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mercoledì 17 aprile 2013

L’Ordine dei Cavalieri Massoni Eletti Cohen dell’Universo - Ovidio La Pera

Il Martinismo è un sistema iniziatico che si richiama agli insegnamenti ed alle dottrine di Martinès de Pasqually (1727-1774), Jean- Baptiste Willermoz (1730-1824) e Louis-Claude de Saint-Martin (1743-1803), tutti e tre operanti in Francia, in ambito massonico. In effetti il vero fondatore fu Martinès de Pasqually, uno tra i personaggi che maggiormente hanno incuriosito l’Europa alla fine del XVIII° secolo, ma allo stesso tempo dei meno conosciuti e dei più misteriosi. Coinvolto nei diversi sistemi degli «alti gradi» della massoneria
settecentesca, egli, in possesso di una bolla o patente massonica ereditaria che suo padre aveva avuto da Carlo Eduardo Stuart, nel 1738, che gli consentiva di iniziare “a vista” massoni e fondare Logge e Capitoli, e in seguito riconosciuta valida anche in Francia, creò nel 1754 circa, l’Ordine dei Cavalieri Massoni Eletti Cohen [1] dell’Universo; cioè un sistema in cui dopo i tre classici gradi di apprendista, compagno e maestro, si inseriscono una classe del “Portico”, una del “Tempio” ed una “Segreta”, corrispondente al grado di Rosa-croce.
Ma già fin dalla classe del Portico vengono introdotti i primi fondamenti della dottrina di Martinès, e cioè della “Reintegrazione” di ogni essere in senso universale. Questa dottrina è derivante forse dalla religiosità marrana, da cui egli probabilmente discende, o da quella degli ebrei sefarditi, nonché da reminiscenze di certi gruppi gnostici o da lontani echi della tradizione esoterica islamica; ma anche, da insegnamenti di impronta cabalistica.
La sua rigenerazione dopo la caduta di Adamo passa attraverso la faticosa ascesi che permette di raggiungere un “Sacerdozio Cohen“, durante il quale egli impara ad avere il dominio di se stesso e, preparato nel silenzio, con la preghiera, il digiuno, ed altre particolari pratiche, ottiene in determinati giorni la rivelazione soprannaturale di ciò che Martinès indicava con il termine “Chose“, ossia la Cosa. E ciò era possibile in quanto, secondo uno dei principi di Martinès, ogni uomo è nato profeta e, per conseguenza, egli è obbligato a coltivare in lui il dono della visione e perciò della conoscenza, cultura questa alla quale doveva servire la sua scuola.
Quest’Ordine degli Eletti Cohen ebbe il suo massimo sviluppo dopo il 1770; molte furono le Logge all’obbedienza della Gran Loggia di Francia che vi aderirono; Bordeaux ne fu uno dei maggiori centri, ma altre se ne ebbero a Montpellier, ad Avignone, a Foix, a Libourne, a La
Rochelle, a Eu, a Parigi ed in altre località ancora. A Parigi aveva pure la sua sede il Tribunale Sovrano e cioè il supremo organo amministrativo, formato da vari Rosa-Croce con l’appellativo di Sovrani giudici, tra cui Bacon de La Chevalerie e J.-B. Willermoz ed altri.
Nel 1772 Martinès, per una complessa questione ereditaria, parte per San Domingo, dove per i due anni successivi cerca di completare le istruzioni per l’Ordine. Qui però muore nel 1774. E dopo varie successioni, verificatosi l’attenuarsi delle “manifestazioni” nell’operatività delle Logge a seguito della scomparsa dal piano fisico del Maestro, viene presa la decisione di chiudere lavori e Templi, consegnando gli archivi all’Ordine dei Filaleti. [2].
