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venerdì 21 luglio 2017

MARTINISMI E MARTINISTI - Algol S.I.I.



Molte volte in passato si è tentato, in Italia, senza, peraltro, mai riuscirvi, di trovare un punto di coesione fra diversi Ordini Martinisti. Il più noto, sulla spinta di quello che fu stipulato in Francia fra Papus (Encosse) e Aurifer (Ambelain), è stato quello che avvenne, immediatamente dopo, quando, al Convento di Ancona del 1962, l’Ordine Martinista e l’Ordine Martinista degli Eletti Cohen, nelle persone, rispettivamente, di Artephius (Zasio) e Nebo (Brunelli), sottoscrissero un protocollo, dei princìpi da rispettare, per la riunione dei due Ordini. Un secondo tentativo fu espletato, nel 1983, fra Libertus (Comin) G.M. dell’Ordine Martinista Antico e Tradizionale, successore di Nebo, e Vergilius (Caracciolo) G.M. dell’Ordine Martinista, successore di Aldebaran. Entrambi i tentativi fallirono, ufficialmente, per diversità insanabili di impostazione: una visione mistica, quella di Aldebaran (Ventura), successore di Artephius (Zasio), ed una teurgica, quella degli Eletti Cohen di cui era G.M. Nebo (Brunelli).
Quello che sta accadendo, all’indomani del Convento di Ancona, ripropone una certa riflessione, anche se molta acqua è passata sotto i ponti e, fortunatamente, oggi tutti sembrano pervasi dalla opportunità, se non dalla necessità, di creare un qualche cosa di comune che superi le diverse visioni di impostazione tradizionale, per riconoscersi in alcuni principi comuni a tutti i Martinismi di qualsiasi scuola.
Vi sono diversi modi di disporsi, per approcciarsi al mondo iniziatico. L’atteggiamento di coloro che vi si avvicinano con un atteggiamento completamente passivo e che reputano principalmente gratificante sentirsi parte integrante di un circolo, di una associazione, iniziatica, parainiziatica, esoterica o paraesoterica che sia.
Prendere parte, alle vicende dell’associazione, gli consente di sentirsi partecipi di un mondo esclusivo e misterioso, e ciò è sufficiente a farli sentire realizzati. Costoro realizzano il proprio obiettivo, nel far parte del mondo iniziatico, con il porsi in attesa, nella convinzione che otterranno la propria affermazione personale confidando nel destino, rivelando, in ciò, un atteggiamento completamente passivo.
Poi ci sono quelli che, sono convinti di dover fare qualcosa, sanno che, per ottenere una trasmutazione di se stessi, debbono costruire qualcosa. Costoro, avendo chiaro lo scopo, per cui hanno cercato l’appartenenza al mondo dell’iniziazione, pensano di raggiungerlo facendo ricorso alle più svariate tecniche che, al di la delle singole particolarità, possono essere identificate, nella loro generalità, secondo l’accezione più comune, usata dagli studiosi di esoterismo, come tecniche attive o passive.
Di questi, tuttavia, soltanto una piccola parte prende coscienza di come si deve attivare. Nasce allora, nell’affrontare il problema del come attivarsi, la necessità di considerare che non esistono particolari tecniche. In realtà, non esistono tecniche che possono essere definite attive o passive; ma, piuttosto, dobbiamo soltanto considerare che esistono, semplicemente, due atteggiamenti, uno è l’atteggiamento completamente passivo, l’altro è l’atteggiamento attivo, che dovrebbe essere favorito e dinamizzato.
Qualsiasi tecnica, si voglia seguire, sia essa una tecnica passiva od attiva, assume una valenza attiva, soltanto in forza della attività che si pone nel dinamizzarla e nel renderla viva, tanto da farla diventare operante.
Tuttavia, forse, è bene chiarire che tutte le dispute, sulla attività o sulla passività delle tecniche o degli atteggiamenti, come tutte le diatribe, su quale sia la scuola di pensiero più valida, se la corrente mistica, o la corrente solare, sono dispute, tanto ridicole quanto inutili.
Anche in relazione alla tecnica più attiva di questo mondo, come anche in relazione all’atteggiamento più attivo, fintanto che si continua a dissertare, su quale tecnica di realizzazione privilegiare in un futuro, che non si sa bene quando, e se, verrà, si resta sempre in un atteggiamento passivo.
Allora, è, forse, il caso di chiarire che tutte le tecniche di realizzazione, qualsiasi tecnica, diventa attiva, quando viene applicata, ed è inesorabilmente passiva quando non si utilizza.
Anche un atteggiamento attivo, relativo ad una tecnica tradizionale, se non è seguito da una consapevole attuazione, resta a livello di una mera espressione filosofica. E dunque, siccome, di queste discussioni, si sente sempre parlare, diremo, per coloro che vogliono approfondire il problema, dal punto di vista filosofico, che ci sono interi libri scritti, a questo proposito, cui è possibile rifarsi.
Ed allora, schierarsi per l’attività o per la passività o dibattere sulla via attiva, via passiva, via solare, via mistica, via umida, come si voglia chiamarla, non serve a niente. È l’attività del comportamento che, rendendole indistinguibili, determina la identificazione delle vie.
Tutto diventa attivo, quando lo si applica concretamente. Anche la contemplazione del proprio ombelico può essere attiva, se è realmente perseguita con continuità e serietà. Se non ci si applica concretamente, si otterrà soltanto una contemplazione di tipo orientale, che porta, tutt’al più, alla concentrazione.
Né si può fare discorso diverso, anche in relazione al massimo concetto dell’attività, rappresentata proprio dall’atteggiamento alla teurgia. Del tutto inutili si presentano le discussioni, sulla natura stessa della reintegrazione, di cui parla Martinez de Pasquallis; non vale certo la pena discutere, se dobbiamo integrarci o se dobbiamo reintegrarci, su cui si dividono molte scuole di pensiero. Per taluni non possiamo parlare di reintegrazione perché non è mai esistita una caduta, mentre altri naturalmente dicono l’opposto
Che cosa volete che importi, a colui che desidera veramente progredire, nel cammino della propria reintegrazione od integrazione, stabilire se siamo caduti da uno stato edenico primitivo ovvero se sorgiamo con la terra e vediamo maturare, piano piano, dentro di noi, il fiore d’oro.
In realtà il problema è uno solo. Quello della costruzione della propria personalità, del proprio Sé o della rivelazione del proprio Sé, già esistente.
Ma, dico! Per stabilire se costruirlo, ovvero per farlo risplendere se c’è già, c’è forse bisogno di discutere? C’è, soltanto, da operare una decantazione delle cose che opprimono o che impediscono la manifestazione di questo Sé, e basta.
E però, quando uno ha capito che deve assolutamente fare qualcosa, se vuole avviarsi verso la sua integrazione - o verso la sua reintegrazione, non importa – deve, anche, assolutamente, stabilire dei punti fermi da cui partire.
Prima, dobbiamo metterci di fronte allo specchio e studiare il nostro essere, qual è, in questo momento, e quale dovrebbe essere. Qual è il nostro essere, con i nostri misteri, i nostri istinti, i nostri desideri; tutta la nostra personalità, tutta insieme, così come è, e come dovrebbe essere, secondo modelli ideali, che ci siamo creati, facendo riferimento a coloro che ci hanno preceduto, o che si sono affacciati nella nostra vita.
Il secondo punto è studiare com’è il mondo in cui noi siamo - e ci accorgeremo, magari, che il mondo non è che una semplice rappresentazione - e poi stabilire quali sono i rapporti tra noi e il mondo, tra il microcosmo ed il macrocosmo.
È chiaro che ognuno di noi ambisce a divenire qualcosa di diverso da quello che è attualmente. Si debbono, quindi, studiare i mezzi per trasformarci, da come siamo a come desideriamo diventare; per studiare questi mezzi, bisogna cominciare con il valutare noi stessi, dove siamo in questo momento.
Si capisce, così, che gli atteggiamenti, da tenere, sono l’uno in funzione dell’altro; il momento della attività passiva non si disgiunge da quella attiva. È abbastanza noto che esiste un legame segreto, che ci unisce al mondo, che lega il microcosmo al macrocosmo.
Quando vogliamo intraprendere un iter iniziatico, quale esso sia, dobbiamo prendere coscienza di tre basi fondamentali: noi stessi, quali siamo; ciò che ci circonda ed i rapporti che intercorrono, tra noi e quello che ci circonda.
Superare la soglia dell’evidente, immergersi nell’esame delle nostre emozioni, fino alla contemplazione della soglia, in cui si fissano i pensieri, fino ad arrivare a riconoscere le varie forze che ci animano. Prendere coscienza delle forze che animano l’universo, la natura e la consistenza della manifestazione, per giungere ad una conferma, più o meno consapevole, che le forze, che ci animano, sono analoghe a quelle che pervadono la manifestazione.
Questo percorso, se effettivamente intrapreso, è, in linea di principio, lo stesso, sia che si affronti con una tecnica meditativa, sia che si affronti ricorrendo ad una qualunque tecnica teurgica.
La conseguenza è che si manifesta, come del tutto inutile, stabilire quale delle due vie sia migliore, e che non ha senso voler convincere qualcuno, sulla prevalenza dell’una sull’altra. Quello che conta è operare secondo la Tradizione.
Solo così potremo lavorare proficuamente per la nostra reintegrazione e, secondo l’indirizzo di Martinez de Pasquallis, per la reintegrazione di tutti gli esseri nelle loro primitive proprietà, virtù e potenza spirituali e divine.

