del frutto dell’Albero della Scienza del Bene e del Male. Allora gli occhi dell’uomo si aprono, perché ciò che era interiore è diventato esteriore in conseguenza della separazione che si è prodotta tra gli esseri; questi appaiono allora rivestiti di forme, le quali limitano e definiscono le loro esistenze individuali; e l’uomo pure è rivestito di una forma, o, secondo l’espressione biblica, di una «tunica di pelle»; egli si trova così racchiuso nel dominio del Bene e del Male, nell’Impero del Demiurgo.
Da questa breve esposizione per sommi capi e molto incompleta, risulta che il Demiurgo non è affatto una potenza esteriore all’uomo: non è che la stessa volontà dell’uomo allorquando realizza la distinzione tra il Bene ed il Male. Ma in seguito, limitato in quanto essere individuale da quella volontà che in realtà è la sua, l’uomo la ritiene come qualcosa di esteriore, e così essa diventa distinta da lui, non solo, ma opponendosi essa agli sforzi che l’uomo compie per uscire dal dominio in cui s’è egli stesso racchiuso, egli la considera come una potenza ostile, e la chiama Shaitan, l’Avversario. Facciamo notare, del resto, che questo Avversario, che noi stessi abbiamo creato e che creiamo ad ogni istante (infatti non si deve pensare che la cosa si svolga in un tempo o in un luogo determinato) non è affatto cattivo in se stesso, ma è solamente l’insieme di tutto ciò che ci è contrario.
Da un punto di vista più generale, il Demiurgo, quale potenza distinta ed in quanto tale, è appunto il «Principe di questo Mondo» di cui si parla nel Vangelo di S. Giovanni; anche qui, egli non è propriamente parlando né buono né cattivo, o piuttosto egli è l’uno e l’altro, poiché contiene in se stesso il Bene ed il Male. Il suo dominio è il Mondo inferiore, che si oppone al Mondo superiore o all’Universo principiale da cui è stato separato, ma occorre rilevare che questa separazione non è mai stata reale in senso assoluto; essa è reale solo nella misura in cui la realizziamo, perché questo Mondo inferiore è contenuto allo stato potenziale nell’Universo principiale, essendo evidente che una parte non può realmente uscire dal Tutto. È questo, d’altronde, che impedisce alla Caduta di continuare indefinitamente: questa è un’espressione del tutto simbolica, e la profondità della Caduta è semplicemente la misura del grado di separazione. Con questa restrizione, il Demiurgo si oppone all’Adam Kadmon o all’Umanità principiale, manifestazione del Verbo, solamente come una sorta di riflesso, poiché non ne è affatto un’emanazione e non esiste di per se stesso; ciò è rappresentato dalla figura dei due Vegliardi dello Zohar e anche dai due triangoli del Sigillo di Salomone.
Ciò ci induce a considerare il Demiurgo come un riflesso tenebroso ed invertito dell’Essere, poiché altro non può essere in realtà. Esso non è dunque un essere, ma, secondo quanto abbiamo precedentemente detto, può venire inteso come la collettività degli esseri nella misura in cui essi sono distinti o, se si preferisce, in quanto essi hanno un’esistenza individuale. Noi siamo esseri distinti perché creiamo noi stessi la distinzione, la quale non esiste se non nella misura in cui la creiamo; creando questa distinzione, siamo gli elementi del Demiurgo, e, fintantoché siamo esseri distinti, apparteniamo al dominio di questo stesso Demiurgo, il quale è appunto la «Creazione».
Tutti gli elementi della Creazione, cioè le creature, sono dunque contenuti nel Demiurgo, stesso, il quale non può trarli che da se stesso, perché la creazione ex nihilo è impossibile. Considerato come Creatore, il Demiurgo produce per prima cosa la divisione, dalla quale non è realmente distinto, poiché egli non esiste che nella misura in cui la divisione stessa esiste; inoltre, siccome la divisione è la fonte dell’esistenza individuale, ed essendo questa definita dalla forma, il Demiurgo deve essere considerato come formatore, ed allora egli è identico all’Adam Protoplastes, così come già abbiamo visto. Si può ancora dire che il Demiurgo crea la Materia ‑ intendendo con questa parola il caos primordiale, crogiuolo di tutte le forme – per poi organizzare questa Materia caotica e tenebrosa, ove regna la confusione, e farne scaturire le molteplici forme il cui insieme costituisce la Creazione.
Si deve ora dire che questa Creazione sia imperfetta? Certamente non la si può considerare perfetta; ma se ci si pone dal punto di vista universale, essa è uno degli elementi costitutivi della Perfezione totale. La Creazione è imperfetta solo se la si considera analiticamente e separata dal suo Principio, e lo è d’altronde nella misura stessa in cui essa è il dominio del Demiurgo; ma, se l’imperfetto non è che un elemento del Perfetto, esso non sarà veramente imperfetto, per cui in realtà il Demiurgo ed il suo dominio non esistono, dal punto di vista universale, così come non esiste la distinzione tra il Bene e il Male. Ne consegue pure, sempre dallo stesso punto di vista, che la Materia non esiste: l’apparenza materiale non è che un’illusione, anche se non bisogna concludere che gli esseri che hanno questa apparenza non esistano, perché altrimenti si cadrebbe in un’altra illusione, quella di un idealismo esagerato e mal compreso.
Se la Materia non esiste, per ciò stesso sparisce la distinzione tra Spirito e Materia. Tutto è Spirito in realtà, ma questo termine deve essere inteso in un senso del tutto diverso da quello attribuitogli dalla maggioranza dei filosofi moderni. Costoro, infatti, pur opponendo lo Spirito alla Materia, non lo considerano affatto indipendente dalla forma, per cui si può domandare in che cosa esso si differenzi dalla Materia; e se si afferma che esso è inesteso, a differenza della Materia che è estesa, come si può sostenere che l’inesteso possa esser rivestito di una forma? Del resto, perché questo volere definire lo Spirito? Che ciò avvenga con il pensiero o altrimenti, è sempre con una forma che si cerca di definirlo, ed allora non si tratterà più dello Spirito. In realtà, lo Spirito universale è l’Essere, e non questo o quell’altro essere particolare; è il Principio di tutti gli esseri, e tutti li contiene: perciò tutto è Spirito.
Quando l’uomo perviene alla conoscenza reale di questa verità, identifica se stesso ed ogni cosa allo Spirito Universale, ed allora ogni distinzione per lui scompare, ed egli contempla tutte le cose come in se stesso e non più come esteriori, perché l’illusione svanisce di fronte alla Verità, come l’ombra davanti al sole. Così, da questa stessa conoscenza l’uomo si trova liberato dai legami della Materia e dell’esistenza individuale, non è più soggetto alla dominazione del «Principe di questo Mondo», egli non appartiene più all’Impero del Demiurgo.
III
Da quanto detto in precedenza risulta che l’uomo, nella sua esistenza terrestre, può liberarsi dal dominio del Demiurgo o del Mondo ilico e che questa liberazione si opera mediante la Gnosi, cioè mediante la Conoscenza integrale. Tale Conoscenza non ha niente in comune con la scienza analitica e non la presuppone per nulla. È un’illusione troppo diffusa ai giorni nostri credere che si possa arrivare alla sintesi totale attraverso l’analisi; al contrario, la scienza è del tutto relativa e, limitata com’è al solo Mondo ilico, non esiste più di quanto esista quest’ultimo, dal punto di vista universale. D’altra parte dobbiamo anche notare che i differenti Mondi, o secondo l’espressione generalmente ammessa, i diversi piani dell’Universo, non sono affatto luoghi o regioni, ma modalità dell’esistenza o stati dell’essere. Il che permette di comprendere come un uomo vivente sulla terra possa, in realtà, appartenere non soltanto al Mondo ilico, ma al Mondo psichico o anche al Mondo pneumatico. Ed è questo che costituisce la «seconda nascita»; tuttavia, essa corrisponde propriamente parlando solo alla nascita al Mondo psichico, mediante la quale l’uomo diventa cosciente in entrambi questi due piani, ma senza accedere ancora al Mondo pneumatico, cioè senza identificarsi allo Spirito universale. Quest’ultimo viene raggiunto unicamente da chi possiede integralmente la triplice Conoscenza, mediante la quale è per sempre Liberato dalle nascite mortali: è ciò che si intende con l’espressione «solo i Pneumatici sono salvati». Lo stato degli Psichici non è insomma che uno stato transitorio: è lo stato dell’esser già preparato a ricevere la Luce, pur non percependola ancora, che non ha ancora preso coscienza della Verità una ed immutabile.
Parlando di nascite mortali, intendiamo le modificazioni dell’essere, il suo passaggio attraverso forme molteplici e variabili; in ciò non vi è nulla che rassomigli alla dottrina della reincarnazione quale la concepiscono gli spiritisti ed i teosofisti, dottrina della quale un giorno avremo l’occasione di dare maggiori spiegazioni. Il Pneumatico è liberato dalle nascite mortali, è cioè liberato dalla forma, dunque dal mondo demiurgico; egli non è più soggetto al cambiamento e, di conseguenza, egli è non agente; su questo punto ritorneremo più avanti. Lo Psichico, invece, non va oltre il Mondo della Formazione, quello che è designato simbolicamente come il Primo Cielo o la sfera della Luna, donde egli ritorna al mondo terrestre; ciò, in realtà, non significa che assumerà un corpo sulla Terra, ma semplicemente ch’egli dovrà rivestire nuove forme prima di ottenere la Liberazione.
Quanto abbiamo sin qui esposto dimostra l’accordo, anzi, l’identità reale, nonostante certe differenze nell’espressione, tra la dottrina gnostica e le dottrine orientali, e più particolarmente con il Vêdânta; il più ortodosso di tutti i sistemi metafisici fondati sul Brahmanesimo. Possiamo quindi completare le nostre considerazioni riguardanti i diversi stati dell’essere con alcune citazioni tratte dal Trattato della Conoscenza dello Spirito di Shankarâchârya.
«Non vi è altro mezzo se non la Conoscenza per ottenere la liberazione completa e finale; essa è il solo strumento che scioglie i legami delle passioni; senza la Conoscenza, la Beatitudine non può esser ottenuta.
«L’azione, non opponendosi all’ignoranza, non può rimuoverla; ma la Conoscenza dissolve l’ignoranza così come la Luce dissipa le tenebre».
L’ignoranza è qui lo stato dell’essere avvolto nelle tenebre del Mondo ilico, legato all’apparenza illusoria della Materia e alle distinzioni individuali; come abbiamo già visto, tutte queste illusioni scompaiono per mezzo della Conoscenza, la quale non appartiene affatto al dominio dell’azione e le è superiore.
«Quando l’ignoranza che nasce dagli attaccamenti terrestri viene allontanata, lo Spirito brilla di splendore suo proprio in uno stato indiviso, così come il sole risplende nel cielo allorquando le nubi si sono disperse».
Ma, prima di pervenire a questo grado, l’essere passa attraverso uno stato intermedio, quello corrispondente al Mondo psichico, ove egli non crede più di essere il corpo materiale bensì l’anima individuale; nondimeno la distinzione continua per lui a sussistere, poiché non è ancora uscito dal dominio del Demiurgo.