Dal Martinismo di Pasqually, o meglio dal Martinezzismo , si distingue il sistema di Willermoz che, allievo di Martinès come Louis- Claude de Saint-Martin, riconduce le idee del maestro in un ambito più rigorosamente massonico, seppure con una forte accentuazione cristianeggiante, dando luogo all’Ordine dei Cavalieri Beneficenti della Città Santa o Rito Scozzese Rettificato. Per quanto riguarda Louis-Claude de Saint-Martin, dopo aver avuto i primi gradi massonici a partire dal 1765, nell’autunno del 1768 è ricevuto da Martinès tra gli Eletti Cohen col grado di Commendatore d’Oriente e nel 1772 è ordinato Rosa-Croce. [3]
Presto diviene il segretario di Martinès e collaborerà alla stesura del Trattato sulla Reintegrazione degli Esseri, opera fondamentale e primaria della tradizione martinista del suo maestro, che poco e male conosceva la lingua francese. Dopo la morte di Martinès, Saint-Martin
seguirà a Lione l’amico Willermoz partecipando all’educazione e formazione dei componenti le logge di Willermoz, e scrivendo in questo periodo, oltre alla sua famosa opera Degli Errori e della Verità varie opere contenenti istruzioni di carattere massonico.
Saint-Martin però, avendo maturato, ancora vivente Martinès, l’intenzione di abbandonare i cerimoniali teurgici, si distaccherà, fermo restando il concetto di Reintegrazione, dagli insegnamenti ricevuti dal maestro e al di là di ogni iter iniziatico che prevede la manifestazione esteriore delle forze angeliche ultraterrene, prevista dalla ritualità degli Eletti Cohen, si dedicherà alla solitaria ricerca di una via interiore che possa permettere al divino di manifestarsi nell’uomo come scintilla all’interno del sé che anela a trasformarsi in fuoco.
Lasciata Lione e l’amico Willermoz, Saint-Martin comincia il suo percorso personale ed individuale viaggiando a lungo in Italia, in Inghilterra, in Germania dove conoscerà, grazie all’amica Carlotta de Boecklin gli scritti di colui che sarà il suo secondo grande maestro:
Jacob Böhme, scritti che gli rivelarono quanto, nei documenti di Martinès, aveva soltanto intravisto.
Molte sono le opere che Saint-Martin scriverà durante la sua vita e da esse emerge che lo spiritualismo, di cui la via gli era stata prima aperta da Martinès de Pasqually e poi appianata da Jacob Böhme non è più la “scienza degli spiriti”, ma quella di Dio; e a differenza dei mistici che si uniscono attraverso la contemplazione al loro Principio, non è, per Saint-Martin, solamente la facoltà affettiva che conosce in sé il proprio principio divino, ma la facoltà intellettuale, attraverso un’operazione attiva che è il germe della conoscenza.
Sempre dalle sue opere si evidenzia come le tre facoltà animiche dell’uomo, Pensare, Sentire e Volere siano lo strumento attraverso il quale l’Uomo di desiderio (così lo chiama Saint-Martin) può penetrare nei suoi più intimi recessi per conoscere se stesso, ovvero il suo io, così come con i suoi sensi egli perviene alla conoscenza della sua corporeità.
Queste tre facoltà devono però necessariamente essere educate affinché possano riacquistare, come dice Saint-Martin, i “diritti della loro destinazione originale”, e pertanto essere poste nella condizione di riacquistare quella verginità necessaria perché la concezione e la nascita del “nuovo uomo” possa avvenire in noi sostituendo così l’uomo antico.
Vi è perché ciò possa avvenire una grande difficoltà, a causa della perenne contraddizione in cui l’uomo vive: egli infatti evita di essere l’io che sostanzialmente è, pur facendo uso delle forze del proprio io per le sue necessità esistenziali. Ma se guardando ciò che esiste, egli non sa darsi una spiegazione; se osservando le proprie idee, i propri pensieri che produce muovendosi incontro alle cose per conoscerle, sente che essi giungono da una zona ignota; egli deve sapere che questa zona ignota può essere scoperta.
Essa è nell’uomo e sta a lui giungervi indagando in se stesso, compiendo cioè la vera opera al nero della tradizione ermetica, senza paura di superare con la forza del volere e la bellezza del pensare, i limiti del pensiero stesso, per aprirsi, una volta pervenuto al sentire del cuore a ciò che è oltre i limiti, bruciando al fuoco ridestato nell’Atanor le scorie della sua personalità, del sé
individuato, volendo donarsi oltre esso per amore del proprio essere, che è essere il mondo, le cose, gli altri, il proprio io, la Saggezza fluente, la Luce, la Vita, il Logos solare, l’Amore, per adempiere così il suo ministero.