Algol Superiore Incognito Iniziatore e decano del martinismo italiano

pubblicato sulla rivista martinista "ECCE QUAM BONUM"


www.martinismo.net
eremitadaisette@gmail.com

mercoledì 23 novembre 2016

Le Origini dei Superiori Incogniti



In una riunione di studio tra pari, quale é quella in questa occasione é anche permesso di divergere nella interpretazione di quello che é il deposito tramandatoci dai  Maestri Passati, e tale divergenza non altera in alcun modo il ruolo gerarchico nell’Ordine ne quantomeno il livello del Fratello o dei Fratelli con cui si discute.

Questa é una promessa necessaria alla quale ovviamente dobbiamo farne seguire un'altra e cioé che il Martinismo sia esso proveniente dagli insegnamenti di Luis Claude de Saint Martin, da quelli di Willermotz, da quelli di Papus, Cham­boseau, de Guaita, Ambelain ecc..  ha per unico primo agente vivificante un solo nome e cioé Martinez de Pasqually. Se noi desideriamo pertanto porre delle discussioni dobbiamo rifarci al suo insegnamento ed alle interpretazioni che successivamente sono state date a tale insegnamento da coloro che direttamente o indirettamente sono partiti da lui.

Ma Martinez de Pasqually che sicuramente non dava un insegnamento cristiano anche se lo “tingeva” di cristianesimo, era costretto ad agire ed a parlare in termini comprensibili al suo uditorio (che era già per quei tempi un uditorio scelto!) ed in termini comprensibili parlava di una caduta, di una reintegrazione, di angeli, di profeti, di santi e via dicendo.. .. con questo intendendosi non degli esseri ma delle forze che venivano antropomorfizzate per necessità.

Sostenere tale tesi significa non dare una interpretazione letterale, ma nel nostro ambiente, questo é normale. Noi dovremmo essere capaci di vedere dietro i simboli, dietro le personificazioni, dietro gli adattamenti letterali e simbolici quella verità che é sempre una, comunque la si voglia rigirare.

Orbene la REINTEGRAZIONE non deve essere interpretata exotericamente in senso giudeo-cristiano, ma nel senso er­metico tradizionale (in senso iniziatico direi) allora si profilerebbe la validità di un lavoro di ridivinizzazione di una essenza degradata attraverso dei "piani" o delle "sfere" di coscienza che deve risalire necessariamente. Che questo avvenga attraverso delle operazioni rituali o senza di queste, il fatto poco importa, ciò che importa e ciò che é condizione sine qua non, é che questa essenza deve progres­sivamente raggiungere degli "stati" - sempre più differenti da quelli in cui vive la attuale umanità.  E questo é tutto. Ovviamente secondo me é più facile ottenere la visione di un evento a New York attraverso una apparecchiatura captante, che non attraverso il solo sforzo del soggetto che resta seduto (in tutti e due i casi) per esempio a Perugia.  E' quindi una pura questione di tecnica che naturalmente richiede dall'operatore in tutti e due i casi delle doti particolari senza lo sviluppo delle quali, indipendentemente dai mezzi, non si riuscirà a veder niente!

Per tali ragioni già dissi ed affermai che parlare di via umida o via secca in senso assoluto è semplicemente risibile, mentre non lo é parlando relativamente.

E ce lo dice Saint Martin secondo quanto scrive Amadou, il maggiore storico saintmartiniano (I) "In effetti Saint Martin non si é mai proposto, né mai ha proposto agli uomini altro fine che quello della reintegrazione di cui Martinez gli aveva precisato la nozione, fornito i termini, affinato il gusto ed eccitato il desiderio, per Saint Martin come per Martinez de Pasqually il metodo é quello teurgico. Anche Saint Martin fa largo posto alle virtù ed alle potenze intermediare, ma Saint Martin ritiene che il lavoro su queste virtù e su queste potenze si compie meglio nel nostro intimo: operazione del cuore quindi in un triplice senso: lavoro di conoscenza (l'occhio del  cuore é l'organo della scienza spirituale); lavoro d'amore (il cuore è l'or­gano del sentimento); lavoro delle forze vitali interiori legate al sangue: immaginazione, parole, gesti. Ecco il senso per cui la via tracciata dal Filosofo Incognito é detta "interiore" (Saint Martin) e "cardiaca" da Papus.

E' così chiaramente percepibile da queste parole come il metodo tanto discusso non é altro che una interiorizzazione del metodo indicato da Martinez de Pasqually.  Tutto qui !

E queste sono le messe a punto dovute e doverose, affatto polemiche, ma che necessariamente debbono essere dette onde evitare equivoci presenti e futuri. Da ciò scende che un Superiore Incognito, quando realmente ha conseguito quello "stato" può indifferentemente adoperare l'una o l'altra tecnica maggiormente confacentesi ai suoi gusti, alle sue necessità ed ai suoi bisogni del momento. Non é importante la tecnica, é importante il conseguimento “dello "stato” che avviene attraverso un lavoro interiore e non, per conferimento, in quanto attraverso l’iniziazione passa una potenzialità, che deve essere poi sviluppata. Discorsi soliti questi su cui non é il caso di intrattenersi maggiormente.

Veniamo dunque ai Superiori Incogniti.

Altri diranno ed han detto dei doveri di questi, io desidero limitare il campo della discussione andando alla ricerca dell'origine delle lettere S.I. perché é dalle origini che si può intendere ciò ch'esse rappresentano in realtà, quale é il ruolo di coloro che ne sono insigniti e quali sono i loro doveri.

Se é vero che l'Ordine Martinista attuale é stato ex novo ricostruito da Papus, non é men vero che in esso sono confluite differenti filiazioni preesistenti rifacentesi tutte a Martinez de Pasqually ed ai suoi discepoli. Il Martinismo di Lione é una realtà, il Martinismo di Strasburgo é un'altra realtà, la storia non é ancora stata scritta interamente e non si debbono dare giudizi definitivi su tale assunto considerando il carattere "riservato" delle iniziazioni e delle loro trasmissioni.

Il Martinismo fu rivivificato da Papus é vero nel 1891, ma Papus che cosa aveva realmente in mano? La trasmissione del sacramento dell'Ordine nei piani sottili e "un povero deposito costituito da due lettere e qualche punto".  (2)

Allora la tradizione martinista da chi venne portata ? E' a tutti noto che collaboratore intimo di Papus fu Agostino Chamboseau, questi aveva ricevuto un'altra trasmissione martinista più sostanziosa, mettendo insieme le comuni conoscenze ed i comuni depositi, Papus ha potuto dare un vestito alle lettere ed ai punti ricevuti in eredità e cioé alla ben nota sigla S:: I:: (3).

I quaderni dell'Ordine stabiliti con l'aiuto di Stanislao de Guaita danno a queste due lettere un seguito e cioè quello di SUPERIORE INCOGNITO con il significato ormai a tutti i martinisti noto.  E rifacendosi solo al 1891 vanno bene tutte le citazioni ed i significati che si vogliono e si danno a tale qualifica,  che, dichiaro subito, di accettare e condividere.

In realtà tanto Papus che Chamboseau possiedono una filiazione derivante in linea diretta da Luis de Saint Martin, il Philosofo Incognito come amava chiamarsi.

Allora dovremo sapere per avere la piena coscienza di ciò che in realtà siamo o dovremo essere, anche Saint Martin attribuiva una simile significazione alle due lettere S. I. o se gliene attribuiva un'altra.

E da Saint Martin necessariamente ritengo che dovremo procedere a ritroso sino a Martinez de Pasqually.

A questo punto mi sembra opportuno riferire una tradizione scritta da Jean Chaboseau (figlio) e pubblicata nel volume di Philippe Encausse consacrato alla memoria di suo padre Papus. (4)  

<<Quale é dunque la filiazione cui si può reclamare Papus? E' da sola sufficiente per giustificare l'origine dell'Ordine Martinista tale quale fu fondato da Papus? Questa filiazione che rimonta a Saint Martin ... non ha alcun rapporto con l'Ordine dei Cohen bensì alla “Società dei Filosofi Incogniti” di cui il barone Tachoudy ci dà gli statuti nella sua “Stella Fiammeggiante” (1784). E' a questo ordine o fratellanza mistica che conta Khunradt, Gichtel, Salzmann, Boheme tra i suoi membri,  a cui si collega Saint Martin quando si dimise dai Cohen. E' a questo Ordine, che si ricollega ai "Fratelli d'Oriente" e che é ancora più antico... che appartengono i simboli fondamentali ed unici del Martinismo e le lettere che accompagnano il ”Crismon” i sei punti misteriosi.... E' da questa Società che egli trasmette il deposito nella sua "Società degli Intimi" di cui l’esistenza é attestata dalla lettera del Prof. Koester nel 1795 e quella indirizzata a Von Meyer da J.Pont, di cui parla Clichten.>>

E' dunque tutto chiaro? No.

Jean Chaboseau non era semplicemente aggiornato quando scrisse tale nota.

Se avesse letto il Soro (5) o se avesse condotto delle serie ricerche come quelle pubblicate da Amadou (6) nella Tour S.Jacques si sarebbe accorto che dietro la Società dei Filosofi Incogniti da lui citati c'era semplicemente un grado del Rito Massonico dei Filaleti tra i quali Saint Martin non venne mai accolto.

Tutto quì, un pò di confusione, scarsa documentazione ed il gioco è fatto. Forse non basta essere figlio di tanto padre per dettare storie e sentenze.