«Immaginando d’essere l’anima individuale, l’uomo è colto dalla paura, come chi per errore scambia un pezzo di corda per un serpente; tuttavia il suo timore viene allontanato dalla percezione che egli non è l’anima, ma lo Spirito universale».
Colui che ha preso coscienza dei due Mondi manifestati, cioè del Mondo ilico, ossia l’insieme delle manifestazioni grossolane a materiali, e del Mondo psichico, ossia l’insieme delle manifestazioni sottili, è un «nato due volte», Dwija; ma colui che è cosciente dell’Universo non-manifestato o del Mondo senza forma, cioè del Mondo pneumatico, e che è arrivato alla identificazione di se stesso con lo Spirito universale, Âtmâ: quegli solo può esser chiamato Yogi, cioè «unito» allo Spirito universale.
«Lo Yogi, il cui intelletto è perfetto, contempla tutte le cose in quanto facenti parte di se stesso, e così, con l’occhio della Conoscenza, percepisce che ogni cosa è Spirito».
Notiamo per inciso che il Mondo ilico viene paragonato allo stato di veglia, il Mondo psichico allo stato di sogno, ed il Mondo pneumatico allo stato di sonno profondo. Al di sopra dell’Universo pneumatico, secondo la dottrina gnostica, vi è il Pleroma, il quale può esser inteso come costituito dall’insieme degli attributi della Divinità. Esso non è un quarto Mondo, ma lo Spirito universale stesso, Principio supremo dei Tre Mondi, né manifestato, né non-manifestato, indefinibile, inconcepibile e incomprensibile.
Lo Yogi, o il Pneumatico, che sono in fondo la stessa cosa, si percepisce, non più come una forma grossolana, né come una forma sottile, ma come un essere senza forma; egli si identifica allora allo Spirito universale, stato che è così descritto da Shankarâchârya:
«Egli è Brahma, dopo il cui possesso non vi è più nulla da possedere; dopo il godimento della cui felicità non v’è altra felicità che possa esser desiderata; e dopo l’ottenimento della cui conoscenza non v’è altra conoscenza che possa esser ottenuta.
«Egli è Brahma, la cui vista elimina quella di ogni altro oggetto, l’identificazione con il quale impedisce ogni ulteriore nascita, dopo la cui percezione, non v’è più nulla da percepire.
«Egli è Brahma, che è dovunque: nello spazio mediano, in ciò che gli è superiore ed in ciò che gli è inferiore. Egli è il Vero, il Vivente, il Beato, senza dualità, indivisibile, eterno ed unico.
«Egli è Brahma, senza dimensioni, increato, incorruttibile, senza forma, senza qualità o caratteristiche.
«Egli è Brahma, dal quale tutte le cose sono illuminate, la cui luce fa brillare il sole e gli altri corpi luminosi, ma che non è punto reso manifesto dalla loro luce.
«Egli stesso penetra la sua propria essenza eterna e contempla il Mondo intero apparendo come Brahma.
«Brahma non rassomiglia affatto al Mondo, e al di fuori di Brahma non vi è nulla; tutto ciò che sembra esistere al di fuori di Lui è un’illusione.
«Di tutto quanto viene visto, di tutto quanto viene udito, nulla esiste che non sia Brahma, e, mediante la conoscenza del Principio, Brahma viene contemplato come l’Essere vero, vivente, beato, senza dualità.
«L’occhio della Conoscenza contempla l’Essere vero, vivente, beato, che tutto penetra; ma l’occhio dell’ignoranza non può scoprirlo, né percepirlo, come il cieco non può vedere la luce.
«Quando il Sole della Conoscenza spirituale sorge nel cielo del cuore, esso scaccia le tenebre e tutto penetra abbracciando ed illuminando ogni cosa».
Facciamo notare che il Brahma di cui si parla qui è il Brahma superiore, da non confondere con il Brahma inferiore, il quale non è altro che il Demiurgo, considerato come riflesso dell’Essere. Per lo Yogi, non vi è che il Brahma superiore, che contiene tutte le cose e al di fuori del quale non v’è nulla: per lui, il Demiurgo e la sua opera di divisone non esistono più.
«Colui che ha compiuto il pellegrinaggio del suo proprio spirito, un pellegrinaggio che nulla ha a che vedere con lo spazio e con il tempo, un pellegrinaggio che si svolge dappertutto, nel quale non si prova né il freddo, né il caldo, che procura una felicità perpetua e una liberazione da ogni pena: quegli è senza azione, conosce tutte le cose, ed ottiene l’eterna Beatitudine».
IV
Dopo aver esposto le caratteristiche dei tre Mondi e degli stati dell’Essere che vi corrispondono, ed aver indicato, per quanto possibile, che cosa sia l’essere liberato dalla dominazione demiurgica, dobbiamo nuovamente ritornare sulla questione della distinzione tra il Bene ed il Male, onde vedere quali conseguenze possano trarsi da queste ultime considerazioni.
Di primo acchito si potrebbe esser tentati di pensare così: se la distinzione tra il Bene ed il Male è illusoria, se essa in realtà non esiste, lo stesso può dirsi della morale, poiché la morale si fonda proprio su tale distinzione. Ma sarebbe andar troppo lontano. La morale esiste, ma nella stessa misura in cui esiste la distinzione tra il Bene ed il Male, cioè relativamente al dominio del Demiurgo, mentre dal punto di vista universale, essa non ha alcuna ragione d’essere. Infatti la morale può trovare applicazione solo nell’azione; l’azione presuppone il cambiamento, il quale non è possibile che nel formale o nel manifestato; per contro, il Mondo senza forma è immutabile, superiore al cambiamento, e quindi anche all’azione, perciò l’essere che non appartiene più all’Impero del Demiurgo è senza azione.
Ciò dimostra che occorre fare molta attenzione a non confondere i diversi piani dell’Universo, perché quel che si afferma a proposito di un piano può non esser vero per un altro. Ad esempio, la morale esiste necessariamente nel piano sociale, che è essenzialmente il dominio dell’azione, mentre non se ne può più parlare quando si passa a considerare il piano metafisico o universale, poiché allora non v’è più alcun genere di azione.
Chiarito questo punto, dobbiamo far rilevare che l’essere che è superiore all’azione possiede tuttavia la pienezza dell’attività; ma si tratta di un’attività potenziale, quindi di un’attività che non si esplica in azioni. Questo essere non è affatto immobile, come a torto si potrebbe dire, ma immutabile, cioè superiore al cambiamento. In effetti, egli si identifica con l’Essere, il quale è sempre identico a se stesso conformemente all’espressione biblica: «L’Essere è l’Essere». Il che ci induce ad un accostamento con la dottrina taoista, secondo la quale l’attività del Cielo è non-agente: il Saggio, in cui si riflette l’Attività del Cielo, si attiene al non-agire. Tuttavia questo Saggio, che in precedenza abbiamo chiamato Pneumatico o Yogi, può presentare le apparenze dell’azione, così come la Luna può assumere le apparenze del movimento allorquando le nubi le passano davanti, ma il vento che sospinge le nubi non ha influenza alcuna sulla Luna. Similmente, l’agitazione del Mondo demiurgico non influisce sul Pneumatico, e, a questo proposito, possiamo ancora citare alcuni passi di Shankarâchârya:
«Lo Yogi, avendo attraversato il mare delle passioni, si unisce alla Tranquillità e si allieta nello Spirito.
«Avendo rinunciato ai piaceri offerti dagli oggetti perituri e godendo delle delizie spirituali, egli è calmo e sereno come la fiamma di una lampada, e si delizia nella sua propria essenza.
«Durante la sua permanenza nel corpo, non è modificato dalle proprietà di questo, così come il firmamento non è turbato dal movimento che si svolge nel suo seno; conoscendo tutte le cose, le contingenze non lo toccano».
Possiamo così comprendere il vero significato della parola Nirvâna, di cui sono state date tante e così false interpretazioni. Essa significa letteralmente «cessazione del soffio e dell’agitazione», dunque lo stato di un essere che non è più soggetto all’agitazione, che è definitivamente libero dalla forma. Un errore molto diffuso, almeno in Occidente, è quello di ritenere che non vi sia più nulla quando si sia in assenza di una forma, mentre, in realtà, la forma è nulla e l’informale è tutto; per cui il Nirvâna, lungi dall’essere l’annientamento, come hanno preteso certi filosofi, è. al contrario la pienezza dell’essere.
Da tutto quanto abbiamo sinora esposto si potrebbe concludere che non occorra affatto agire; ma ciò è ancora inesatto, se non in principio, almeno nell’applicazione che se ne vorrebbe fare. Infatti l’azione è propriamente la condizione degli esseri individuali appartenenti all’Impero del Demiurgo. Il Pneumatico, o il Saggio, è in realtà senza azione, ma, risiedendo in un corpo, è del tutto simile agli altri uomini; tuttavia sa che si tratta solo di un’apparenza illusoria, e ciò è sufficiente affinché egli sia realmente affrancato dall’azione, poiché è mediante la Conoscenza che si ottiene la Liberazione. Essendo affrancato dall’azione, non è più soggetto alla sofferenza; questa non è che un risultato dello sforzo, ed è in ciò che consiste la cosiddetta imperfezione, anche se in realtà non vi è nulla di imperfetto.
È evidente che l’azione non può esistere per colui che contempla tutte le cose in se stesso, come esistenti nello Spirito universale, senza che vi si distinguano oggetti individuali, così come è espresso dalle seguenti parole dei Vêda: «Gli oggetti differiscono solamente per i loro nomi, accidenti e designazioni, così come le suppellettili ricevono nomi differenti, sebbene siano in realtà solamente diverse forme di terra». La terra, principio di tutte queste forme, è di per se stessa senza forma, ma tutte le contiene in potenza: tale è anche lo Spirito universale.
L’azione implica il cambiamento, cioè la distruzione incessante di forme che scompaiono per essere sostituite da altre: tali sono le modificazioni che noi chiamiamo nascita e morte, cioè i molteplici cambiamenti di stato che devono essere attraversati dall’essere che non ha ancora raggiunto la liberazione o la «trasformazione» finale, parola, questa, da intendersi nel suo significato etimologico, che è quello di passaggio al di là della forma. L’attaccamento alle cose individuali, o alle forme transitorie e periture è proprio dell’ignoranza; le forme non sono niente per l’essere che è liberato dalla forma, ed è per questo motivo che egli, anche durante la permanenza nel corpo, non è modificato dalle proprietà di quest’ultimo.
«Così egli si muove, libero come il vento, poiché i suoi movimenti non sono ostacolati dalle passioni.
«Quando le forme sono distrutte, lo Yogi entra, con tutti gli esseri, nell’Essenza che tutto penetra. Egli è senza qualità e senza azione; imperituro, senza volizione; felice, immutabile, eternamente libero e puro.
«Egli è come l’etere che è diffuso dappertutto, e che penetra nel contempo l’esterno e l’interno delle cose; egli è incorruttibile, imperituro; egli è sempre lo stesso in tutte le cose, puro, impassibile, senza forma, immutabile,
«Egli è il supremo Brahma, che è eterno, puro, libero, solo, incessantemente colmo di beatitudine, senza dualità, Principio di ogni esistenza, e senza fine».
Questo è lo stato al quale perviene l’essere mediante la Conoscenza spirituale, liberato per sempre dalle condizioni dell’esistenza individuale, liberato cioè dall’Impero del Demiurgo.
Pubblicato nel 1909 nel n. 1 di La Gnose. L’Autore, allora ventiduenne, firmava con lo pseudonimo di Palingenius. (R.S.T., n. 33)

