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lunedì 24 marzo 2014

PREGHIERA DELL'ARDENTE AMORE DI DIO JAKOB BÖHME

O tu, Iddio santo, che dimori nella Luce a cui nessuno può giungere se non l'amore del tuo Figlio Gesù Cristo, l'amore che per pura grazia versasti per suo mezzo all'umanità, con cui tu amasti noi poveri uomini prima ancora della creazione del mondo e per cui tu ci liberasti dall'angoscia e dal potere della morte; tu ci offri questo amore attraverso tuo figlio Gesù Cristo, nell'ardente fiammeggiare del tuo spirito, noi ti preghiamo, concedilo a noi.
Io povero uomo indegno, mi riconosco senza meriti per tali benefici; ma poiché tu hai rivelato il tuo amore nella nostra umanità che tu hai assunto, e chiami a te i miseri peccatori perduti, e ti sei fatto carne, per cercarli nelle loro stesse colpe e nella loro miseria e liberarli dal peccato e renderli beati, come dice la tua parola; ecco io vengo a te, o Padre pieno di amore, chiamato dalla tua parola e prendo la tua parola e la tua verità nel mio cuore, nell'anima mia e la stringo a me come tuo dono, e ti prego, o fiammante amore di Dio, donato a noi, povere anime assetate, in Gesù Cristo, accendi anche la mia povera anima con questo amore, perché io riceva nuova vita e nuovo volere e sia fatto libero dal carcere della tua ira e dalla vendetta della morte.
O ardente amore di Dio, che infrangesti nella nostra Umanità la morte e distruggesti l'Abisso e ci conducesti attraverso la morte alla vittoria in Cristo, tu che scendesti sulla bocca e nel cuore degli Apostoli in fiamma splendente, e infiammasti tutti i tuoi Santi, e compisti per opera loro i tuoi miracoli, tu che ami e sorreggi il mondo intero e tutte le creature, a te io vengo e in te tutto io mi abbandono.
O divina fonte infinita, sgorga nel profondo mio spirito, accendi anche in me il fuoco del tuo amore, perché il mio spirito arda tutto del tuo amore, e in esso io ti riconosca e ti lodi.
O santità infinita, per i meriti del nostro Salvatore Gesù Cristo, per il suo sangue e la sua morte, io mi volgo a Te, mi getto nella tua fiamma. Per la sua resurrezione e la sua ascensione io elevo il mio volere a Te e lo abbandono interamente in Te, perché tu faccia di lui ciò che tu vuoi. Liberalo dal falso piacere, spezzagli le catene, perché egli aspiri solo a Te.
O forza santa di Dio, che stai nel cielo e sulla terra, e sei tanto vicina ad ogni cosa, versati anche in me, perché io rinasca nuovamente in Te, ed in Te rinverdisca e produca buoni frutti, come un tralcio della vite del mio Salvatore Gesù Cristo, a tua lode ed eterna potenza.
O porta di santità di Dio, risplendi nel tuo tempio del mio spirito, perché io cammini nel tuo amore, e in ogni tempo ti celebri, e ti serva in Santità e in giustizia, come tu vuoi, perché tu sei l'unico Dio, Padre, Figlio e Santo Spirito, lodato e celebrato nell'eternità. Amen.
 
 

giovedì 16 maggio 2013

Il Cuore e la Scin di Jacob Bohme - Elenandro

Il Glifo rappresentato a sinistra, è ad opera di Jacob Bohme, mistico del 17° secolo. Individuiamo un cuore rovesciato, quasi a simboleggiare una fimma, nella cui corona esterna ardono delle lingue di fuoco, mentre al suo interno abbiamo una scomposizione e ricomposizione del Tetragramma. 

Ai fini dei nostri lavori è interessante notare come già Jacob Bohm abbia incluso nella formula tetragrammatica, in quanto noi privilegiamo parlare di formula onde sottolinerare che la nostra inflessione non è religiosa, la Scin. La quale come sappiamo è la lettera madre legata all'elemento Fuoco, e tratto fra i tratti distintivo dell'operatività martinista

E' il fuoco con la sua presenza o assenza che su questo piano determina il passaggio di stato fra ogni elemento, così è il fuoco pneumatico che permette il passaggio di stato dalla materia grossolana di cui siamo ricoperti, alla forma sottile. Un fuoco che discende ed arde nel nostro cuore, il quale deve essere prima stato purificato (le fiamme esterne), rimodulata la sua polarizzazione (è rovesciato), redenti i 4 elementi (formula tegragrammatica), al fine di poter permettere all'uomo, di tornare ad acquisire la sua completa dimensione spirituale.

 “Il Padre che è nei cieli darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiederanno” (Luca XI, 13). 

Su questo versetto del Nuovo Testamento il giovane Jacob Bohme amava meditare, in quanto consapevole della necessità di un elemento spirituale, in grado di redimere dall'interno la natura umana. 


Aforismi di Jakob Böhme

Riportiamo qui alcuni aforismi illuminanti del pensiero mistico di Jakob Böhme, la cui figura molto influenzò Louis Cloude de Saint Martin 



«La nostra conoscenza deve essere completa nell'amore di Cristo (amore divino), in modo da amarci reciprocamente. Senza di ciò, la nostra conoscenza non servirà a nulla. Se non introduco la mia conoscenza, insieme al mio desiderio, nell'amore di Dio, in cui Egli ci ha amato in Cristo, e se non amo il mio prossimo nell'amore di Dio nel Cristo, nell'amore con cui Dio ci ama e con cui egli ci amò sebbene fossimo suoi nemici, non possiedo la luce di Dio dimorante in me stesso».