Nella rivista l'Initiation (7) J. de la C. (S.I.) sotto il titolo “Il Martinismo e la Tradizione dei Superiori Incogniti”, sostiene che “l'Ordine Martinista, malgrado il suo titolo ufficiale e la sua invocazione permanente a Luis Claude de Saint Martin non é affatto il vero nome di questa organizzazione, come l'Ordine degli Eletti Cohen che lo ha preceduto. Si possono considerare come periodi di risveglio più conosciuti quelli che hanno lasciato traccia nella storia: La Società dei Superiori Incogniti nel I646,  l'Ordine degli Eletti Cohen nel 1754, la Società degli Intimi  o degli Amici a Strasburgo verso la fine del 18° secolo, l'Ordine di Papus nel 1891."

Questo AA. riferendo delle tradizioni orali sostiene che esiste una occulta Fratellanza avente come compito principale quello di insegnare e di perpetuare ad un piccolo numero di persone scelte la tradizione esoterica universale, che il canale donde deriva questo branca manifestantesi con periodi di risveglio aveva verso il III° secolo il suo centro a Bisanzio.  E' inutile quì che riferisca i particolari dello studio citato, veramente  interessanti che meriterebbero la pena di un vaglio storico, non tanto per essere provati, che nel nostro campo le cosiddette "prove" hanno un valore relativo, ma per avere delle conferme e delle chiavi.

Indipendentemente da ciò e da quanto si può continuare a scrivere su questo argomento, ritengo che dato per risolto il problema delle iniziazioni individuali di Luis Claude de Saint Martin, si possa accettare che le due lettere trasmesse quelle di S.I. abbiano per lui avuto effettivamente il valore di un grado o di una carica se così ci si può esprimere creata da Martinez e precisamente “Superiore Incognito o di Sovrano giudice (Souverain Juge) dell'Ordine degli eletti Cohen (tutti Reux + Croise)” .

In effetti Saint Martin è sempre rimasto fedele alle dottrine del suo Maestro Martinez, ma spirito semplificatore per eccellenza, é concepibile ch'egli abbia voluto trasmettere, al di fuori di ogni ritualità il massimo grado dell'Ordine (così come quasi parallelamente fece Willermotz).

“A questo Ordine degli Eletti Cohen”, scrive Robert Amadou (I) "Saint Martin si può dire, ha appartenuto per tutta la sua vita, Coen fu e Coen resta?  Intendo Coen di spirito e di cuore, Coen di intelligenza e di fede - anche se non di metodo. Per maggiore esattezza posso dire che egli non rigetta affatto il metodo Coen ma, molto presto, lo transpose".

Molte ombre permangono ancora sulla trasmissione delle due lettere e soprattutto sul loro significato iniziale, almeno se andiamo alla ricerca di documenti storici così difficile da trovare quando ci si muove in campo iniziatico ove la trasmissione orale gioca un ruolo preminente. Ed  é appunto di questa tradizione che dobbiamo avere un debito conto quando esponiamo la nostra interpretazione.

Concluderò riassumendo da Van Rijnberk una validissima interpretazione simbolica.

Papus dice che le lettere S.I.  già si trovano sull'ultima figura del libro di Kunrath ”L'anfiteatro della saggezza eterna” pubblicato nel 1609.

Al centro una collina rocciosa rappresentante la sua opera, intorno i suoi detrattori che vomitano invettive. Al di sopra la stella fiammeggiante che tra i suoi raggi porta il none IOD HE SCHIN VAU HE, all'interno una sigla composta da un S attorcigliata intorno ad una I .

E' il serpente di bronzo di Mosé prototipo del Cristo, é il simbolo dello spirito inchiodato al palo della materia.

Ora la S simbolo del serpente di bronzo, simbolo dello spirito, prototipo del Cristo simboleggia altresì l'iniziato qui sulla terra posto anch'esso sulla croce della materia. Il Rijnberk conclude (3 ) – Nelle due sentenze che attorniano la stella fiammeggiante: “Durans veritatis astrum hoc fulget et monstrat iter” (questo astro eterno di verità illumina e mostra la via) e “Pone me ut sigillum super cor tuum” (ponimi come sigillo sul tuo cuore), vi sono due parole principali SIGILLUM ed ITER le cui iniziali sono ancora S. I. L'iniziazione é il sigillo che permette l’accesso alla via e contemporaneamente indica il sentiero....

Per chi ha ricevuto nella sua anima il sigillo indelebile della iniziazione, se queste due lettere gli ricordano sempre che lo spirito dell'uomo é inchiodato alla materia, gli ricordano pure che per la liberazione dai legami della carne, è in essa, per essa, attraverso essa che deve purificarsi .

E ricordano ancora l'arcano 13 del Taro: come il serpente crocifisso di Mosé, l'iniziato deve sacrificarsi per la salute dei suoi simili, legato al palo hilico, deve effondere tutti i tesori ch'egli ha avuto la fortuna d'acquistare.

Che la pace, la gioia e la carità siano sui nostri cuori e sulle nostre labbra ora e sempre.



BIBLIOGRAFIA

1- R. Amadou: L'Initiation 40,N.2,I966 pag 68

2- Papus : Martinezisme, Willermozisme, Martinisme et  Franc-Maconnerie,1899, 44-45

3- Van Rijnberk: Martines de Pasqually 1938, II° vol.

4- Encausse: Sciences Occultes 1949:66-69

5- Soro: Il gran libro della natura. Ed.Atanor

6- Amadou: La Tour Saint Jacques

7- lnitiation: 30° N.1 1956:21-25


www.martinismo.net

venerdì 1 aprile 2016

Specificità del Sovrano Ordine Gnostico Martinista ed Osservazioni.