mercoledì 8 maggio 2013

NOTE STORICHE SUL MARTINISMO 3 - di Aldebaran

IL MARTINISMO IN FRANCIA DOPO LA MORTE DI PAPUS

Alla morte di Papus la successione rimase aperta non avendo egli indicatone alcuno. Fu nominato Detré e ciò mentre Bricaud aveva già lasciato a Lione, mentre Papus si trovava al fronte come maggiore medico, il movimento martinista-gnostico a lui caro, reclutando i massoni. Come ha scritto Chevillon che fu successore di Bricaud, questi, con l’appoggio di Teder che aveva convinto Papus a “sostenere il Martinismo con la Gnosi”, si trovò da allora attivamente “ mêlé” alla direzione dell’Ordine. Morto Teder due anni dopo (nel 1918) anch’egli senza aver indicato un successore (Bricaud asserì senza prove di aver avuto la successione verbale), il Patriarca gnostico ereditò il Gran Magistero.
È in questo periodo che iniziano le scissioni già cominciate dopo la morte di Papus, e che i potentati stranieri non riconoscono più il Gran Magistero francese proprio a causa del fatto che i Gran Maestri si moltiplicano. Si giunge così all’aberrazione già detta, cioè all’intervento di una società americana autoproclamantesi superiore alle altre, che “riconosce” e “manda” senza averne alcun diritto ma trovando persone che sottoscrivono quando in buona fede e quando per riceverne “riconoscimenti”… sui quali è meglio tacere che pronunciarsi.
Scriveva Jean Chaboseau, figlio di Augustin, che fu Gran Maestro di uno di questi numerosi Ordini Martinisti, forse il maggiormente legittimo, (quello detto Tradizionale) e che, peraltro, lo sciolse dichiarandolo irregolare come tutti gli altri sorti dalla scissione: “Dopo la morte di Papus non esiste più alcuna continuità per la presidenza dell’Ordine Martinista; Papus non aveva designato un successore e se certi membri elessero Teder, una gran parte non l’accettò. Victor Blanchard, allora segretario generale, che aveva firmato la successione di Teder come secondo Gran Maestro, rifiutò di seguire la sua organizzazione, veramente nuova, tanto per i riti che per la composizione e gli obblighi che imponeva ai suoi membri. A sua volta egli costituì un Ordine Martinista di cui fu riconosciuto Gran Maestro. Teder avrebbe designato Bricaud – ma altre persone pretendono che si sia proclamato egli stesso – e Bricaud ebbe per successore Chevillon. Assassinato questi, l’Ordine Martinista alla nuova maniera (dato che le tendenze massoniche si erano accentuate ed un’ibrida fusione si era costituita con varie organizzazioni) ebbe per continuatori i fratelli Dupont e Dabeauvais. Oggi, non si sa esattamente di chi essi siano i successori, malgrado le loro affermazioni di sole regolarità martiniste”.
Lo stesso Jean Chaboseau (pare sia stato aspramente criticato da Robert Ambelain per questa messa a punto) scriveva, nel 1945: “Alla morte di Papus si assiste ad una fioritura di membri del Supremo Consiglio Martinista che si proclamarono Gran Maestri, e si fecero riconoscere da frazioni di membri. Chi pubblica un rituale, chi intende mantenere il sistema delle libere iniziazioni, infine, non si accontenta della tradizione vecchia di un quarto di secolo ma vi apporta tali modifiche che si assiste veramente alla nascita di un nuovo Ordine. Riprendendo per suo conto le affermazioni di Papus, e pretendendo di essere il legittimo successore, costui pretende anche la filiazione regolare da Martines de Pasqually attraverso Iniziatori Liberi, che gliel’avrebbero trasmessa. Chiude, poi, l’Ordine così rinnovato, ai non massoni, esigendo dei gradi massonici per l’ammissione, escludendo le donne, fabbricando un rituale”.
È chiaro che Chaboseau intende parlare di Bricaud il quale, per la realtà storica, era stato ricevuto martinista soltanto nel 1901 per opera di Papus e Superiore Incognito nel 1903, e Martines de Pasqually non c’entrava per nulla.
Questa la realtà. Sorgono così l’Ordine Martinista (di Lione) con Gran Maestro Bricaud; l’Ordine Martinista e Sinarchico con Gran Maestro Blanchard; l’Ordine Martinista Tradizionale con Gran Maestro Augustin Chaboseau (padre di Jean); l’Ordine Martinista Rettificato con Gran Maestro Boucher; l’Ordine Martinista Martinesista con Gran Maestro Dupont, tanto per citare solo i principali sorti in Francia nell’arco fra la fine della prima guerra mondiale e l’inizio della seconda, e senza citare le scissioni americane, svizzere, olandesi, belghe e sudamericane. Di quelle italiane parleremo poi.
Cominciano ovviamente le polemiche e le ricerche di “riconoscimenti” anche da parte di organizzazioni che non posseggono alcun potere tradizionale, e tutti si rincorrono nella costruzione di genealogie che partono da Martines de Pasqually o dai suoi diretti successori (ne sorgono a diecine) ma che si riallacciano, tutte, rivendicandole, alla contemporanea discendenza da Papus. Tutti si richiamano ad organizzazioni estinte da almeno un secolo o due (ovviamente per apparire ancora più autentici di Papus) però sono tutti legittimi successori di Gérard Encausse!!!
Soltanto a titolo di curiosità, perché non è possibile ad uno storico che si ritenga obiettivo e non voglia avallare fantasiose per quanto nobili (almeno nelle intenzioni) e giustificabili invenzioni presentare ciò come credibile, riportiamo qui le principali genealogie apparse in quell’epoca e dopo l’ultima guerra e che tuttora circolano come autentiche. Resta invece ferma la realtà storica che il
capostipite del Martinismo moderno, inteso come Ordine organizzato, così come è concepito ed organizzato, con le sue nomenclature da tutti adottate, è Papus e che la sua successione non può essere che unica se si vuol rispettare la tradizione.