«Non acquisisco la mia conoscenza dalle lettere e dai libri, ma la posseggo entro me stesso, poiché il cielo e la terra con tutti i loro abitanti, e inoltre Dio stesso, sono nell'uomo».

«Il tuo stesso udito, la tua stessa volontà e la tua stessa vista ti impediscono di vedere e udire Dio. Esercitando la tua volontà, ti separi da quella di Dio e impiegando la tua vista, tu vedi solo entro i tuoi desideri, mentre tali desideri ostruiscono il tuo stesso senso dell'udito, chiudendoti le orecchie con ciò che appartiene alle cose terrene e materiali. Ciò ti mette a tal punto in ombra che non puoi scorgere ciò che è supersensoriale e al di là della tua natura umana. Ma se rimani tranquillo, e ti trattiene dal pensare e dal sentire con il tuo sé personale, allora ti verranno rivelati l'udito, la vista e la parola eterni, e Dio vedrà, sentirà e udrà attraverso di te».

«Colui che legge questi scritti e non riesce a comprenderli, non dovrebbe metterli da parte, immaginando che non possano mai essere afferrati. Dovrebbe cercare di mutare la sua volontà ed elevare la propria anima a Dio, chiedendogli la grazia e la comprensione, e quindi potrebbe riprendere la lettura. Troverà allora maggiori verità di quanto aveva potuto fare precedentemente, finché il potere di Dio finalmente si manifesterà in lui ed egli verrà tratto nelle massime profondità, nei fondamenti soprannaturali, cioè nell'unità eterna di Dio. Allora udrà parole di Dio reali ma inesprimibili, che lo condurranno attraverso la radiazione divina della luce celeste, perfino entro le forme più rozze della materia terrestre, e da questa risalirà a Dio; e lo Spirito di Dio investigherà ogni cosa in lui e con lui».

    «Non devi fare nulla, ma abbandonare la tua volontà alla propria disposizione. Le tue cattive qualità si indeboliranno e ti tufferai con la tua volontà nell'Uno dal quale uscisti in principio. Tu giaci prigioniera delle creature: abbandona la tua stessa volontà e morranno in te le creature e le loro  cattive inclinazioni, che ti trattengono perché tu non vada a Dio»

« L'Uno, il "Sì", è puro potere, è la vita e la verità di Dio, o Dio stesso. Dio però sarebbe inconoscibile a Se stesso e in Lui non vi sarebbe alcuna gioia o percezione, se non fosse per la presenza del "No". Quest'ultimo è l'antitesi, o l'opposto, del positivo o verità; esso consente che questa divenga manifesta, e ciò è possibile solo perché è l'opposto in cui l'amore eterno può divenire attivo e percepibile. »

"Il regno di Dio è nella nostra interiorità."

«Non si tratta in nessun modo di distoglierci da noi stessi e di guardare altrove in maniera puramente formale, negando semplicemente "noi-stessi" e tuffandoci in un aldilà vuoto. È impossibile, dunque, immaginare di essere ciò che non siamo. Che cosa potremmo pensare di diverso, se non la nostra stessa morte - e questo con la folle pretesa di considerarla come la nostra vita? "Perdere" se stessi non significa assolutamente trovare se stessi. È impossibile - fortunatamente, per la nostra salvezza - essere in grado di pensare questo e, peggio ancora, di rendere reale il contenuto di un tale pensiero - cioè la negazione e la perdita di noi stessi. Nessun mistico è riuscito ancora in modo puramente formale a distogliersi veramente da se stesso e fissare l'aldilà - meno ancora a uscire da sé e superarsi mediante una negazione pienamente formale del suo io. Chi cerca di guardare nell'aldilà vuoto, ancora una volta, non fa che trovare se stesso, benché pretenda il contrario. Perché possiamo distoglierci veramente da noi stessi e guardare all'aldilà, occorre che il nostro sguardo sia irresistibilmente attratto da un oggetto, che sia uno sguardo materialmente pieno. Occorre, di conseguenza, che ciò che noi riteniamo essere il nostro aldilà non sia il vuoto, il niente, ma qualche cosa, o piuttosto qualcuno... Questo "qualcuno", questo "altro" è Gesù Cristo».


«Dio - ed è l'errore di molti misticismi - non è né oggetto di contemplazione né di meditazione fra tanti altri. Anzi, Dio si sottrae a ogni contemplazione. Perché Dio agisce e lo fa mediante la sua Parola. Parla e vuole farsi ascoltare».

«Il Padre, che governa il primo principio, il fuoco, genera eternamente il Figlio, la luce, mediante le sette forme della natura eterna; e il Figlio, rivelandosi nel secondo principio come luce, per sempre glorifica il Padre. La volontà eterna, il Padre, conduce il Suo cuore, il Suo Figlio Eterno, mediante il fuoco fino al grande trionfo nel suo regno di gioia. Quando il Padre pronuncia la Sua Parola, cioè quando genera il Figlio, il che viene compiuto eternamente e continuamente, tale Parola prima di tutto assume la sua origine nella prima e aspra qualità, dove diviene concepita. Nella seconda o dolce qualità riceve la sua attività; nella terza si muove; nel calore sorge e accende il dolce flusso del potere e del fuoco. Ora tutte le qualità sono fatte ardere dal fuoco acceso, e il fuoco viene alimentato da esse; ma questo fuoco è uno solo e non molti. Questo fuoco è il vero Figlio di Dio Stesso, che continua a nascere dall'eternità all'eternità. Il Padre è il primo di tutti gli esseri concepibili, ma se il secondo principio non divenisse manifesto nella nascita del Figlio, Egli non verrebbe rivelato. Lo Spirito Santo, manifestando Se stesso nel terzo principio, deriva eternamente dal Padre e dal Figlio, e in Lui e con Lui emana lo splendore della maestà di Dio».