articolo pubblicato su Ecce Quam Bonum n°9 

per informazioni o contatti: eremitadaisettenodi@gmail.com


Equinozio di primavera, 2016 e.v.
Abbiamo avuto più volte modo di soffermarci, in nostri precedenti interventi, sulla natura del rapporto iniziatico martinista e sulle diverse realtà martiniste presenti oggigiorno. Si veda, da ultimo, il libro Martinismo e Via Martinista, curato da Filippo Goti e reperibile su www.lulu.com.
Allo stesso tempo abbiamo ribadito con forza, a scanso di equivoci che certamente non ci connotano, che ogni realtà martinista differisce dalle altre in virtù delle linee iniziatiche detenute, della trasmissione rituale di cui è stata investita e di cui è punto di irradiazione, del governo eggregorico della Grande Maestranza e dei rapporti e deleghe che legano i vari S::: I::: I::: ad essa. È stato altresì detto, a conferma di quanto appena sottolineato, che il Martinismo non ha come obiettivo quello di fare identico meraviglioso fiore da ogni seme, ma permette che da ogni diverso seme, splenda il miglior fiore possibile. Credo che quanto esposto sia rispettoso nei confronti delle differenti realtà martiniste, prese nelle loro precipue specificità.
Per il Sovrano Ordine Gnostico Martinista una connotazione che poco è stata esplicitata riguarda la componente della Grande Maestranza che si distingue per l’essere completamente avulsa da altre organizzazioni esoteriche, sia pure iniziatiche, a cui il N::: V::: O:::, anche solo a livello potenziale, possa essere asservito. Infatti, è notorio come oggi, così come in passato, la gran parte degli Ordini martinisti faccia riferimento a delle Grandi Maestranze che detengono, e hanno in attività, altri Ordini iniziatici, siano essi massonici, egizi, teurgici, templari, chiese gnostiche e così a seguire. Assolutamente nulla da eccepire, stiamo semplicemente esponendo alcune caratteristiche delle diverse realtà martiniste. Al contempo, abbiamo membri delle Grandi Maestranze facenti parte, loro stessi, di organizzazioni esoteriche iniziatiche, delle più svariate (si veda l’elenco appena tracciato). Assolutamente nulla da eccepire, siamo nell’alveo delle libere scelte personali, tutte rispettabilissime. La nostra Gran Maestranza, composta dal Sovrano Gran Maestro e da due Gran Maestri Aggiunti, quindi è un ulteriore elemento di caratterizzazione del N::: V::: O:::, rispetto ad altre realtà martiniste, in quanto non è in alcun modo coinvolta, e oseremmo dire compromessa, anche con riferimento ai singoli componenti, in altre strutture iniziatiche.
Solo per "tranquillizzare" qualche animo esigente, abituato forse a "menar il can per l'aia", i componenti della Gran Maestranza del N::: V::: O::: hanno alle spalle venti anni di Martinismo ciascuno e di cui il percorso iniziatico, fin dal grado di associato, è facilmente tracciabile. Solo con l'intento di informare i nostri associati, ovviamente, gli appartenenti alla Gran Maestranza fin dal grado di associato hanno fatto parte di un Ordine martinista regolare italiano e hanno ricevuto l'iniziazione, ai diversi gradi martinisti, da iniziatori italiani, ben conosciuti, del medesimo Ordine. Quindi, non hanno seguito la ormai consolidata prassi della "transumanza iniziatica", pratica premiante secondo cui per accaparrarsi un passaggio occorre cambiare Ordine, tantomeno sono stati iniziati da fantomatici iniziatori, semmai stranieri, sconosciuti alla gran parte delle strutture martiniste regolari, sia nazionali sia estere. E questo diventa, sicuramente, un ulteriore carattere distintivo del nostro Ordine e della nostra Gran Maestranza, rispetto ad altre realtà martiniste.
Letti da coloro che si ergono a giudici, solo per non essere giudicati, i delineati tratti identitari possono essere visti non come una nota di merito. Invece, corre l'obbligo di rasserenare i nostri associati che in proposito è stata operata una scelta meditata e mirata, quella cioè di essere solo martinisti, fieri di esserlo, al fine di offrire un perimetro operativo ben delimitato, che pur nella sua specificità è esente da apporti strumentali incerti e da novazioni rituali provenienti da altre realtà iniziatiche, si tratta, quindi, di un corpo rituale che consente, sempre nell'alveo della tradizione, che da ogni diverso seme, splenda il miglior fiore possibile.
Ora una nota personale. All'indomani del completamento delle precisazioni sopra riportate, non ho potuto fare a meno di soffermarmi su un articolo, apparso in occasione dell'equinozio, che contrasta con uno dei principi identitari del N::: V::: O::: ovvero il principio cristiano. Già in altra circostanza era stata affrontata la vexata quaestio, ma evidentemente non è stata compresa o non si è voluto comprendere.
È regola comunemente accettata che quando si discute e non si condividono le stesse idee non debba mai venir meno è il rispetto reciproco. Nel caso specifico, non dovrebbe, meglio, non deve, venir meno il rispetto per gli Ordini rappresentati, il rispetto per le cariche ricoperte, ma soprattutto non deve venir meno il rispetto dell'uomo per l'uomo. Si potrà obiettare che questa sia una condotta di "altri tempi", di persone di "una certa età", di persone d'onore. È vero, verissimo, ma ciò che lascia basiti è che le invettive a cui mi riferisco, puramente gratuite, provengono proprio da persona di "una certa età", di "altri tempi" e che, fina a prova contraria, devo e dobbiamo ritenere persona d'onore, persona che dovrebbe aver maturato una forma di saggezza d'animo che va ben oltre il titolo meramente onorifico di "saggissimo". Ciò che preoccupa, in quanto scritto da persona d'onore, è il livore immotivato che connota l'intero intervento. Quasi parafrasando Shakespeare, chi ha scritto fa notare che un tempo fu "amico, fedele e giusto" verso chi oggi addita: ma lui è uomo d’onore!
Quando non si hanno elementi sufficientemente validi per sostenere le proprie argomentazioni, alcuni finiscono per inveire sull'interlocutore, per offenderlo ledendone la dignità. Ma se l'ignaro interlocutore è un iniziato? Semplice: o è un satanista, intento a svolgere chissà quali nefandezze o è un emissario di qualche organizzazione catto-clericale, di taxilliana memoria, infiltrato per distruggere l'Eggregoro. O l'una o l'altra. Ma andiamo oltre.
Si teorizza, quasi come una shari’ah, che l'Ordine martinista non possa essere cristiano e chi sostiene il contrario non può che essere un emissario catto-clericale. In tal senso mi sento chiamato in causa, in quanto facente parte di un Ordine martinista e della sua Grande Maestranza, connotati da principi cristiani. Ma allo stesso tempo, penso a tutti quegli Ordini martinisti che utilizzano le meditazioni del Sedir, i salmi penitenziali, a coloro che prendono a modello Maitre Philippe, a chi si richiama ad una cavalleria cristiana, per non parlare di quelli ad indirizzo Cohen alle prese con l'Officio dello Spirito Santo. Penso ad Ordini martinisti la cui Gran Maestranza è parte di chiese gnostiche o di ordini templari, mi sovviene il Ventura, il Brunelli e il Cannizzo. Stando quindi alla perplessità dell’autore dell’articolo, mi sorge un dubbio: Saremmo tutti esponenti di sette catto-clericali, in quanto cristiani?
Nel momento in cui scrivo, apprendo di quanto la intemperanza, la cecità mentale e il fanatismo stia colpendo il popolo belga. Ricordo cosa un martinista (?) – di cui certamente i più ricordano l'Ordine di appartenenza– abbia scritto su Facebook all’indomani degli attacchi a Parigi, inneggiando all’azione terroristica appena portata a termine, invettiva ricusata con fermezza e severità tali da far segnalare e eliminare il post.

Faccio parte di una generazione che ancora porta rispetto per persone di "una certa età", in quanto ritengo che da queste si abbia solo e tanto da imparare, ma mi creda, dal suo articolo, carico di acredine e rabbia, mi è davvero difficile riuscire ad imparare qualcosa.

venerdì 7 agosto 2015

Martinismo e Via Martinista


Il martinismo è una libera associazione di uomini e donne che si riconoscono attorno ad un ideale di reintegrazione spirituale, e perseguono questo obiettivo tramite gli strumenti e gli insegnamenti propri della struttura in cui operano. Questo ideale, seppur in forme e contenuti peculiari, è presente in ogni tradizione e cultura iniziatica; ed assume nel martinismo veste simbolica, esoterica, ed operativa cristiana. In quanto il martinismo è Ordine Cristiano, ed è quindi nei suoi simboli, narrazioni, miti, e corrente spirituale che trova impianto, fisionomia e linfa vitale la propria docetica e ritualità. In questo libro cercherò di mostrare l'essenza del martinismo, attraverso riflessioni e pensieri dei Maestri Passati, gli scontri docetici, le relazioni con le altre strutture iniziatiche. In modo da comprendere gli elementi caratterizzanti del Nostro Venerabile Ordine, e la sua capacità di rispondere alle esigenze spirituali dell'Uomo del Terzo Millennio. 
INDICE: 
Introduzione - Cos’è il martinismo - La natura del rapporto iniziatico martinista - Chi ha fondato il martinismo - Il martinismo è ordine cristiano - Martinismo e massoneria - L’archetipo sacerdotale martinista - Le donne iniziatrici - La formula pentagrammatica - Chiesa gnostica e martinismo - L’ermetismo kremmerziano e il martinismo - La questione Eletti Cohen - I colori del martinismo - Eggregore martinista - Conclusioni

Lo potete trovare su: MARTINISMO E VIA MARTINISTA

sabato 2 agosto 2014

Martinismo 2014



Carissimi amici ha ancora senso nel 2014 determinare la ragion d'essere delle varie articolazioni del martinismo italiano, in cagione della scissione del 1971 fra Gastone Ventura (“Aldebaran”, 1906-1981), e Francesco Brunelli (“Nebo”, 1927-1982) ?!
Vi è, in alcune grandi maestranze e nei fratelli e nelle sorelle che da esse trovano sostegno per il loro apparire, un continuo richiamarsi al deposito iniziatico ed operativo lasciato da questi due Maestri Passati, in ciò non vi è niente di male.
Assume però aspetti poco comprensibili quando questa voglia di identità, che comunque si basa su fantasmi ed ombre del passato, e a sua volta ha dato vita ad ulteriori scissioni interne, si declina in un isolazionismo ombroso e rancoroso.
Adducendo, per giustificare tale stato di cose, questioni eggregoriche. Ho però l'impressione che spesso dietro a tali parole, si nascondano ben altre motivazioni riassumibili in paura di perdere associati, paura del confronto in quanto poveri di sostanza reale, vecchi rancori per motivi legati al collare di Grande Maestro, e non reali questioni iniziatiche.
Rimango però convinto che l'Eggregore martinista universale, sappia ben scegliere dove indirizzare la sua benevolenza , e la sua capacità vivificante. Infatti osservo una certa erosione di alcuni gruppi, il cui eggregore è più simile a quello di pensionati al circolo della bocciofila, piuttosto che ad uno scalpitante puledro in perenne corsa. Parlare di Eggregore stabile, a me ricorda tanto il parlare di economia stabile: l'anticamera della stagnazione e del declino. 

venerdì 15 novembre 2013

Corrispondenze sull'Albero della Vita - Francesco Brunelli

I Sephiroth sono connessi da 22 «Sentieri», e sono designati dalle 22 lettere  dell'alfabeto ebraico.
I ventidue sentieri, insieme con i dieci Sephiroth, formano le «Trentadue Vie»  attraverso le quali la Sapienza discende, in stadi successivi, sull'uomo. Del pari essi  consentono all'uomo di risalire sino alla Fonte della Sapienza, percorrendo in ascesa i  ventidue Sentieri.
La seguente tabella sintetizza le relazioni sin qui esposte:



venerdì 24 maggio 2013

Note Storiche sul Martinismo 8 - Aldebaran

IL CONVENTO DI ANCONA

Fu qualche settimana dopo il ritiro delle deleghe a Philalettes che Artephius ritenne di chiamare a sé un amico di sempre che, fin’allora, aveva rifiutato di accettare cariche di qualsiasi genere. Accennandogli vagamente all’accaduto lo pregò di voler procedere a una revisione e anche a una sommaria catalogazione dell’Archivio. Dopo una riunione, presenti la sorella Myriam e il fratello Ornitius, sentiti in separata sede i fratelli Carolus, Espero, Delphus, Alcione e Marius, fu deciso di soprassedere ad ogni iniziativa tenendosi a contatto con un gruppo che agiva a Rovigo e con Capj Neth Schin (Shabecon), che avevano contatti con Philalettes, seguendo quest’ultimo anche a mezzo dei suoi rapporti col “Droit humain” nel quale ricopriva il diciottesimo grado del Rito Scozzese Antico Accettato.
Sorvoliamo su quanto si verificò da quel momento fino all’aprile 1961 quando il Superiore Incognito Mercurius (del quale non si avevano più notizie dal settembre 1958, e che era stato iniziato da Philalettes) si rivolse al Gran Maestro chiedendogli se fosse vero che il Capo del Martinismo era lui e non il Philalettes. Uno scambio di lettere provocò l’invio , da parte di Mercurius del seguente documento che – a quanto scriveva lo stesso Mercurius – era stato inviato in Francia dove il Philalettes aveva ottenuto riconoscimenti e la nomina a Gran Maestro italiano del Martinismo facente capo al figlio di Papus nonché l’incarico di presidente in Italia dei Centri Cohen Associati. Diceva il documento: “Nello stesso periodo (1958) anche il conte Zasio limitava i poteri del Philalettes nel seno del Collegio dei SS.II. dell’Ordine Martinista e degli Eletti Cohen d’Italia, che deteneva la regolare e legittima filiazione martinista italiana secondo la linea Papus-Banti-Sacchi-Allegri 109. Tali insegnamenti di vita, evidentemente non erano sufficienti per cui, incontratosi col fratello Hermete si dichiarava autorevole esponente del Martinismo italiano capace di reinserire nella corrente tradizionale ben 300 (trecento) martinisti italiani. Nello stesso tempo gettava discredito sul conte Zasio con quell’arte che lo distingue in imprese del genere, sì che il fratello Hermete stimava opportuno prendere dei contatti più precisi. Per vincere gli ulteriori scrupoli del fratello Hermete, il Philalettes gli faceva inoltre intravedere la possibilità che la successione di Marco Egidio Allegri (il Gran Maestro del Martinismo italiano) spettava al Superiore Incognito Orthrus (…). In tal modo egli veniva nominato Commissario in Italia della Camera di direzione degli Ordini Martinisti e incaricato di organizzare un Convento Martinista in Italia (…). Al Convento parteciparono: Hermete ed Anassimandro per l’Ordine Martinista degli Eletti Cohen;
Mercurius quale rappresentante personale del defunto barone Giuliani; Philalettes e Orthrus.
Hermete, Anassimandro e Mercurius erano completamente ignari delle manovre poste in atto da Philalettes per allontanare i Martinisti da quel Convento organizzato proprio per riunirli. Al Convento Philalettes sostenne la tesi che il legittimo successore di M.E. Allegri alla testa del Martinismo Italiano non era Zasio, ma Orthrus stesso 110 (…). La Camera di direzione degli Ordini Martinisti riconosceva l’Ordine del Philalettes come il legale e legittimo Ordine Martinista e lo accettava nel ramo di Papus mentre restava valido il riconoscimento dell’Ordine Martinista degli Eletti Cohen in Italia 111 con Gran Maestro Krishna Frater. In un secondo momento Orthrus dava le dimissioni da Gran Maestro lasciando come suo successore Philalettes. Lo scopo sembrava raggiunto se alcuni membri dell’Ordine Martinista degli Eletti Cohen, colpiti da alcuni atteggiamenti non corretti, scarsamente fraterni, tanto meno iniziatici non avessero maggiormente indagato sulla reale successione interpellando direttamente il conte Zasio. In tal modo veniva posto in evidenza che, effettivamente, Gran Maestro dell’Ordine Martinista allo Zenith di Venezia era ed è tutt’ora l’Ill.mo e Pot.mo fratello Artephius…” 112.
Ma dagli atti del Convento del dicembre 1958 di Perugia 113 al quale parteciparono – come si è visto – cinque persone, Orthrus dichiarò: “Quando siamo entrati nel 1945, mi pare abbastanza numerosi sotto la direzione del Gran Maestro dell’Ordine M.E. Allegri di Venezia, noi sapevamo che già in diverse parti d’Italia esistevano degli elementi che appartenevano all’Ordine; l’Allegri era considerato e riconosciuto da tutti come Gran Maestro e lo Zenith di Venezia aveva cominciato a funzionare con certa regolarità, dignità e ordine, quando per l’ingresso di elementi nuovi, eterogenei, non preparati e ambiziosi e con scopi più o meno reconditi si sentì che era venuta a mancare la coesione. Un po’ Allegri si era cominciato ad ammalare e si era un po’ ritirato per curarsi e ci fu subito una specie di ribellione. Intanto Allegri peggiorava ed era entrato in ospedale per curarsi. Uno dei fratelli maggiori, e cioè Artephius, il conte Ottavio Zasio, ed io ci recavamo spesso a trovarlo prima della sua morte, si può dire che abbiamo raccolto le ultime parole di Allegri. Io non l’ho visto morire; ma è come se l’avessi visto, poche ore prima e in quella occasione io, in compagnia di Zasio, ho ricevuto il mandato di tenere la segreteria dell’Ordine.
Hermete: Senta, il conte Zasio è stato il successore di Allegri; in che modo?
Orthrus: Io non posso sapere con precisione perché non ho assistito agli ultimi colloqui avuti con Allegri perché pare da quello che han detto Zasio e la vedova di Allegri che in quei giorni fosse presente e abbia raccolto qualche eredità non so se verbalmente o in altra maniera.
Hermete: Avete dei documenti?
Orthrus: No, io non ho nessun documento.
Hermete: Zasio ha qualche documento?
Orthrus: No; potrebbe anche averlo, ma io non lo so”.

Da quanto sopra risulta che Orthrus, per sua stessa ammissione, non possedeva alcun documento comprovante ch’egli era il successore di Allegri, mentre ammetteva di non aver assistito agli ultimi colloqui fra Allegri e Artephius e che questi poteva aver avuto la successione come, del resto, aveva detto la vedova di Allegri. In realtà, Artephius – come sappiamo – aveva la successione autografa di Allegri e sia Orthrus che Philalettes lo sapevano per averla vista più volte.
Come risulta dalla registrazione 114 si trattò di una autentica estromissione di Artephius, a sua insaputa, e della sua sostituzione con Orthrus, effettuata proditoriamente.
Ai documenti inviati da Mercurius e di cui si è detto fece poi seguito durante le “trattative” per il rientro dei martinisti sbandati o riunitisi in gruppi spurii alla loro origine, il “breve” del Gran Tribunale (sic) dell’Ordine Martinista degli Eletti Cohen, del 18 ottobre 1961, col quale, dopo una precisa e particolareggiata motivazione, si concludeva con la condanna del: ”frère….. alias Philalettes à la colonne de l’infamie à vie, l’exclu en outre à vie également de l’Ordre Martiniste des Elus-Cohen; le déclare dégradé de tous ses titres et qualités initiatiques, et restitué au Monde profane inférieur » 115.
Il « breve » porta la firma di Aurifer e di Hermete.
Fra l’aprile del 1961 e il dicembre del 1962 si svolsero fra chi scrive e Mercurius, il quale ultimo aveva preso un altro nome iniziatico, le trattative per l’unificazione martinista che ebbe luogo nel corso di un Convento organizzato in Ancona nei giorni dal 9 al 12 dicembre. Il Convento si concluse la sera del 12 dicembre 1962 con la firma, da parte dei partecipanti, del seguente protocollo:
“A conclusione di un intenso lavoro preparatorio svoltosi fra i garanti di amicizia dell’Ordine Martinista o degli Eletti Cohen e dell’Ordine Martinista degli Eletti Cohen rispettivamente Aldebaran S.I. e Nebo S.I., si è svolto sulla Collina di Ancona – nei giorni 9, 10, 11, 12 dicembre 1962 – un Convento Martinista italiano al quale hanno partecipato i delegati qualificati dei due Ordini, investiti dei poteri necessari, per addivenire all’unificazione del Martinismo italiano.
“Alla conclusione dei particolareggiati e approfonditi lavori svoltisi alla Gloria di Iod Hé Schin Vau Hé e sotto gli auspici del Filosofo Incognito Nostro Venerato Maestro, il Convento, in perfetta intesa ed unità di spirito e di sentimenti, ha preso atto delle documentazioni presentate e ampiamente illustrate; ha deciso di realizzare l’auspicata unificazione del Martinismo italiano rifacendosi alle fonti tradizionali della linea di Papus trasmesse e mantenute in Italia senza interruzione attraverso Sinesius, Flamelicus, Artephius, secondo la dichiarazione di principio così enunciata: “L’Ordine Martinista ha per scopo il perfezionamento e l’elevazione spirituale, per mezzo dello studio, della conoscenza e della realizzazione della tradizione iniziatica; combatte con tutte le sue forze l’ateismo e il materialismo e, in collegamento con le altre fratellanze iniziatiche, combatte l’ignoranza e dà al simbolismo la grandissima importanza che gli compete in tutte le serie iniziazioni. Non si occupa di politica e tanto meno di questioni di ordine religioso. Si informa alla tolleranza sui metodi di studio.
“I martinisti dell’Ordine Martinista degli Eletti Cohen, riconosciuto che in Italia l’unica e autentica filiazione Martinista è quella rappresentata dalla Grande Montagna sedente allo Zenith di Venezia decidono di reinserirsi nella catena tradizionale del Martinismo italiano che assume il titolo di Ordine Martinista.
“Si formula il voto che, raggiunta felicemente l’auspicata unità in campo nazionale, si possa realizzare del pari la riunificazione degli Ordini Martinisti di tutto il mondo.
“Per l’applicazione pratica del presente protocollo, si rimanda agli annessi protocolli aggiuntivi.
   

Aldebaran S.I.
Nebo S.I.
Altair S.I.
Nitya      S.I.
Vega S.I
Sirius     S.I.
Manas S.I
Felix     S.I.
Aloysius S.I
Emmanuel S.I.
Ambros S.I.
Melkior      S.I.
Hermete S.I.