Saint-Martin esponendo nelle sue opere le necessità dell’uomo di desiderio ci espone in più occasioni le sue perplessità, oltre che per la via teurgia, anche per tutte le altre vie tradizionali quali l’ermetismo, la cabala, l’alchimia, ed altre ancora, che vari circoli nel suo tempo praticavano, al fine di stabilire un rapporto tra l’uomo, Dio e l’universo.
Da quanto finora detto vediamo che la via che Saint-Martin indica è in alternativa alle antiche vie; in una lettera all’amico Kirchberger del 19 giugno 1797, egli afferma di avere da molto tempo abbandonato: «quelle iniziazioni attraverso cui era passato nella sua prima scuola… per darsi alla sola che sia secondo il suo cuore».
Nel suo romanzo “Il Coccodrillo“, scritto tra il 1791 e l’agosto del 1792, Saint-Martin ci dà una perfetta immagine della nuova via e del modo di operare. Nel Canto 81 l’autore ci narra come ad Eleazar, personaggio principale di tutta la storia e che simbolicamente raffigura il suo primo maestro Martinès de Pasqually, venga sottratta dai cattivi geni del Coccodrillo la sua polvere magica ottenuta dalla radice, dal fusto e dalle foglie della “viola doppia”, ossia dalla pansée o viola del pensiero, e con la quale era sempre riuscito a sconfiggere il male, per cui, privatone, viene a perdere la sua “forza elementale”; ma gli rimane il “desiderio” intorno al quale ruota tutta l’azione.
Privato perciò dei poteri che gli conferiva la polvere della “viola doppia”, il desiderio denudato da ogni egoismo lo eleva al grado di un’altissima “concentrazione” da cui domina i suoi nemici, essendo così rientrato in possesso delle forze delle sue tre facoltà dell’anima, ossia del pensare, del sentire e del volere. In questo modo ci viene rivelato che queste tre facoltà sono il vero modello delle tre sostanze che compongono la polvere; ma che,  come Saint-Martin afferma, «l’effluvio dei suoi desideri, fortificato dalla “concentrazione” è più attivo ancora della polvere salina racchiusa nella scatola». Ecco allora il nuovo prodigio, all’uomo antico, Eleazar, subentra l’uomo nuovo, l’uomo del pensiero, ovvero, simbolicamente, L. C. de Saint-Martin stesso, cioè l’uomo che aveva abbandonato le antiche iniziazioni per quella secondo il suo cuore…; e che pertanto sostituiva le vie antiche, ormai prive di poteri, con la via nuova, la via dei tempi moderni, ovvero la via del pensiero puro, del pensiero vivente.
Quest’ultima affermazione “secondo il suo cuore” ha indotto molti a considerare la sua via, in quanto cardiaca, una via umida; niente di più sbagliato, poiché dalla descrizione fatta risulta che si tratta di una via cardiaca secca, giacché essa mediante la “concentrazione”, “passa per la testa” dovendo, con le forze delle facoltà dell’anima pervenire all’elevazione del pensiero.
In tutte le sue opere L.C. de Saint-Martin ha sempre insistito sulla necessità dell’elevazione del pensiero per conquistare lo spirito, ed infatti ha sempre provato una forte ripugnanza a conquistarlo con delle “operazioni fisiche” e ciò è provato dal fatto che ancor prima della morte del suo primo maestro, per il quale conserverà sempre una grande venerazione avendogli egli aperto “la carriera“, ossia l’accesso alle verità sovrannaturali, egli riprenderà la sua libertà per darsi “alla sola via che sia veramente secondo il suo cuore“.