    Ordine Martinista Tradizionale: Martines, Saint-Martin, La Noue, Hannequin, Le Touche, Desbarolles, Boisse de Mortemart, A. Chaboseau, Papus, Michelet, Jean Chaboseau (ultimo Gran Maestro che sciolse l’Ordine nel 1947),
    Ordine Martinista di Lione: Martines, Saint-Martin, Chaptal, Bernois(??), Delaage, Papus,Teder, Bricaud, Chevillon.
    Ordine Martinista Martinesista: come al precedente e da Chevillon e Dupont.
    Ordine Martinista e Sinarchico: come quello di Lione fino a Teder, e poi a Blanchard.
    Ordine Martinista Rettificato: come l’O.M.T. fino ad A. Chaboseau dopo Papus, e da questi a Boucher, Fusiller e Aurifer (R. Ambelain).
    Ordine Martinista degli Eletti Cohen: Martines, Bacon de la Chevalerie, J.B. Willermoz (con agganci alla Stretta Osservanza ed ai Cavalieri Beneficenti della Città santa), Lagrèze, Aurifer.
    Ordine Martinista propriamente detto: discendenze dirette da Papus e suo figlio Philippe
    (con accordi del 1952 e 1958 e successivi con Dupont, Aurifer e Hermete (Ivan Mosca).

È da tener presente che tutti coloro che appartenevano alle diaspore di Papus e di A. Chaboseau, fino alla morte di Papus avevano sempre riconosciuta come legittima ed unica valida discendenza quella facente capo a lui (e da lui indicata fino agli Intimi di Saint-Martin) e convalidata dallo scambio di iniziazioni avvenuto nel 1888 tra lui ed Augustin Chaboseau. Genealogia che si può tracciare così:

Saint.Martin                                               Saint-Martin

Chaptal                                                      La Noue

Barnois (??)                                             Hannequin

Delaage                                                    La Touche

                                                                 Desbarolles

                                                                Boisse de Mortemart

Papus A.                                                 Chaboseau

                          Papus - A. Chaboseau

                          A. Chaboseau - Papus

                                       P a p u s

Alla morte di Papus tutti si ritrovano a rivendicare genealogie che risalgono addirittura a Martines de Pasqually e, contemporaneamente rivendicano l’iniziazione di Papus o della sua diaspora. Tutti, salvo Augustin Chaboseau che rivendica una discendenza diretta da Saint-Martin attraverso l’iniziazione ricevuta da sua zia Amélie de Boisse-Mortemart, e da Papus attraverso le scambiate iniziazioni.
Mentre rivediamo questi appunti (tracciati nel 1960) la gran parte degli Ordini fioriti dal tronco papusiano non esistono più o conducono vita stentata in Europa, mentre alcuni hanno preso piede e forza in America latina e negli Stati Uniti ma con indirizzo eterogeneo. Attualmente l’unico Martinismo che dovrebbe esistere in Francia è quello facente capo a Philippe Encausse che ha forti
propaggini in numerosissimi paesi. Segue un indirizzo mistico richiamandosi oltre che alla tradizione papusiana all’opera e all’indirizzo del Maestro Philippe (Maître Philippe di Lione).
Ed è quello che nel 1960, appunto, noi prevedevamo, augurandoci che tutto confluisse, almeno in Europa verso un unico indirizzo o anche su indirizzi non precisi ma simili, in una catena d’unione anche filiforme ma reale. Ecco quanto scrivevamo: “Attualmente dovrebbero esistere in Francia, vivendo piuttosto isolati e con un modesto numero di adepti l’Ordine Martinista, detto di Papus, che rivendicherebbe la sua discendenza da quello Tradizionale sciolto nel 1947 da Jean Chaboseau. Ne è Gran Maestro il figlio di Papus, Philippe Encausse, che conserva l’importantissimo archivio del padre. L’Ordine sarebbe stato “risvegliato” nel 1952; L’Ordine
Martinista Martinesista, che si ricollega ad una trasmissione fra Chevillon e Dupont (pare della Chiesa gnostica). Ne è Gran Maestro lo stesso Dupont; l’Ordine Martinista degli Eletti Cohen, Gran Maestro Robert Ambelain (Aurifer) “risvegliato” nel 1942 da Georges Lagrèze e Camille Savoir, successori legittimi – a loro avviso – di Jean-Baptiste Willermoz, attraverso la successione dei Cavalieri Beneficenti della Città Santa (Aurifer dixit). Quale che sia la loro legittimità, è tuttavia certo che sul piano dell’iniziazione martinista individuale tutti sono in regola, per cui in base alla regolamentazione stabilita nel 1891, dal Supremo Consiglio presieduto da Papus, non vi può esser dubbio sulla validità di ognuno di questi gruppi. Una cosa è l’iniziazione, un’altra l’organizzazione: questa è una distinzione sulla quale non vi possono essere dubbi. Ma è per lo meno riprovevole che ogni tanto ci sia qualcuno che abbia l’uzza di proclamarsi il Gran Maestro di questa o quella “sezione” martinista, commettendo, in definitiva, un attentato al mantenimento della catena iniziatica e ciò, purtroppo, porta danno anno anche alla iniziazione. Comunque ogni gruppo martinista purché sia iniziaticamente legittimo (e cioè che ogni suo membro abbia avuto regolari e tradizionali iniziazioni tramite chi ne aveva i poteri) si può organizzare come meglio vuole purché – come disgraziatamente succede – non si creino nuovi rituali e non vi si introducano elementi estranei anche se ritenuti – e chi può dirlo? – più vicini ad una presente ortodossia, tale perché riferentesi a sistemi e nomenclature sulle quali non si hanno né si potranno avere precise documentazioni, come del resto ci sembra di aver obiettivamente dimostrato. A nostro avviso sarebbe preferibile che, almeno teoricamente o su un piano di relazioni anche filiformi, tutto facesse capo ad un solo organo direttivo e disciplinare. Non entriamo nel merito perché il nostro compito dev’essere quello imparziale di storici. Ma se ci è peraltro permesso una parola di speranza, essa è quella che si possa ritornare, in un tempo non lontano, a quell’unione che per tanti anni rappresentò l’autentica catena di pensiero e di forza che Papus ed i suoi Martinisti si erano preposti”.
La situazione creatasi in Francia alla fine del secondo conflitto mondiale era quella che abbiamo esposto. Vari gruppi i cui capi – come diceva Jean Chaboseau – “oggi non si sa esattamente di chi siano i successori” rivendicavano Gran Magisteri di genere diverso. Fa testo, in proposito, una frase di Umberto Gorel Porciatti, che dopo aver tentato di prendere contatti in Francia con qualcuno, affermava che la confusione era tale e tanta da non capirci niente e quel poco che pareva ci fosse non dava alcun affidamento.
Il 4 aprile 1942 (scrive Robert Ambelain nel suo “Le Martinisme” pubblicato a Parigi, nel 1946 da Niclaus) un Superiore Incognito, Aurifer (cioè lo stesso Ambelain), dopo aver iniziato secondo la tradizione dei Liberi Iniziatori di Louis-Claude de Saint-Martin due altri occultisti (detto, pagina 162) formò un triangolo martinista che aveva per scopo “di risvegliare la tradizione
dell’Ordine degli Eletti Cohen, e di riprendere tutti i suoi lavori, compresi quelli teurgici”. Al triangolo fu imposto il nome di Bethelios che, secondo Ambelain avrebbe significato, oltre che “Betel, in ebraico la Casa divina”, anche “Beth, la luna e Hé (Helios), il Sole”.
Da questo inizio sarebbe sorto mediante la trasmissione ottenuta al “centro del Cerchio segreto di due nomi e dello Schin e circondato da otto nomi e otto lumi” (ibid. pag, 166) il potere sui diritti e doveri e sulle cariche “dei Cavalieri Eletti Cohen e Reau-Croix”. Non è il caso di discutere sulla legittimità di tale trasmissione dei poteri e gradi di un Ordine posto in sonno nel 1778 da Sebastiano de Las Casas successore di Martines de Pasqually, il quale Las Casas avrebbe dato ordine di consegnare i documenti ai Filateti di Savalette de Langes. Ma, rifacendoci sempre all’Ambelain (opera citata, pag, 149) dobbiamo constatare che “l’insegnamento occulto di Martines conseguentemente trasmesso nella corrente del XIX° secolo, da una parte attraverso gli areopaghi cabalistici composti di Eletti Cohen che non si erano conformati all’ordine di deposito degli archivi nelle mani dei Filateti e, dall’altra per qualche massone del Rito scozzese rettificato detentore delle istruzioni segrete di J.B. Willermoz e Cavaliere beneficente della Città Santa; infine per i Superiori Incogniti affiliati alla scuola di Louis-Claude de Saint-Martin, Questi ultimi diffusero in Francia, Germania, Danimarca e soprattutto in Russia la dottrina del Filosofo sconosciuto.
Erano questi i famosi iniziatori liberi che trasmettevano il “sacramento” dell’Ordine sotto la loro personale responsabilità, e senza dipendere da alcun gruppo. Ma lo stesso Ambelain, qualche anno dopo cambiò opinione. Nel marzo 1948 in un opuscolo da lui definito “complementare” a “Le Martinisme”, intitolato “Le Martinisme contemporain et ses véritables origines” concludeva: “Noi abbiamo dunque eliminato successivamente: a) – La filiazione di L.C. de Saint-Martin; b) – la filiazione di J.B. Willermoz, di cui nessuna testimonianza o documento storico ci sono pervenuti. Peggio ancora, non abbiamo incontrato tra questi che delle conclusioni contrarie. Ciò è grave per gli Ordini martinisti i quali, organizzazioni non massoniche, non possiedono più da allora, alcuna filiazione. Ecco il problema: che rimane del movimento lasciato da Martines de Pasqually e dove si può trovare una filiazione ritualistica indiscutibile ed ininterrotta? La risposta è precisa: in seno al regime scozzese rettificato”. Ambelain, dopo aver indicato sommariamente i documenti studiati, affermava: “Che il martinismo teorico sia ignorato dalla maggior parte dei massoni del regime scozzese rettificato; che quello pratico (cioè teurgico) lo sia egualmente dagli alti dignitari dell’Ordine interiore (scudieri o cavalieri beneficenti della Città Santa) è altrettanto indiscutibile.
Non è men vero che i martinisti contemporanei desiderosi di riattaccarsi realmente, nel senso iniziatico della parola, al vero martinismo storico, dovranno recarsi a ricevere la “luce” nel seno delle logge scozzesi rettificate. Ambelain, insomma, Gran Maestro dell’Ordine “risvegliato” appunto il 4 aprile 1942 con le operazioni di cui abbiamo detto, praticamente dichiarava che l’Ordine non esisteva per mancanza di filiazione ed esprimeva chiaramente la sua vocazione massonica. Ma dopo qualche tempo, la sua opinione cambiava ancora. Il 2 ottobre 1958, data questa che ha un’importanza storica in quanto è l’anniversario della morte di Papus, e contemporaneamente ha importanza cronachistica per i reciproci riconoscimenti fra gli Ordini Martinisti francesi e la creazione di una Camera di direzione degli Ordini Martinisti, Robert Ambelain pubblicava, sotto il suo nome iniziatico di Aurifer, un quaderno ciclostilato dal titolo: “Il martinismo contemporaneo e la sua filiazione”, nella cui prefazione scriveva: “in unaplaquette pubblicata nel 1948 ed intitolata “Il Martinismo contemporaneo e le sue veritiere origini” abbiamo tentato di dimostrare che la filiazione martinista attribuita a L.C. de Saint-Martin era, storicamente, più che dubbia. Crediamo di esserci pervenuti e, oggi, è ancora senza alcuna esitazione che ne rivendichiamo, in gran parte, le argomentazioni. Tuttavia, c’è un punto che la continuazione dei nostri studi e delle nostre ricerche storiche in materia di illuminismo ci ha permesso di studiare più particolareggiatamente e che è necessario a sua volta precisare, si tratta di quello dei rapporti fra la Massoneria rettificata e gli Eletti Cohen, nelle similitudini fra i Cavalieri beneficenti della Città Santa e dei dignitari del secondo Ordine”. Secondo il testo del quaderno, l’Ordine degli Eletti Cohen sarebbe stato perpetuato da Willermoz, nell’Ordine interiore della Stretta Osservanza (C.B.C.S.) i cui due gradi interiori
sarebbero stati in possesso per via di obbedienza massonica regolare alla massoneria scozzese rettificata la quale, peraltro, non possiederebbe i gradi segreti dell’Ordine interiore (Professi e Gran Professi) e, di conseguenza, le mancherebbe la trasmissione del martinismo di tradizione. Ma i Professi e i Gran Professi (sempre secondo l’Ambelain che con questi continui ripensamenti stava
ponendo in atto quanto vedremo poi) sono degli affiliati che hanno pronunciato dei voti in una religione e, alla sua origine, l’Ordine interiore di Willermoz era aperto soltanto ai cristiani. Ed ecco la soluzione data da Ambelain a questa sua nuova “scoperta”: “È dunque la Chiesa gnostica che può, perché incontestabilmente detentrice della filiazione apostolica, dare ai Cavalieri beneficenti della Città Santa la possibilità di ristabilire questa professione, scomparsa ai nostri giorni”. E concludeva: “Noi pensiamo dunque, che se la regolarità massonica amministrativa manca (e ciò si può facilmente ammettere) all’organizzazione martinista operativa moderna, ricreata nel 1943, essa possiede almeno una filiazione iniziatica regolare e incontestabile, che può provare, dopo J.B. Willermoz e prima di lui da M. de Pasqually, lungo il canale dei C.B.C.S. e possiede, in più, per i poteri d’ordine conferiti ad alcuni suoi alti dignitari della Chiesa gnostica, cioè di ordinare, in virtù della successione apostolica, altrettanto regolarmente di coloro che lo furono nel XVIII° secolo, e di farne dei Teurghi perché, non dobbiamo dimenticarci che questa successione (la gnostica) unisce il sacerdozio secondo Melkisedec a quello secondo Aronne” (E scusate se è poco. Nota di Aldebaran).
Di conseguenza, lungo un discorso di questo genere – nel quale si intrometteva la Chiesa gnostica della quale Ambelain rivendicava il Patriarcato proclamandosene il Primate, cioè il Papa – i neo templari della Stretta Osservanza sarebbero stati dei martinisti grazie a Willermoz, ed oggi quelli irregolari dal 1945 (risvegliati dallo stesso Ambelain, a suo dire) lo divenivano grazie ad Aronne e a Melkisedec.
Senza voler per questo, da parte nostra, calcare la mano in merito all’ignoranza in questioni martiniste degli Scudieri e Cavalieri beneficenti della Città Santa (come affermava lo stesso Ambelain nel suo “Le Martinisme contemporain…”) e alla già negata filiazione martinista di Willermoz. Restava, invece, perentoriamente negata quella di Saint-Martin del quale, però, Aurifer
e cioè Ambelain) traeva i suoi poteri di libero iniziatore, in virtù dei quali era sorto nell’aprile del 1942 il famoso triangolo Bethelios dal quale discendeva tutta la faccenda.
Qui è necessario inquadrare queste “rettifiche” di Ambelain nelle contingenze di quel periodo del 1958: si era alle porte della costituzione, in Francia, di una Camera di direzione degli Ordini Martinisti (pare che la promozione provenisse proprio dall’Ambelain) e, di conseguenza, si trattava di presentarsi come meglio si poteva per conquistare un posto di rilievo e, forse, quello di rilievo maggiore. Così, con l’ultima precisazione, il triangolo Bethelios passava in seconda linea e l’Ordine Martinista degli Eletti Cohen (di cui Aurifer si era proclamato Gran Maestro) risultava risvegliato, con lo studio dei documenti fatto in più riprese, il che è saggio, da Georgess Lagrèze e Camille Savoir, successori legittimi di J.B. Willermoz l’uno la successione dei C.B.C.S., con le nuove investiture, però, dei Professi e Gran Professi da parte della Chiesa gnostica del Patriarca Jean II (cioè Ambelain). Il gioco era fatto. Tuttavia, parrebbe che Lagrèze non fosse completamente d’accordo (almeno se si deve prestar fede a Jean Chaboseau) se nel 1945 fu proprio Lagrèze a convincere Augustin Chaboseau a risvegliare l’Ordine Martinista Tradizionale di cui era Gran Maestro fin dal 1939. Se non andiamo errati, proprio nel 1958, il giorno anniversario della morte di Papus, o qualche giorno intorno, fu costituita a Parigi la già citata Camera di Direzione degli Ordini Martinisti, nella quale entrarono a far parte lo stesso Ambelain come Gran Maestro dell’Ordine Martinista degli E.C., Philippe Encausse come Gran Maestro dell’Ordine Martinista Tradizionale
(risvegliato nel 1951) e Henry Dupont quale Gran Maestro dell’Ordine Martinista Martinesista che si ricollegava ad una discendenza che Dupont affermava risalire direttamente a Chevillon. Successivamente, morto Dupont, Encausse ereditò la successione martinesista e così, nella Camera di Direzione rimasero lui e Ambelain. Nel 1962, infine, la Camera decise la fusione dei due Ordini e
ne risultò l’Ordine Martinista composto dei primi quattro gradi (linea cosiddetta cardiaca) con Gran Maestro Encausse, e dei gradi Cohen (linea teurgica) con Sovrano Gran Commendatore Ambelain. Si era praticamente giunti, contro ogni tradizione martinista al Grand’Oriente martinista e al Supremo Consiglio Cohen, rito dei Martinisti.
Tale particolare formazione martinista ebbe i suoi rituali altrettanto particolari che, tuttavia – almeno per quanto appare dai documenti in nostro possesso e che in parte riproduciamo – furono ritenuti poco martinisti da una gran parte degli appartenenti ai primi tre gradi.
Non si conoscono, poi – almeno da parte nostra – i motivi per i quali Robert Ambelain (Aurifer Sup, Incognito) il 29 giugno 1967 abdicò dalla carica di Sovrano Gran Commendatore (Cerchio interiore: Cohen) in favore di Hermete Sup. Incognito (Ivan Mosca) fin allora suo sostituto. Quali ne siano stati i motivi non ha qui alcuna importanza. Importante è che tale abdicazione sia avvenuta regolarmente come risulta da una lettera circolare dello stesso Ambelain, in data 21 luglio 1967, in cui si dice: “Firmo per l’ultima volta come Aurifer, Sovrano Gran Commendatore dell’Ordine Martinista. Da tale fatto la promozione del Molto Rispettabile Fratello
Ivan Mosca diviene effettiva ed egli assume la responsabilità di Sovrano Gran Commendatore dell’Ordine che raggruppa gli Eletti Cohen”.
In conseguenza di questa nuova situazione e delle fondamentali differenze esistenti fra le vie impropriamente dette cardiaca e operativa, Philippe Encausse ed Ivan Mosca decisero, a far data dal 14 agosto 1967, di sopprimere l’ibrida unione posta in atto nel 1962 ridando così alle due vie la loro libertà come Ordine Martinista (non massonico come risulta dalla sua stessa natura oltre che dai suoi Costituti nonché dalle dottrine di Louis-Claude de Saint-Martin e dalle regole enunciate da
Papus, suo fondatore) e come ordine massonico dei Cavalieri Eletti Cohen dell’Universo. Di qui una revisione dei rituali del 1962 ed una circolare di Philippe Encausse, in data 5 aprile 1968, in cui egli quale Gran Maestro dell’Ordine Martinista affermava che: “l’appartenenza all’Ordine Martinista e la qualità di martinista implicano la credenza nella divinità di N.S. Gesù Cristo”.
Indubbiamente tale affermazione era un po’ troppo perentoria, forzando essa la libertà religiosa dei martinisti. Ma, a ben osservare, se la Chiesa gnostica – come si andava affermando in Francia – era la chiesa ufficiale del Martinismo, la divinità del Cristo (cioè dell’Inviato di Dio, dell’Unto, del Messaggero, del Salvatore) era indubbia e dogmatica. Visto, poi, che il Cristo dei
cristiani si identifica con Gesù (e il Martinismo tale identificazione confermava identificando il Pentagrammato – Iod, Hé, Schin, Vau, Hé – che, erroneamente si ritiene debba pronunciarsi Jeshouàh, che significherebbe Gesù, mentre non è pronunciabile), l’affermazione si poteva anche ritenere più che legittima almeno da parte del Gran Maestro.
Non la ritenne legittima Robert Ambelain, non si sa con quale diritto dato che aveva dimissionato dalle sue cariche da quasi un anno. Con una sua circolare – del tutto noncurante che Hermete ed Encausse, in piena sovranità, avessero dichiarato decaduto il protocollo del 1962 e che i due Ordini, diversi per spirito, nomenclatura, tipo di Iniziazione, caratteristiche associative, avessero ripreso la loro libertà di azione e che, di conseguenza i rituali del 1962 non avevano più alcuna ragione di esistere – Ambelain, indirizzandosi “A tous les Grands-Maitres, Grands Officiers, Maitres des Loges, Frères et Soeurs, des divers Ordres Martinistes Nationaux, aussi bien qu’aux Martinistes de l’initiation Libre, et démeurés indépendents” riproduceva parte (gli articoli 12 e 14) dei protocolli del ’62 e affermava fra l’altro:

    che l’Ordine degli Eletti Cohen, come si poteva facilmente constatare, aveva fatto importanti concessioni senza essere in grado di controllare la reciprocità;
    che, visto che la maggioranza dei membri del Supremo Consiglio aveva continuamente svolto una campagna contro il Marinismo operativo e la teurgia martinista, qualificando e lasciando qualificare nei suoi gruppi, tanto a Parigi che in provincia, questi studi e operazioni, di satanismo e di magia nera (…);
    che in questa maniera, e durante cinque anni detto Supremo Consiglio aveva deliberatamente violato l’impegno preso il 28 ottobre 1972;

per questi motivi, egli, Ambelain, decideva di creare in Francia con tutte le estensioni all’estero, l’Ordine martinista Iniziatico, dichiarando testualmente: “… le quel rassemblera désormais tous les Martinistes et Impétrants éventuels désireux de rejoindre, étudier, continuer, l’oeuvre de la pléiade dont Papus fut le conducteur incontesté”

Come si vede, dopo 26 anni (dal 1962 al 1968) e dopo aver scoperto e riscoperto discendenze e controdiscendenze, aver modificato e adottato vecchi e nuovi rituali, Robert Ambelain si accorgeva che la fonte del Martinismo era la libera iniziazione (e cioè la regola di Saint-Martin) e che la guida incontestata dell’ordine e quindi colui che lo aveva fondato, era stato Gérard Encausse, detto Papus.

Lasciamo perdere, perché non si tratta più di storia ma di polemica (e anche grossolana) la presa di posizione del 2 maggio 1968 dal gruppo “Eliphas Levi” di Parigi, e la lettera dello stesso Ambelain indirizzata il 26 giugno 1968 al Presidente ed ai componenti del Supremo Consiglio dell’Ordine Martinista a Parigi (a noi inviata in copia “bien affectueusement”). Non possiamo, peraltro, passar sotto silenzio – senza per questo emetter giudizi – che il cosiddetto ordine Martinista Iniziatico ha cessato – almeno in Francia – la sua attività essendo stato sciolto il 26 agosto 1974 con lettera del “Molto Illustre fratello Robert Ambelain” dalla quale risulta anche che tale Ordine continuerebbe “a perpetuare – sotto la guida di un nuovo Gran Maestro che risiederebbe
nell’America del Sud – la filiazione martinista russa”.

Non sappiamo quanti aderenti raggruppasse questa associazione sorta da un ritorno di fiamma di Aurifer e denominata “Ordine Marinista Iniziatico” quasicché gli altri non lo fossero: un gruppo, tuttavia, ne era stato il primo nucleo e, probabilmente, l’unico. Si tratta di quello al quale abbiamo già accennato, l’”Eliphas Levi” di Parigi, presieduto dalla signora Cristiane Buisset e composto, all’epoca – cioè nel 1968 – di altre sei o sette persone.

Non è però improbabile che tale gruppo, o alcuni suoi componenti, abbiano dato la loro adesione, o siano addirittura i fondatori di un nuovo Ordine che è sorto il 24 luglio 1974 a Parigi, con sede in Boulevard Bassières 31: l’Ordine Martinista Martinesista indipendente (!!!).

Note
19 Arturo Reghini, in “Atanor” nr. 4, aprile 1924, affermava che “Teder si fece eleggere all’unanimità da un Comitato direttivo che comprendeva tre membri di cui uno era lo stesso Teder”.
20 Il verbo mêler francese si presta a parecchie interpretazioni, la più frequente e generale è quella di “mischiare”, mescolare, ma si usa anche come “intrigare”, avviluppare, imbrogliare, arruffare, e “ficcare il naso”. Non abbiamo volute tradurre il termine usato da Chevillon (che certo voleva dire “a far parte indiretta”, ma che, certo, si è espresso in modo piuttosto ambiguo).
21 Sempre Arturo Reghini, nello stesso numero di Atanor del 1924, riferendo sulla successione di Teder scriveva: “Due anni dopo lo stesso Gran Maestro (Teder) moriva a sua volta in un ospedale di Clermont Ferrand, dove il signor Bricaud, come per caso, si trovava allora mobilitato in qualità di infermiere, il che gli permise di raccogliere la sua successione e di aggiungere un nuovo titolo a tutti quelli di cui già si fregiava”.
22 Le critiche di Ambelain non potevano mancare ma bisogna dargli atto ch’egli ha pubblicato le lettere di Jean Chaboseau, per intero (pagine da 172 a 175) nel suo “Le Martinisme”, Niclaus, Paris, 1946.
23 L’Ordine dei Cavalieri massoni Eletti Cohen dell’Universo, fondato da Martines non ha mai dato l’iniziazione diretta. In quanto Ordine massonico la trasmissione doveva essere effettuata per cooptazione, in nome dell’associazione.
24 Quando, dopo la costituzione dell’Ordine Martinista e Sinarchico da parte di Blanchard si parlò di prendere in esame un eventuale incontro fra i vecchi martinisti contrari alle linee assunte da Bricaud e lo stesso Blanchard, Augustin Chaboseau che doveva ricostituire l’Ordine di Papus (Martinismo tradizionale) nel 1931, rifiutò con la seguente frase: “Comment reconnaitrais-je Blanchard pour “Grand.Maître”, moi qui ai initié Papus en 1888?”. Tuttavia anche questa frase di Chaboseau non risponde esattamente al vero perché egli e Papus si scambiarono reciprocamente le iniziazioni ricevute.
25 Questo è anche il caso di Philippe Encausse. Attuale Gran Maestro del Martinismo in Francia, che rivendica l’iniziazione diretta da suo padre (imposizione delle mani).
26 Come Gruppo, ma, ovviamente, non come Ordine.
27 Lettera di Umberto Gorel Porciatti a Artephius (Archivio Ordine Martinista, Fondo Convento di Napoli.
28 A proposito della Chiesa gnostica cfr. G. Ventura: I Riti massonici di Misraïm e Memphis, capitolo III della seconda parte: “Dalle Piramidi alla Chiesa gnostica” e cap, I della terza parte, “Dalla Chiesa gnostica all’ateismo?
29 Le sottolineature sono di Aldebaran.
30 Come si vedrà poi, Ambelain abdicherà la Chiesa gnostica ed affermerà che il Cristianesimo ha fatto il suo tempo e così anche il Martinismo. Non si capisce come mai un uomo che si proclamerà – si vedrà poi – l’iniziatore di “tutti” i martinisti (non si sa su quali basi) possa aver cambiato tanto e continuamente di opinioni. E perché?
31 Lettera di J. Chaboseau, Gran Maestro dell’Ordine Martinista Tradizionale (datata settembre 1947) con la quale poneva in sonno l’Ordine e dava le dimissioni da Gran Maestro. Apud: Ph. Encausse: “Sciences Occultes” Ocia Paris, 1949, pag, 76.
32 R. Ambelain, con la stessa data, come Jean III (cioè Patriarca della Chiesa gnostica) abdicò al patriarcato in favore del vescovo André Mau…., primate della France Contée, che assume il nome di T. Andreas.
33 Con la stessa data del 14 agosto 1968, Ivan Mosca, firmando Hermete, avvalendosi dei suoi poteri poneva in sonno l’Ordine dei cavalieri massoni Eletti Cohen dell’Universo, scioglieva il Sovrano tribunale dell’Ordine ed il suo segretariato generale, aboliva tutte le cariche e funzioni gerarchiche e amministrative da lui concesse o dal suo predecessore R. Ambelain, bloccava tutti i lavori collettivi, annunciava lo studio di tutti i documenti posseduti e la convocazione avvenire di un Convento mondiale dopo che una speciale Commissione avrà emesso parere favorevole e che sarà stata verificata la presenza dell’Energia Primaria nei cerchi sacri ecc. ecc. (cfr.: “L’Initiation” n° 4, ott.-nov.- dic. 1968, pagine 230-231, e Archivio Ordine Martinista, Fondo Scissione 1971).
34 Precisiamo che i martinisti italiani non hanno mai riconosciuto alcuna chiesa ufficiale del Martinismo.
35 In effetti i cinque segni Jod Hé Schin Vau Hé non si leggono Gesù bensì (ammettendo che si possano leggere) Giosué. Gesù si scrive Jod Schin Vau e si legge Jeshua.
36 A scanso di equivoci si tratta dell’Ordine martinista scaturito dall’unione dell’Ordine Martinista Tradizionale e dall’Ordine Martinista Martinesista (facenti capo a Ph. Encausse) con l’Ordine Martinista degli Eletti Cohen fondato da Ambelain, e dall’ordine dei cavalieri massoni eletti Cohen dell’Universo.
37 Circolare del 29 aprile 1968 firmata da Ambelain come Gran Maestro della R+C kabbalistica (??) e da G. Buisset, come Gran Maestro Aggiunto dell’Ordine Martinista iniziatico (sic!).
38 Non si capisce perché tale campagna sia stata tollerata per cinque anni (dal 1962 al ’67) senza che R. Ambelain, allora Sovrano Gran Commendatore dell’Ordine, intervenisse.
39 Lettere circolari sono pervenute anche al Gran Magistero italiano, inviate dallo stesso Aurifer, e sono conservate nell’Archivio dell’Ordine sulla Grande Montagna.
40 Cfr.: “L’Initiation” nr. 3 (luglio-agosto-settembre 1974) rubrica “Informations martinistes et autres”.
41 Vedi nota nr. 8 e anche “Bollettino dell’Ordine Martinista nr. 12 (ott.-nov.-dic. 1974) rubrica documenti, pagine 5, 6, 7. Vedi anche Journal Officiel (Francia) del 13/X/74, dichiarazione alla Sottoprefettura di Mantes-la Joilie: “L’Associazione Ordre Martiniste Initiatique, decide la sua cessazione”.
42 Cfr. Réponse du Groupe E. Levi à la circulaire du 5 avril 1968, au président de la Chambre de direction (Arch. Ordine Martinista, Fondo Francia).