In pleno vidimus
Artephius S.I.”116
    
               
                        
                                                  .                            .
                                     
                         
                                                                         
                

Note
109 - L’indicazione è errata: Banti fu iniziato da Allegri nel 1922. La filiazione esatta è Papus, Sacchi, Allegri e successivi.
110 - Dagli atti del Convento si evincono dichiarazioni diverse.
111 - Tale Ordine era rappresentato dall’ex gruppo Silentium di Roma.
112 - Il documento è rappresentato da una “Nota sul Martinismo in Italia, inviata da Mercurius ad Artephius (A.O.M. Fondo Philalettes e Fondo Convento Ancona).
113 - Registrazione a magnetofono, trascritto a macchina, delle dichiarazioni e conversazioni svoltesi al cosiddetto Convento di Perugia del dicembre 1958, inviata da Mercurius a Zasio.
114 - Archivio e Fondo citato – A pag. 10 e seguenti della registrazione risulta la estromissione di Zasio, effettuata a Udine a sua insaputa da tre persone arbitrariamente riunitesi in Supremo Consiglio.
115 - Archivio citato – Fondo Philalettes: Decisioni del Tribunale dell’Ordine Martinista degli Eletti Cohen.
116 - Archivio O.M. Fondo Ancona: Di fianco ai nomi iniziatici figurano i nomi profani dei firmatari. Artephius firmò “in pleno vidimus” come Gran Maestro, per approvazione.

lunedì 15 aprile 2013

Eletti Cohen e Martinisti - Francesco Brunelli

Debbo premettere che controvoglia mi accingo a scrivere questa replica all’articolo di Aldebaran S.I.I. pubblicato nel n. 6 di Conoscenza del 1971 per un motivo assai evidente, determinato dalla diffidenza — direi così — di chiarire in un giornale (che per quanto diffuso in cerchi ristretti è pur sempre un giornale «profano») dei fatti estremamente riservati quali quelli iniziatici.
Tuttavia poiché Aldebaran non è in grado di discernere ciò che è dovuto a Dio e ciò che è dovuto a Cesare, cercherò di dire (... senza dire) le cose che debbono esser dette, ben conscio che non io ho scelto questo piano che una certa riservatezza ed un certo buon gusto avrebbero fatto escludere a priori.
Aldebaran parte da un articolo pubblicato da F.B. sulla Rivista Massonica del mese di settembre 1971, e non avendo capito il perché quell’articolo fu pubblicato in quella forma (e nessuno del resto lo autorizzava a capire) lo critica facendo una lezione su come si deve scrivere la storia. Nessuno ovviamente gli contrasta la «cattedra» di storico che si è autoappioppato (ognuno si può ritenere ciò che desidera, purché non danneggi la collettività in cui vive) tuttavia è bene precisare che la storia e la ricerca storica del mondo profano differiscono alquanto dalla storia e dalla ricerca del mondo iniziatico. Vorrei aggiungere per gli eventuali sprovveduti lettori, che esiste qualche differenza sostanziale tra i due mondi per cui se le tecniche e la prassi del mondo profano possono essere adottate ed applicate nel mondo iniziatico esse sono valide sino ad un certo punto e cioè sino alle frange profane di quell’altro mondo. E se è vero il contrario, come Aldebaran sembra credere, allora i due mondi sono eguali e lui stesso, che non trascura di titolarsi da iniziato, in sostanza ne è fuori.
Che sia fuori dalle cose di cui vuol discutere, questo è chiaro, Aldebaran non è mai stato un Cohen, né lo è, né lo sarà mai. Tuttavia con la sua mentalità profana, possedendo dei documenti (che poi sono sparsi nella letteratura iniziatica ed accessibile quindi a tutti) ha la pretesa di discutere su un Ordine cui non appartiene, non solo, ma ha la pretesa di correggere e di insegnare agli altri partendo da documenti di cui non conosce né le motivazioni che li hanno causati, né gli effetti ch’essi hanno determinato. Potremmo commentare il suo scritto con le sue stesse parole: «Si tratta di semplice nozionismo esatto (per la parte che un profano al di fuori dell’Ordine può conoscere), ma assolutamente bastante per dare un’idea generale».
E se il possesso di quattro cartoni (che come lui scrive mi sono stati dati in copia fotostatica) che nulla hanno a che vedere con la ritualità Cohen (e questo lo posso attestare io e non lui — che non è Cohen —) gli danno la possibilità di autoconferirsi il diritto di giudicare di fatti ed eventi che esulano dal suo campo e dal suo mondo, sia ben chiaro che si tratta di un autoconferimento che non dovrebbe debordare nel mondo profano a meno che questo debordamento non sia artatamente condotto per intorbidare delle acque a scopi particolari su cui non desidero indagare, tanto questi scopi e questi metodi sono lontani dalla prassi iniziatica.
Ci sono tuttavia delle cose da dover puntualizzare perché altri «storici» non ricadano in errori, ricalcando gli orrori scritti da Aldebaran nell’articolo citato. Ovviamente, e per quanto premesso, e per non occupare tutto lo spazio della rivista che mi ospita, debbo limitarmi alle cose fondamentali.
Dall’articolo si trae l’impressione che gli Eletti Cohen in Italia vivessero da lungo tempo coperti dal manto della cosiddetta Grande Montagna veneziana. (Qui uno «storico» direbbe che non è documentata l’esistenza di una montagna nella laguna veneta!).
In effetti a Venezia non esisteva niente di Cohen e quando dico niente intendo proprio ciò che la parola significa. Su cosa si basa Aldebaran per scrivere (pag. 29) e far capire che Ambelain avrebbe dovuto andare a cercare lumi a Venezia quando scrive «da chi fu concessa l’autorizzazione di scegliere i Cohen tra i Martinisti?»... «Ma quest’Ordine (quello Martinista di Venezia) non fu interpellato anche se aveva dichiarato, sulla base delle sue sperimentazioni, di avere pretese (nientemeno!) sulla filiazione massonica Cohen». Su cosa si basa Aldebaran quando rimprovera ad Ambelain (sempre pag. 29 di Conoscenza) il diritto di veicolare i Cohen sul Martinismo?
Semplicemente sul fatto che (anche se carnevale è passato, i lettori possono egualmente ridere... o piangere se credono) sulla carta intestata dell’Ordine Martinista (di Venezia) era scritto «ORDINE MARTINISTA O (che a casa mia significa oppure) DEGLI ELETTI COHEN»!
L’enormità della cosa balza anche agli occhi profani. I predecessori di Aldebaran, in base alla propria conoscenza (!?!?!) dei fatti iniziatici, avevano fatto stampare una carta intestata simile, che è stata utilizzata sino al Convento di Ancona del 1962 ove io stesso imposi la cessazione di un simile scempio. Per loro il Martinismo e la tradizione Martinista (fatta rivivere da Papus che è il creatore del Martinismo contemporaneo) si poteva confondere, oppure era la stessa cosa del Martinezismo della dottrina cioè e della teurgia di Martinez de Pasqually, il creatore degli Eletti Cohen!
Ed è bene che altro non precisiamo, perché come scrive lo stesso Aldebaran, «siamo Martinisti e come tali legati alla Tolleranza». Ma se altro dovremmo precisare è che nella trasmissione iniziatica in uso a Venezia NULLA c’è di Martinezismo, anzi esiste la repulsione per il Martinezismo e la Teurgia. (E ciò è ampiamente documentabile).
E su queste basi: a) quattro cartoni che non si riferiscono alla teurgia Cohen, ma ad operazioni di magia «classica»; b) carta intestata sbagliata; il nostro Amico, basa le sue pretese e si erige a giudice di uno dei miei Maestri, Robert Ambelain! Che il lettore — anche se profano — giudichi.

La seconda puntualizzazione concerne il Convento di Ancona.
Esso era stato preceduto da numerosi tentativi eseguiti da me per dar forza e vigore al Martinismo in Italia. Debbo confessare che solo una forza d’animo particolare mi aveva animato in quegli anni. L’esoterismo in Italia, come ebbe a dirmi il De Conca, nell’immediato dopoguerra e per molti anni ancora, assomigliava ad un carnevale.... Il De Conca si era tratto in disparte ed in disparte rimase sino alla sua dipartita nelle Valli Celesti, ma era allora, più di me, in grado di giudicare.
Dopo una serie di approcci, dopo incontri con personalità interessanti più la psicopatologia che la iniziazione, giunsi a riprendere dei contatti con Venezia da cui sembrava provenire un’alta spiritualità. (E lo spirito c’era, ma mi sia concesso di non dire «quale» spirito).
Bene dopo lunghe trattative si giunse a stampare un invito per un Convento ove si sarebbero incontrati i Martinisti italiani per giungere ad una fusione. Il testo dell’invito a stampa lo riproduco di seguito.
L’invito si noti bene era fatto a nome dell’Ordine Martinista degli Eletti Cohen.