Parlando del pensiero nella sua opera “Degli Errori e della Verità“, cap. “Delle affinità degli esseri pensanti”, l’autore afferma quanto segue:
«Quando l’uomo al contrario, cessando di fissare gli occhi sugli esseri sensibili e corporei, li riconduce sul suo proprio essere, e nell’intento di conoscerlo fa uso con cura della sua facoltà intellettuale, la sua vista acquista un’estensione immensa, concepisce e tocca, per così dire, dei raggi di luce che sente essere fuori di lui, ma di cui sente pure tutta l’analogia con se stesso; delle idee nuove discendono in lui, ma è sorpreso, ammirandole, di non trovarle estranee. Ora, vi vedrebbe egli tanti rapporti con se stesso, se la loro sorgente e la sua non fossero simili? Si troverebbe così bene e così soddisfatto alla vista dei barlumi di verità che gli si trasmettono, se il loro principio ed il suo non avessero la stessa essenza? È questo che ci fa riconoscere che, essendo il pensiero dell’uomo simile a quello dell’Essere Primo e a quello della causa attiva ed intelligente, deve esservi stato tra essi una corrispondenza perfetta fin dal
momento dell’esistenza dell’uomo».
Ma come operare per pervenire a questo pensiero che ci accomuna all’essere primo? la chiave sta nell’uso che si fa del ternario pensiero, volontà e azione a cui spesso fa riferimento il nostro filosofo; con la “concentrazione”, in effetti, si sviluppa l’azione generata dalla volontà e dal pensiero che si muovono incontro all’oggetto del sentire nella zona cardiaca, determinando la possibilità da parte nostra di varcare quella soglia del mentale che ci separa dal mondo dell’intuizione, del pensiero puro, del pensiero vivente. (Incidentalmente faccio notare che la parola intuizione viene da intuire, che a sua volta deriva dal latino inter ire cioè andare dentro, ovvero essere nella cosa e pertanto essere nella verità.
Da ciò la differenza che vi è tra l’iniziato e lo scienziato, il primo, varcando la soglia del mentale entra direttamente nel mondo della conoscenza, il secondo invece, giunto sul limite della soglia coglie qualche bagliore del mondo dell’intuizione, ma come se ne fosse spaventato si ritrae al di qua della soglia stessa e cerca di verificare mediante il pensiero razionale la giustezza dell’intuizione colta).
Come vediamo si ripete l’eterno conflitto tra pensiero razionale e pensiero vivente come se i due tipi di pensiero si annullassero a vicenda. Non dimentichiamo la battaglia condotta da L.C. de Saint-Martin contro la scienza del suo tempo che già allora minacciava con il materialismo che portava con sé, ogni forma di rapporto con il mondo divino. Oggi noi che viviamo totalmente in un mondo reso artificiale dal pensiero razionale e in un tempo scandito da congegni elettronici, avvertiamo in modo particolare la necessità di ristabilire quell’equilibrio dato dal mondo dello spirito a queste due forme di pensiero. Non a caso nell’albero sefirotico della tradizione Cabalistica, le forze che agiscono sulla testa, Chokmah, ovvero la saggezza o piano dell’intuizione e Binah cioè intelligenza o piano della razionalità, nate nell’universo ed ivi diffuse, si equilibrano in essa, una proveniente da destra ed una da sinistra, creando la base del triangolo che ha per vertice Keter ovvero ciò che per gli antichi era l’incarnazione di tutto ciò che doveva discendere negli uomini dal mondo spirituale.
Per concludere, una volta rigenerato il pensiero attraverso la concentrazione e la meditazione, l’uomo di desiderio potrà operare su di sé quel risveglio che gli farà ritrovare il più sublime dei suoi diritti che consiste, come dice il nostro filosofo, nel far uscire Dio dalla sua propria contemplazione, realizzando così quanto egli stesso afferma nel cantico 202 della sua opera “L’Uomo di desiderio“:
«Non è affatto all’uomo debole che la gloria del Signore è promessa; prima di goderne bisogna che il pensiero dell’uomo abbia riacquistato la sua elevazione. Perché è nel pensiero dell’uomo che si trova la gloria del Signore. I cieli l’annunciano pure questa gloria, e Davide ce l’ha detto nei suoi cantici; ma essi non fanno che annunciarla, mentre il pensiero dell’uomo la giustifica, la prova e la dimostra. Un giorno i cieli, la terra e l’universo cesseranno di essere e non potranno più annunciare la gloria di Dio. Quando questo giorno sarà giunto il pensiero dell’uomo potrà ancora giustificarla, provarla, dimostrarla, e ciò per la durata di tutte le eternità.