lunedì 15 aprile 2013

Eletti Cohen e Martinisti - Francesco Brunelli

Debbo premettere che controvoglia mi accingo a scrivere questa replica all’articolo di Aldebaran S.I.I. pubblicato nel n. 6 di Conoscenza del 1971 per un motivo assai evidente, determinato dalla diffidenza — direi così — di chiarire in un giornale (che per quanto diffuso in cerchi ristretti è pur sempre un giornale «profano») dei fatti estremamente riservati quali quelli iniziatici.
Tuttavia poiché Aldebaran non è in grado di discernere ciò che è dovuto a Dio e ciò che è dovuto a Cesare, cercherò di dire (... senza dire) le cose che debbono esser dette, ben conscio che non io ho scelto questo piano che una certa riservatezza ed un certo buon gusto avrebbero fatto escludere a priori.
Aldebaran parte da un articolo pubblicato da F.B. sulla Rivista Massonica del mese di settembre 1971, e non avendo capito il perché quell’articolo fu pubblicato in quella forma (e nessuno del resto lo autorizzava a capire) lo critica facendo una lezione su come si deve scrivere la storia. Nessuno ovviamente gli contrasta la «cattedra» di storico che si è autoappioppato (ognuno si può ritenere ciò che desidera, purché non danneggi la collettività in cui vive) tuttavia è bene precisare che la storia e la ricerca storica del mondo profano differiscono alquanto dalla storia e dalla ricerca del mondo iniziatico. Vorrei aggiungere per gli eventuali sprovveduti lettori, che esiste qualche differenza sostanziale tra i due mondi per cui se le tecniche e la prassi del mondo profano possono essere adottate ed applicate nel mondo iniziatico esse sono valide sino ad un certo punto e cioè sino alle frange profane di quell’altro mondo. E se è vero il contrario, come Aldebaran sembra credere, allora i due mondi sono eguali e lui stesso, che non trascura di titolarsi da iniziato, in sostanza ne è fuori.
Che sia fuori dalle cose di cui vuol discutere, questo è chiaro, Aldebaran non è mai stato un Cohen, né lo è, né lo sarà mai. Tuttavia con la sua mentalità profana, possedendo dei documenti (che poi sono sparsi nella letteratura iniziatica ed accessibile quindi a tutti) ha la pretesa di discutere su un Ordine cui non appartiene, non solo, ma ha la pretesa di correggere e di insegnare agli altri partendo da documenti di cui non conosce né le motivazioni che li hanno causati, né gli effetti ch’essi hanno determinato. Potremmo commentare il suo scritto con le sue stesse parole: «Si tratta di semplice nozionismo esatto (per la parte che un profano al di fuori dell’Ordine può conoscere), ma assolutamente bastante per dare un’idea generale».
E se il possesso di quattro cartoni (che come lui scrive mi sono stati dati in copia fotostatica) che nulla hanno a che vedere con la ritualità Cohen (e questo lo posso attestare io e non lui — che non è Cohen —) gli danno la possibilità di autoconferirsi il diritto di giudicare di fatti ed eventi che esulano dal suo campo e dal suo mondo, sia ben chiaro che si tratta di un autoconferimento che non dovrebbe debordare nel mondo profano a meno che questo debordamento non sia artatamente condotto per intorbidare delle acque a scopi particolari su cui non desidero indagare, tanto questi scopi e questi metodi sono lontani dalla prassi iniziatica.
Ci sono tuttavia delle cose da dover puntualizzare perché altri «storici» non ricadano in errori, ricalcando gli orrori scritti da Aldebaran nell’articolo citato. Ovviamente, e per quanto premesso, e per non occupare tutto lo spazio della rivista che mi ospita, debbo limitarmi alle cose fondamentali.
Dall’articolo si trae l’impressione che gli Eletti Cohen in Italia vivessero da lungo tempo coperti dal manto della cosiddetta Grande Montagna veneziana. (Qui uno «storico» direbbe che non è documentata l’esistenza di una montagna nella laguna veneta!).
In effetti a Venezia non esisteva niente di Cohen e quando dico niente intendo proprio ciò che la parola significa. Su cosa si basa Aldebaran per scrivere (pag. 29) e far capire che Ambelain avrebbe dovuto andare a cercare lumi a Venezia quando scrive «da chi fu concessa l’autorizzazione di scegliere i Cohen tra i Martinisti?»... «Ma quest’Ordine (quello Martinista di Venezia) non fu interpellato anche se aveva dichiarato, sulla base delle sue sperimentazioni, di avere pretese (nientemeno!) sulla filiazione massonica Cohen». Su cosa si basa Aldebaran quando rimprovera ad Ambelain (sempre pag. 29 di Conoscenza) il diritto di veicolare i Cohen sul Martinismo?
Semplicemente sul fatto che (anche se carnevale è passato, i lettori possono egualmente ridere... o piangere se credono) sulla carta intestata dell’Ordine Martinista (di Venezia) era scritto «ORDINE MARTINISTA O (che a casa mia significa oppure) DEGLI ELETTI COHEN»!
L’enormità della cosa balza anche agli occhi profani. I predecessori di Aldebaran, in base alla propria conoscenza (!?!?!) dei fatti iniziatici, avevano fatto stampare una carta intestata simile, che è stata utilizzata sino al Convento di Ancona del 1962 ove io stesso imposi la cessazione di un simile scempio. Per loro il Martinismo e la tradizione Martinista (fatta rivivere da Papus che è il creatore del Martinismo contemporaneo) si poteva confondere, oppure era la stessa cosa del Martinezismo della dottrina cioè e della teurgia di Martinez de Pasqually, il creatore degli Eletti Cohen!
Ed è bene che altro non precisiamo, perché come scrive lo stesso Aldebaran, «siamo Martinisti e come tali legati alla Tolleranza». Ma se altro dovremmo precisare è che nella trasmissione iniziatica in uso a Venezia NULLA c’è di Martinezismo, anzi esiste la repulsione per il Martinezismo e la Teurgia. (E ciò è ampiamente documentabile).
E su queste basi: a) quattro cartoni che non si riferiscono alla teurgia Cohen, ma ad operazioni di magia «classica»; b) carta intestata sbagliata; il nostro Amico, basa le sue pretese e si erige a giudice di uno dei miei Maestri, Robert Ambelain! Che il lettore — anche se profano — giudichi.

La seconda puntualizzazione concerne il Convento di Ancona.
Esso era stato preceduto da numerosi tentativi eseguiti da me per dar forza e vigore al Martinismo in Italia. Debbo confessare che solo una forza d’animo particolare mi aveva animato in quegli anni. L’esoterismo in Italia, come ebbe a dirmi il De Conca, nell’immediato dopoguerra e per molti anni ancora, assomigliava ad un carnevale.... Il De Conca si era tratto in disparte ed in disparte rimase sino alla sua dipartita nelle Valli Celesti, ma era allora, più di me, in grado di giudicare.
Dopo una serie di approcci, dopo incontri con personalità interessanti più la psicopatologia che la iniziazione, giunsi a riprendere dei contatti con Venezia da cui sembrava provenire un’alta spiritualità. (E lo spirito c’era, ma mi sia concesso di non dire «quale» spirito).
Bene dopo lunghe trattative si giunse a stampare un invito per un Convento ove si sarebbero incontrati i Martinisti italiani per giungere ad una fusione. Il testo dell’invito a stampa lo riproduco di seguito.
L’invito si noti bene era fatto a nome dell’Ordine Martinista degli Eletti Cohen.