«In una riunione del Gran Collegio dei Superiori Incogniti dell’Ordine Martinista degli Eletti Cohen in Italia, avvenuta nel mese di marzo 1962 allo scopo di esaminare i rapporti intercorrenti tra i Martinisti Italiani ed i passi compiuti per addivenire ad una unificazione è stato formulato il seguente ordine del giorno: “Il Gran Collegio dei SS.II. d’Italia, preso atto dei favorevoli sviluppi del processo di unificazione del Martinismo anche in Italia, propone la organizzazione di un CONVENTO da tenersi in una città italiana nel periodo della luna piena del Sagittario (10, 11, 12 dicembre 1962) allo scopo di addivenire ad una fusione di tutti i gruppi italiani in una unica famiglia e pone all’ordine del giorno i seguenti argomenti:
Parte I omissis
Parte II omissis
Parte III (riservata ai soli SS.II.)
a) rafforzamento della catena del Nostro Ordine allo Eggregoro tradizionale per mezzo di un unico rituale operativo, simbolico, liturgico, teurgico da stabilirsi dopo lo studio dei rituali in uso presso i vari Ordini;
b) nomina di una o più commissioni per la attuazione del postulato del comma a), parte III.
Parte IV Nomina del Gran Maestro del Martinismo (unificato) e sua istallazione.
Seguono disposizioni organizzative ecc... ”».

È ben evidente che l’Ordine Martinista (Venezia) o degli Eletti Cohen come si chiamava e l’Ordine Martinista degli Eletti Cohen si presentarono ad Ancona in piena parità. I Martinisti degli Eletti Cohen, per i soli gradi della tradizione papusiana diedero il riconoscimento ai martinisti di Venezia di essere l’unico ramo italiano sopravvissuto agli eventi bellici e quindi (per i soli gradi papusiani) venne stabilito di creare un solo Ordine Martinista (un nuovo Ordine Martinista che cambiava denominazione, costituzioni e rituali mediante una unificazione delle vesti della unica essenza tradizionale, sia ben chiaro) in cui non vi fossero discriminazioni di sorta. Ed invece Artephius firmò nel modo detto da Aldebaran. Bene... che cosa si sarebbe dovuto fare? Aldebaran successivamente, con il pretesto di regolarizzare i documenti degli Iniziatori provenienti non da Venezia, sostituì tali documenti... e via di seguito sino ad accampare l’assurda pretesa di governare l’Ordine da Sovrano munito di poteri personali ed assoluti. (Bologna, luglio 1971).
Per tale ragione i membri del disciolto Gran Collegio dei SS.II. dell’Ordine Martinista degli Eletti Cohen, riunitisi a Perugia il 15-9-1971, stabilivano quanto segue:

«Il Gran Collegio dei SS.II. d’Italia, sotto la presidenza del F:: NEBO Gran Maestro dell’Ordine Interiore e Gran Maestro Sostituto dell’Ordine (atto n. 14/62 del 4-11-1962 del S.C. dei SS.II.) su unanime richiesta dei SS.II. italiani si è risvegliato pro tempore (nota bene), onde esaminare la situazione attuale del Martinismo in Italia.
«Considerati i risultati della riunione del G.C. dei SS.II. del 18-7-1971 tenutasi nella città di Bologna ove è emersa la volontà di imprimere un orientamento antitradizionale al Martinismo Italiano attraverso modifiche sostanziali dei Regolamenti e delle Costituzioni quali furono approvati dal compianto Gran Maestro Artephius in applicazione al protocollo di unificazione degli Ordini Martinisti stipulato in Ancona nel 1962, la cui osservanza dallo stesso fu raccomandata in un punto di morte;
«Considerati gli atti, le ingiunzioni ed il contenuto di lettere pervenute ai SS.II.II. tendenti alla instaurazione di forme e di metodiche lesive dei poteri dei SS.II. stessi ed aventi come effetto lo sfaldamento rapido del Martinismo in Italia (come si sta verificando — nota —);
«Considerato altresì lo stato generale di disorientamento e di disagio emergente da nove anni di convivenza in un Ordine che non aveva conseguito lo scopo fondamentale di raggiungere una reale unione nelle opere e negli intenti;
«Udita l’unanime richiesta dei SS.II.II. presenti alla riunione informativa tenutasi a Roma il 12-9-1971 (e che ha determinato il risveglio di questo Collegio), constatato altresì il contenuto delle deleghe e delle richieste pressanti e delle indicazioni emergenti dalla corrispondenza recentemente intercorsa tra i membri di questo Collegio ed i SS.II.II. italiani forzatamente assenti alla riunione di Roma;
stabilisce quanto segue:
1) Il protocollo di unificazione degli Ordini Martinisti Italiani firmato ad Ancona l’11-12-1962, viene denunciato con effetto immediato.
2) In forza di tale denuncia l’O.M. degli E.C. viene risvegliato in Italia, tale risveglio è limitato al circolo esterno comprendenti i gradi dall’1 al 4.
3 ) omissis
4 ) omissis
5 ) omissis
6) Stabilisce di convocare al più presto il Gran Consiglio dei SS.II.II. sotto forma di Convento onde:
a] valutare globalmente gli effetti derivanti dalla denuncia del protocollo di unificazione degli Ordini Martinisti in Italia;
b} procedere al reinserimento dell’Ordine nell’ambito del Martinismo mondiale dal quale ne era avulso;
e) procedere al rinnovo delle cariche dell’Ordine che all’atto della convocazione del Congresso si presenteranno dimissionarie;
d) provvedere ad ogni altra decisione in merito agli statuti, ai regolamenti e ad ogni altro problema che si dovesse presentare.
fir.to:
Nebo REAU †, S.I.I. Gran Maestro
Sirius S.I.I., Gran Cancelliere
Lucius REAU †, S.I.I. Gran Segretario».

Convocato il Convento, il Gran Collegio dei SS.II. dell’Ordine Martinista degli Eletti Cohen emanava la seguente dichiarazione il 31-X-1971 da Roma.

«Il Gran Collegio dei SS.II. d’Italia, sotto la presidenza del G.M. Nebo REAU †; considerato che il risveglio dell’Ordine avvenne pro tempore a far data dal 15-9-1971 con il limitato scopo della denuncia del protocollo di Ancona dell’11-12-1962 e della convocazione dei SS.II.II. della propria filiazione affinché insieme ad altri di altre filiazioni si riunissero in Convento per decidere sul futuro del Martinismo italiano, ritiene esaurito il proprio scopo con la odierna tornata a Roma ove i SS.II.II. ricostituiranno l’Ordine Martinista secondo l’antica tradizione.
Il Gran Collegio dei SS.II.II. d’Italia dell’O.M. degli E.C. riprenderà la propria attività nel seno dell’Ordine Martinista e con le funzioni che il Convento assegnerà ai suoi componenti, tuttavia prima di porre in sonno nuovamente questo G. Collegio, essi riconfermano di fronte ai Martinisti italiani il loro impegno e la loro vocazione di salvaguardia e di difesa della tradizione e della iniziazione contro ogni tentativo presente o futuro di prevaricazione, di degenerazione, di disgregamento sempre proveniente dalle forze mai sopite della controiniziazione. E ciò a gloria di IOD HE SCHIN VAU HE, Grande Architetto dell’Universo ed in unione con i Maestri Passati». ― Seguono le firme ed i sigilli personali dei membri del Gran Collegio dei SS.II.II..

Il convento riunitosi lo stesso giorno a Roma, sotto la presidenza del Fratello Melchior S.I.I. decano dei Martinisti italiani, provvedeva alla ricostituzione dell’Ordine Martinista in Italia, al ripristino delle tradizioni Martiniste ed alla nomina del nuovo Gran Maestro con funzioni di Presidente, nella persona del Fratello ALOYSIUS. Nello stesso giorno le organizzazioni iniziatiche occidentali di tradizione, la ROSA+CROCE KABBALISTICA e la ECCLESIA GNOSTICA APOSTOLICA UNIVERSALE, facevano pervenire le loro felicitazioni ed il loro augurio. Il giorno successivo venivano riorganizzati i CAVALIERI DEL TEMPIO, C.B.C.S. a difesa del TEMPIO DELLA INIZIAZIONE!
Concludo, che una conclusione si impone poiché lo spazio di già occupato non mi consente di abusare della Rivista «Conoscenza», con la sola puntualizzazione di tre punti che ritengo fondamentali per chiarire alcune affermazioni del nostro Aldebaran pubblicate nel n. 6-1971 di questa Rivista. Agli altri punti, se vi saranno interrogativi personali, potrò rispondere privatamente.
In primo luogo contesto ad Aldebaran la facoltà di erigersi a «storico» dei Cohen sulla base di una documentazione del tutto insufficiente e di «pezze» giustificative che nulla giustificano se non la sua presunzione di parlare iniziaticamente pur essendo fuori del mondo iniziatico di cui vuol scrivere.
In secondo luogo contesto ad Aldebaran la facoltà ed il potere di giudicare l’opera di Ambelain nella sua qualità di Sovrano Gran Maestro degli Eletti Cohen dell’Universo e di accaparrarsi titoli in questo campo basandosi sul possesso di una carta intestata in modo errato.
In terzo luogo contesto ad Aldebaran di occuparsi del Martinismo in Italia se non per la limitata porzione che gli compete (e di cui sia io che i miei Fratelli gli abbiamo attribuito potestà al momento della imposizione su di lui delle nostre mani) e ciò in virtù dei poteri in possesso di qualsiasi S.I.I. secondo la tradizione secolare. E sempre invocando tali poteri, gli contesto la facoltà di giudicare la prassi seguita per la denuncia del patto di Ancona ed il ristabilimento del Martinismo di tradizione nel paese che temporaneamente ci ospita.
Ciò sia sufficiente. Chi sa avrà tutto compreso, chi non sa avrà compreso quanto è sufficiente per lui.

martedì 9 aprile 2013

Salmo 133, Fratellanza e Spiritualità della Preghiera Templare - Francesco Brunelli