Pensate che, se voi non abbandonaste un pensiero puro e vero che fosse stato condotto ad un fine vivo ed efficace, vi ristabilireste, in modo impercettibile ai sensi, nella vostra legge e diverreste fin da quaggiù i rappresentanti del vostro Dio».
Vorrei far notare qui, a voi tutti, l’estrema importanza di quest’ultimo passo, in quanto esso ci dice chiaramente quanto sia rilevante operare mediante il pensiero vivente nel vivere di tutti i giorni, perché solo così si diverrebbe capaci di far vivere nel cuore di ogni uomo quella forza che ci renderebbe artefici del regno di Dio in Terra, compiendo in questo modo il proprio Ministero.
Per completare il quadro relativo al Martinismo, ricordiamo che dopo la chiusura dei lavori e dei templi avvenuta nel 1780 ad opera di Sebastiano de Las Casas, ultimo successore di Martinès, continuò a circolare in Europa per tutto il XIX° secolo, ma particolarmente in Francia, Germania e Russia il termine Martinista, col quale venivano indicati gli amici e i seguaci del pensiero di L. C. de Saint-Martin.
Soltanto alla fine del secolo e precisamente nel 1891, Gérard Encausse detto Papus ed Augustin Chaboseau in virtù di una pretesa catena iniziatica (non provata) che li legava a Saint-Martin fondano il cosiddetto “Ordine Martinista”. Dopo la morte di Papus avvenuta nel 1916, si succedono vari Gran Maestri tra cui Jean Bricaud (1881-1934) che stabilì la non ammissione all’Ordine per i non massoni e per le donne.
Questa norma è poi decaduta. Attualmente L’Ordine Martinista è diffuso in tutto il mondo, ed ogni Ordine è sovrano ed indipendente; in genere quasi tutti hanno un indirizzo che segue tendenzialmente la linea di Saint-Martin, qualcun altro ha forse una maggiore propensione
per il Martinezismo.
Note
[1] Dal vocabolo ebraico cohanim che significa sacerdoti.
[2] L’Ordine dei Filateti, presieduto da Savalette de Lange costituiva un gruppo massonico dedicato alla storia ed alla archiviazione di tutto ciò che riguardava l’esoterismo della sua epoca.
[3] Per distinguere il Martinismo moderno dovuto all’insegnamento di Louis-Claude de Saint-Martin da quello di Martinès, quest’ultimo è stato chiamato Martinezzismo.

martedì 9 aprile 2013

L'Ammirazione - Ovidio La Pera


Oltre alle tante opere scritte dal nostro filosofo e giunte a noi, ve ne sono altre che erano in progetto, ma che poi non furono portate a termine, e tra queste, ve n’era una, intitolata: “Trattato sull’ammirazione”. Di questo “Trattato” ci sono però giunti alcuni frammenti di notevolissimo interesse e su cui ci intratterremo in quanto ci aiutano a capire più compiutamente le considerazioni di Louis Claude de Saint Martin sull’uomo, oltre quelle già prese in esame nei precedenti capitoli.
Questi frammenti sono stati pubblicati nel 1807, dal cugino Nicola Tournyer, assieme ad altri frammenti di scritti del nostro autore, in una raccolta intitolata “Opere postume”, in due volumi.[1]
Nell’introduzione di questo frammento, l’Autore ci fa sapere che ha creduto di rendere un servizio ai suoi simili scrivendo questo “Trattato”, poiché essi, fissando la loro attenzione sul concetto d’ammirazione e quindi su di un vero tesoro che è a portata di mano per chiunque, potevano procurare delle luci alla loro intelligenza e dei godimenti al loro essere essenziale. 
Le osservazioni da lui fatte sull’ammirazione lo hanno portato, inoltre, ad esprimere il suo pensiero sul problema dell’ateismo; del quale ci occuperemo dopo aver esaminato questo vero tesoro di cui egli parla, tesoro che, secondo quanto egli afferma, è tanto vicino a noi e dal quale vedremo provenire potenti meraviglie, consistenti in una verità semplice e comune in apparenza, ma di cui finora, non si è abbastanza considerato il valore.