«In una riunione del Gran Collegio dei Superiori Incogniti dell’Ordine Martinista degli Eletti Cohen in Italia, avvenuta nel mese di marzo 1962 allo scopo di esaminare i rapporti intercorrenti tra i Martinisti Italiani ed i passi compiuti per addivenire ad una unificazione è stato formulato il seguente ordine del giorno: “Il Gran Collegio dei SS.II. d’Italia, preso atto dei favorevoli sviluppi del processo di unificazione del Martinismo anche in Italia, propone la organizzazione di un CONVENTO da tenersi in una città italiana nel periodo della luna piena del Sagittario (10, 11, 12 dicembre 1962) allo scopo di addivenire ad una fusione di tutti i gruppi italiani in una unica famiglia e pone all’ordine del giorno i seguenti argomenti:
Parte I omissis
Parte II omissis
Parte III (riservata ai soli SS.II.)
a) rafforzamento della catena del Nostro Ordine allo Eggregoro tradizionale per mezzo di un unico rituale operativo, simbolico, liturgico, teurgico da stabilirsi dopo lo studio dei rituali in uso presso i vari Ordini;
b) nomina di una o più commissioni per la attuazione del postulato del comma a), parte III.
Parte IV Nomina del Gran Maestro del Martinismo (unificato) e sua istallazione.
Seguono disposizioni organizzative ecc... ”».

È ben evidente che l’Ordine Martinista (Venezia) o degli Eletti Cohen come si chiamava e l’Ordine Martinista degli Eletti Cohen si presentarono ad Ancona in piena parità. I Martinisti degli Eletti Cohen, per i soli gradi della tradizione papusiana diedero il riconoscimento ai martinisti di Venezia di essere l’unico ramo italiano sopravvissuto agli eventi bellici e quindi (per i soli gradi papusiani) venne stabilito di creare un solo Ordine Martinista (un nuovo Ordine Martinista che cambiava denominazione, costituzioni e rituali mediante una unificazione delle vesti della unica essenza tradizionale, sia ben chiaro) in cui non vi fossero discriminazioni di sorta. Ed invece Artephius firmò nel modo detto da Aldebaran. Bene... che cosa si sarebbe dovuto fare? Aldebaran successivamente, con il pretesto di regolarizzare i documenti degli Iniziatori provenienti non da Venezia, sostituì tali documenti... e via di seguito sino ad accampare l’assurda pretesa di governare l’Ordine da Sovrano munito di poteri personali ed assoluti. (Bologna, luglio 1971).
Per tale ragione i membri del disciolto Gran Collegio dei SS.II. dell’Ordine Martinista degli Eletti Cohen, riunitisi a Perugia il 15-9-1971, stabilivano quanto segue:

«Il Gran Collegio dei SS.II. d’Italia, sotto la presidenza del F:: NEBO Gran Maestro dell’Ordine Interiore e Gran Maestro Sostituto dell’Ordine (atto n. 14/62 del 4-11-1962 del S.C. dei SS.II.) su unanime richiesta dei SS.II. italiani si è risvegliato pro tempore (nota bene), onde esaminare la situazione attuale del Martinismo in Italia.
«Considerati i risultati della riunione del G.C. dei SS.II. del 18-7-1971 tenutasi nella città di Bologna ove è emersa la volontà di imprimere un orientamento antitradizionale al Martinismo Italiano attraverso modifiche sostanziali dei Regolamenti e delle Costituzioni quali furono approvati dal compianto Gran Maestro Artephius in applicazione al protocollo di unificazione degli Ordini Martinisti stipulato in Ancona nel 1962, la cui osservanza dallo stesso fu raccomandata in un punto di morte;
«Considerati gli atti, le ingiunzioni ed il contenuto di lettere pervenute ai SS.II.II. tendenti alla instaurazione di forme e di metodiche lesive dei poteri dei SS.II. stessi ed aventi come effetto lo sfaldamento rapido del Martinismo in Italia (come si sta verificando — nota —);
«Considerato altresì lo stato generale di disorientamento e di disagio emergente da nove anni di convivenza in un Ordine che non aveva conseguito lo scopo fondamentale di raggiungere una reale unione nelle opere e negli intenti;
«Udita l’unanime richiesta dei SS.II.II. presenti alla riunione informativa tenutasi a Roma il 12-9-1971 (e che ha determinato il risveglio di questo Collegio), constatato altresì il contenuto delle deleghe e delle richieste pressanti e delle indicazioni emergenti dalla corrispondenza recentemente intercorsa tra i membri di questo Collegio ed i SS.II.II. italiani forzatamente assenti alla riunione di Roma;
stabilisce quanto segue:
1) Il protocollo di unificazione degli Ordini Martinisti Italiani firmato ad Ancona l’11-12-1962, viene denunciato con effetto immediato.
2) In forza di tale denuncia l’O.M. degli E.C. viene risvegliato in Italia, tale risveglio è limitato al circolo esterno comprendenti i gradi dall’1 al 4.
3 ) omissis
4 ) omissis
5 ) omissis
6) Stabilisce di convocare al più presto il Gran Consiglio dei SS.II.II. sotto forma di Convento onde:
a] valutare globalmente gli effetti derivanti dalla denuncia del protocollo di unificazione degli Ordini Martinisti in Italia;
b} procedere al reinserimento dell’Ordine nell’ambito del Martinismo mondiale dal quale ne era avulso;
e) procedere al rinnovo delle cariche dell’Ordine che all’atto della convocazione del Congresso si presenteranno dimissionarie;
d) provvedere ad ogni altra decisione in merito agli statuti, ai regolamenti e ad ogni altro problema che si dovesse presentare.
fir.to:
Nebo REAU †, S.I.I. Gran Maestro
Sirius S.I.I., Gran Cancelliere
Lucius REAU †, S.I.I. Gran Segretario».

Convocato il Convento, il Gran Collegio dei SS.II. dell’Ordine Martinista degli Eletti Cohen emanava la seguente dichiarazione il 31-X-1971 da Roma.

«Il Gran Collegio dei SS.II. d’Italia, sotto la presidenza del G.M. Nebo REAU †; considerato che il risveglio dell’Ordine avvenne pro tempore a far data dal 15-9-1971 con il limitato scopo della denuncia del protocollo di Ancona dell’11-12-1962 e della convocazione dei SS.II.II. della propria filiazione affinché insieme ad altri di altre filiazioni si riunissero in Convento per decidere sul futuro del Martinismo italiano, ritiene esaurito il proprio scopo con la odierna tornata a Roma ove i SS.II.II. ricostituiranno l’Ordine Martinista secondo l’antica tradizione.
Il Gran Collegio dei SS.II.II. d’Italia dell’O.M. degli E.C. riprenderà la propria attività nel seno dell’Ordine Martinista e con le funzioni che il Convento assegnerà ai suoi componenti, tuttavia prima di porre in sonno nuovamente questo G. Collegio, essi riconfermano di fronte ai Martinisti italiani il loro impegno e la loro vocazione di salvaguardia e di difesa della tradizione e della iniziazione contro ogni tentativo presente o futuro di prevaricazione, di degenerazione, di disgregamento sempre proveniente dalle forze mai sopite della controiniziazione. E ciò a gloria di IOD HE SCHIN VAU HE, Grande Architetto dell’Universo ed in unione con i Maestri Passati». ― Seguono le firme ed i sigilli personali dei membri del Gran Collegio dei SS.II.II..

Il convento riunitosi lo stesso giorno a Roma, sotto la presidenza del Fratello Melchior S.I.I. decano dei Martinisti italiani, provvedeva alla ricostituzione dell’Ordine Martinista in Italia, al ripristino delle tradizioni Martiniste ed alla nomina del nuovo Gran Maestro con funzioni di Presidente, nella persona del Fratello ALOYSIUS. Nello stesso giorno le organizzazioni iniziatiche occidentali di tradizione, la ROSA+CROCE KABBALISTICA e la ECCLESIA GNOSTICA APOSTOLICA UNIVERSALE, facevano pervenire le loro felicitazioni ed il loro augurio. Il giorno successivo venivano riorganizzati i CAVALIERI DEL TEMPIO, C.B.C.S. a difesa del TEMPIO DELLA INIZIAZIONE!
Concludo, che una conclusione si impone poiché lo spazio di già occupato non mi consente di abusare della Rivista «Conoscenza», con la sola puntualizzazione di tre punti che ritengo fondamentali per chiarire alcune affermazioni del nostro Aldebaran pubblicate nel n. 6-1971 di questa Rivista. Agli altri punti, se vi saranno interrogativi personali, potrò rispondere privatamente.
In primo luogo contesto ad Aldebaran la facoltà di erigersi a «storico» dei Cohen sulla base di una documentazione del tutto insufficiente e di «pezze» giustificative che nulla giustificano se non la sua presunzione di parlare iniziaticamente pur essendo fuori del mondo iniziatico di cui vuol scrivere.
In secondo luogo contesto ad Aldebaran la facoltà ed il potere di giudicare l’opera di Ambelain nella sua qualità di Sovrano Gran Maestro degli Eletti Cohen dell’Universo e di accaparrarsi titoli in questo campo basandosi sul possesso di una carta intestata in modo errato.
In terzo luogo contesto ad Aldebaran di occuparsi del Martinismo in Italia se non per la limitata porzione che gli compete (e di cui sia io che i miei Fratelli gli abbiamo attribuito potestà al momento della imposizione su di lui delle nostre mani) e ciò in virtù dei poteri in possesso di qualsiasi S.I.I. secondo la tradizione secolare. E sempre invocando tali poteri, gli contesto la facoltà di giudicare la prassi seguita per la denuncia del patto di Ancona ed il ristabilimento del Martinismo di tradizione nel paese che temporaneamente ci ospita.
Ciò sia sufficiente. Chi sa avrà tutto compreso, chi non sa avrà compreso quanto è sufficiente per lui.