Il Salmo 133 è noto come il preferito dall’Ordine del Tempio. Noto anche come il Salmo della Vita Fraterna, aveva uno spazio assolutamente preferenziale all’interno della preghiera del Cavaliere Templare, sia nei numerosi momenti di preghiera che, secondo la Regola scritta da S. Bernardo di Chiaravalle, scandivano ordinariamente i ritmi della giornata, sia – e particolarmente – prima della battaglia.
Ecce quam bonum et quam jucundum abitare fratres in unum sicut unguentum in capite, quod descendit in barbam, in barba Aaron, quod descendit in oram vestimenti ejus, sicut ros Hermon, quid descendit ab monte Sion. Quoniam illic mandavit Dominus benedictionem usque in saeculum.
Breve ed intenso, il Salmo 133 recita: “Come è bello e gioioso abitare, vivere da Fratelli la stessa casa”.
Quale il significato di questo primo verso della preghiera ?
Per capire fino in fondo il significato di questa preghiera, dobbiamo dentro di noi,  creare dapprima il vero Silenzio interiore, neutralizzando le interferenze che ci derivano dalla frenesia della vita materiale. Trovata la pace interiore, dobbiamo far risuonare in noi tale preghiera attraverso il nostro respiro ed il nostro battito cardiaco, sentirla che avvolge tutto il nostro essere, sentirla risuonare nella nostra mente e nelle nostre membra, con gioia. Allora, a poco a poco, saremo in grado di aprirci all’ascolto dei significati sempre più profondi di questa straordinaria preghiera, che apre il nostro piccolo mondo materiale alla comprensione delle divine regole del Cosmo.
“Come è bello e gioioso abitare da fratelli la stessa casa” esprime – sul piano materiale – la gioia della vita fraterna di un ordine monastico militare, nel quale erano comuni il piatto dove si mangia, il mantello o la corazza – ricordiamo infatti che il Cavaliere non era proprietario di nulla, nemmeno delle sue vesti – e in cui, quindi, non crescevano sentimenti di divisione, di invidia o di ricerca di privilegi, in quanto accettare la Regola significava annullare ogni proprietà materiale, a vantaggio della vita comune.
“Come è bello e gioioso abitare da fratelli la stessa casa” esprime anche – sul piano psichico, dell’anima, la condivisione di valori di amore fraterno che superavano gli stessi confini della cristianità: dove la casa è il mondo, dove Fratelli sono non solo i Cristiani, ma tutti coloro che pregano un Dio dell’Amore: non a caso i Templari incoronarono Federico II di Svevia “Rex Mundi” per la visione di una Fratellanza Universale aperta al dialogo interreligioso con l’Islam; visione di cui l’Ordine del Tempio aveva via via acquisito sempre maggiore consapevolezza, sia attraverso la possente spinta trasmutatoria della Preghiera, sia attraverso processi di apprendimento dei grandi cicli astronomici dell’Universo, che pongono l’Ordine del Tempio su un Piano di consapevolezza che trascende addirittura l’Era Cristiana dei Pesci, per giungere ad una conoscenza universale ed universalista, che copre un arco temporale di almeno dodicimila anni, secondo insegnamenti molto antichi, ben noti a S. Bernardo di Chiaravalle, autore della Regola Templare di 72 articoli.
“Come è bello e gioioso abitare da fratelli la stessa casa” esprime infine – sul piano spirituale – quell’operazione di chirurgia spirituale che, in un Ordine come quello Templare in cui, per la prima volta si affianca al tradizionale voto monastico tripartito di obbedienza, castità e carità, tipicamente lunare, passivo, femminile, il voto dello “stare in armi”, tipicamente solare, attivo e maschile, impone di operare dentro di sé, dentro la propria compagine spirituale, la separazione di chi comanda da chi obbedisce.
Tale operazione di chirurgia spirituale è ben simboleggiata dal Sigillum consuetum dell’Ordine, che raffigura un cavallo sormontato da due Cavalieri. Dentro ciascuno di noi, dunque, è necessario separare un Io che comanda da un Io che obbedisce, il maschile dal femminile, affinché sia generato un Io nuovo, un Uomo risorto a nuova Luce divina, un Uomo Casa di Dio sulla Terra, in grado di comandare a sé stesso e quindi di trasformarsi, riprodursi in un Essere spirituale.
Ecco come dal proprio ascolto interiore, dall’Ascolto della Parola di Dio, ognuno di noi può maturare una consapevolezza superiore, attraverso la Preghiera, massima espressione di libertà dell’Uomo, che attraverso la Preghiera acquisisce quella conoscenza intuitiva che, a differenza dell’apprendimento razionale, diventa partecipazione diretta al Principio della Vita.
Il Vangelo di S. Giovanni inizia così: “In principio era la Parola; e la Parola era presso Dio; anzi, la Parola era Dio”. Anche secondo i cabalisti ebraici la Creazione è innanzitutto creazione del Linguaggio: Dio crea la Parola, le ventidue lettere dell’Alfabeto ebraico, archetipi, simboli dell’intero Universo: dalla combinazione delle lettere deriva tutto il Cosmo. Così l’Uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, attraverso la Parola crea la realtà ad immagine di Dio sulla Terra: la Preghiera è dunque lo strumento trasmutatorio attraverso il quale l’Uomo si fa Casa di Dio sulla Terra, si fa Tempio, e si avvicina alla comprensione del Principio stesso della Vita. La preghiera come squarcio di Luce nella vita materiale e terrena di tutti i giorni, che ci illumina di una Luce superiore, e ci fa capire – in ogni momento della giornata: dalla recita del Mattutino al Vespro, ma soprattutto prima della battaglia – a non avere paura della morte.
Infine, un passo del Vangelo di Tommaso: “Un giorno Gesù ci spiegò i segreti delle stelle. Era un mattino di primavera: dall’alto di un colle vedevamo nella pianura lontana sorgere il sole, là dove, all’orizzonte, ancora brillava una luminosa costellazione. “Passano le costellazioni” – disse Gesù – “dopo l’Ariete , i Pesci. E poi verrà l’Acquario. Allora l’Uomo capirà che i morti sono vivi e che la morte non esiste”.

Il Tempio Martinista - Francesco Brunelli


Per il Martinista il Tempio è in realtà lui stesso, ed è la costruzione della sua personalità, del proprio essere, la trasmutazione del proprio microcosmo verso le immensità macrocosmiche. Quando avrà compiuto l’Opera unificatrice non vi saranno più significazioni differenti, ma una cosa sola esprimerà il Tempio: l’uomo Uno con l’Universo. E si avrà il compimento dell’integrazione ed il termine del lavoro martinista.

Il Tempio Martinista è qualsiasi luogo su questa terra, al chiuso o all’aperto, che in virtù dei poteri in possesso ai S.I. e per mezzo del Rito è suscettibile di trasformarsi in luogo consacrato.

La trasformazione di un luogo consacrato è evidenziabile perché in quel punto e in quel momento si salda, anche in forme e modi sperimentabili, la catena dei vivi e dei morti che appartengono ed hanno appartenuto all’Ordine.

In questo vibrare ed in questo ritmico - stato d’essere -, percepibile sensibilmente da coloro che sono - svegli e presenti -, non percepibile da coloro che sono - presenti ma assenti -, che il Tempio si costituisce.

Non c’è bisogno di locali, non c’è bisogno di muri, non c’è bisogno di orpelli, di patacche, di diplomi attestanti i sogni irrealizzabili degli impotenti ad essere se stessi ! C’è solo bisogno di ESSERE per poter costituire un Tempio.

Ed allora questo Tempio assume - indipendentemente dal luogo dove siamo riuniti e dove si opera - il luogo ove la presenza cosmica ed i Maestri Passati vengono ad illuminare i Fratelli e le Sorelle riuniti intorno al S.I..

E ben diverso è allora il Tempo Martinista da qualsiasi altro Tempio eretto alla gloria di un Dio o di un grande Artefice dei Mondi!

È ben diverso perché differente è la sua costruzione, la sua significazione, la sua funzione ...

Quando il tempio è stato costruito secondo i mezzi noti, rappresenta quel punto sulla terra dove il Martinista lavora e parte per la sua avventura iniziatica, per vincere o morire nelle tenebre del mondo profano, in cui inesorabilmente l’Eggregore lo respingerà se non avrà in se sufficientemente alimentato questo sacro fuoco che lo rende atto alla lotta. E morirà, in realtà, anche se continuerà a sedere per tutta la vita in uno dei quattro punti cardinali di cui è costituito il Tempio ed in cui la tolleranza, la pietà e l’amore dei fratelli lo collocheranno e lo tollereranno.

Tante cose ancora poteremmo dire, invocare ed evocare a pro di coloro che si avvicinano a noi affinché gli siano sufficienti per fargli muovere ciò che da sempre in lui c’è o per farlo rinunciare ad andare oltre una – terra ignota - che , per questa volta e per questa vita è meglio che rimanga tale!

Tutte queste cose sono il Tempio del Martinista!

Che è da sempre è aperto a tutti, e chiuso per coloro che non sanno, non possono e non vogliono bussare nelle debite forme ... perché bussare è facile, ma ciò che è difficile è entrare se non si bussa in modo adeguato.

E ci sia concesso di aggiungere che bussare in forma adeguata significa semplicemente acquisire la qualificazione per essere ammessi.

Non siamo, carissimi fratelli, nel mondo pietistico e profano di certo cristianesimo; siamo in un mondo differente ove la carità è Caritas, ove la pietà è Amore e non pietismo, ove i metalli si pesano per quel che valgono e non per quanto luccicano.



Così è.


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