Questa verità, ad un tempo vasta e semplice, sublime e comune di cui egli parla nel suo “Trattato”, eccola esposta nella seguente opera che ne contiene i frammenti:
 


OPERE POSTUME

Dal Vol. 2°, Cap.: L’anima dell’uomo non può vivere che d’ammirazione.

Sotto qualsiasi rapporto si consideri l’uomo, non si troverà nulla in lui che non sia una testimonianza in favore di quest’assioma. L’uomo che si nutre di verità, è felice solamente perché vi trova di che ammirare. L’uomo che ama non è in un amore vero che per quanto egli può realmente ammirare ciò che ama. L’uomo stesso che s’inganna, sia nelle sue luci, sia nel suo amore, ammira ancora, sebbene la sua ammirazione sia fragile e passeggera come gli oggetti illusori ai quali aveva imprudentemente abbandonato il suo cuore ed il suo spirito. Infine allorché l’uomo non ammira, è vuoto e nullo: egli è come immerso in un sonno spesso e tenebroso.
Se tale è la maniera d’essere costitutiva dell’uomo, dobbiamo credere che la nostra natura non ci avrebbe formati con un bisogno così universale e così imperioso, se non avesse nello stesso tempo provveduto ai modi di soddisfarlo; essa non può essere meno saggia e meno feconda delle altre madri le quali tutte possono fornire abbondantemente ai loro figli, tutte le sussistenze di cui la loro legge li rende avidi.
 Ma ciò che egualmente certo è che noi ammiriamo le cose in quanto esse sono al di sopra di noi. Le più grandi meraviglie cessano di soggiogarci fin dall’istante ch’esse cessano di sorprenderci e possiamo anche aggiungere anticipatamente, che queste stesse meraviglie cessano di contribuire ai nostri piaceri, fin dall’istante in cui esse cessano di soggiogarci, tanto è vero che vi è per noi solamente un’alternativa, quella della penuria o di un’ammirazione che ci domini».
Da tutto ciò, risulta che se la nostra essenza costitutiva è il bisogno d’ammirare, se la nostra natura non può averci dato un simile bisogno, senza ch’essa sia sempre pronta a soddisfarla; infine, se non ammiriamo che ciò che è al di sopra di noi, bisogna che vi sia incessantemente ed eternamente qualcosa al di sopra di noi che noi possiamo ammirare in tutti i momenti, o ci sentiremo pressati dalla sete dell’ammirazione.
Questi dati semplici e che ogni uomo può verificare, ci conducono naturalmente e mediante la logica più rigorosa, alla dimostrazione dell’esistenza di una sorgente necessaria e permanente, da cui gli oggetti d’ammirazione possono discendere continuamente accanto a noi alla voce dei nostri bisogni, come i fiumi non cessano di sorgere dal seno della Terra per irrigare e ravvivare tutte le sue produzioni, e come il latte è sempre pronto ad uscire dalla mammella ai minimi desideri del bambino.
Perciò questa sorgente permanente ed eterna, di cui l’esistenza ci è indispensabile perché non languiamo nel nostro appetito radicale d’ammirazione, infine questo necessario meraviglioso che deve sempre essere al di sopra di noi, perché tutto godendo, non possiamo impadronircene, non corriamo alcun rischio chiamandolo Dio, poiché presso tutti i popoli e in tutti i luoghi, questo nome ha presentato l’idea di un essere che è più di noi, ma che racchiude per noi tutte le sorgenti d’ammirazione delle quali il bisogno possa nascere nel nostro spirito; in effetti, non può essere che in questa regione superiore ed eterna dell’ammirazione che gli uomini di tutti i tempi hanno attinto l’idea primitiva di una divinità, nonostante le applicazioni false ed abusive che ne hanno fatto e che ne possono fare ancora. È solamente qui ch’essi trovano da risvegliare e nutrire in loro l’ammirazione della potenza mediante le opere meravigliose che si sviluppano ai loro occhi, l’ammirazione della saggezza e dell’intelligenza mediante le profondità in cui lo spirito può penetrare, l’ammirazione dell’amore mediante il sentimento delle abbondanti fecondità di cui questa sorgente può arricchire l’anima umana.
Ora, perché questa sorgente superiore ha così abbondantemente di che bastare ai nostri diversi bisogni d’ammirazione? Non rimandiamo più a lungo di manifestarlo: è ch’essa stessa si nutre solamente di questa sostanza; è che essendo eternamente nell’attività ineffabile e creatrice della sua propria generazione, essa è eternamente nelle delizie della sua propria ammirazione; è che il suo pensiero abbraccia ed afferra ad un tempo tutta l’universalità del suo essere, e non è esposto come in noi a non abbracciare che delle facoltà parziali, da cui risultano delle disuguaglianze e dei difetti di misura; è che essa non può così che amarsi sempre e compiacersi eternamente ed universalmente in se stessa; è infine che essendo continuamente piena del suo proprio amore e della sua propria ammirazione, allorché versa su di noi in qualche modo la sovrabbondanza dei suoi tesori, essa non vi può versare che la sovrabbondanza della sua ammirazione e del suo amore. Ecco già alcuni dei frutti della proposizione ad un tempo semplice ed immensa che abbiamo presentato; cioè: che l’anima dell’uomo non può vivere che d’ammirazione.

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A questo punto, l’Autore ci dà una nuova proposizione non meno feconda della precedente e cioè:                
            “L’uomo è il solo che sia suscettibile d’ammirazione fra tutti gli esseri della natura”.
E proseguendo afferma che l’uomo è il solo essere fra tutti gli esseri della natura ad essere suscettibile d’ammirazione, perciò è il solo ad avere dei rapporti d’analogia con la sorgente universale dell’ammirazione e quindi con Dio, poiché senza analogia l’uomo mai potrebbe essere colpito da alcun movimento d’ammirazione, nonostante la magnificenza delle meraviglie che la sorgente eterna espone davanti a lui, e questi rapporti lo elevano di conseguenza, rispetto a tutti gli altri esseri della natura, al rango più sublime dopo Dio, essendone contemporaneamente il riflesso e lo specchio. Ma essendo l’uomo suscettibile d’ammirazione solamente perché trova la sua analogia nella sorgente eterna, a maggior ragione bisogna che questa sorgente eterna trovi dell’analogia nell’uomo per trasmettergli efficacemente le basi d’ammirazione di cui essa è il principio generatore, facendoci così divenire i suoi cooperatori nello sviluppo delle sue meraviglie grazie all’espansione della sua ammirazione. Pertanto, questa sorgente, ovvero Dio, può farsi conoscere solamente attraverso la felicità o l’ammirazione, poiché Egli stesso è la felicità e l’ammirazione dal momento che ne porta tanta in noi stessi allorché abbiamo la fortuna di avvertire il suo approccio. Ma se sciaguratamente rimproverassimo la Divinità di non averci fatto come Lei, vedremmo che, se così fosse, saremmo uguali a Lei e conseguentemente non saremmo stati fatti, essendo Lei ammirabile solamente perché non è stata fatta e noi non avremmo nulla da chiedere, poiché saremmo  come Dio.

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[1] Alla morte di L. C. de Saint-Martin avvenuta, secondo quanto ci racconta il suo amico e discepolo J.B.M. Gence il 13 ottobre 1803, la maggior parte dei suoi manoscritti furono affidati, dall’unica erede Louise-Françoise marchesa dell’Estenduère, sorella di Saint-Martin, a Nicolas Tournyer, cugino di parte materna.
Nel 1807 Nicolas Tournyer pubblicò in due volumi, intitolati “Opere postume”, una raccolta tratta dai suddetti manoscritti ricevuti, comprendente oltre al “Trattato sull’Ammirazione, quello delle Benedizioni, “le vie della Saggezza”, delle raccolte di pensieri, varie sue poesie tra cui “Il Cimitero d’Amboise”, “La questione proposta dall’Accademia di Berlino”, dieci sue preghiere e tanti altri scritti.

Sono Praticabili Oggi gli Insegnamenti di Louis Claude de Saint Martin - Ovidio La Pera


Più volte, dei fratelli, non solo fra gli Associati, li ho sentiti porsi la domanda se il pensiero, ovvero la dottrina con i relativi insegnamenti del Filosofo d’Amboise, e conseguentemente la via da lui tracciata, siano sempre attuali. Questa domanda, che anch’io mi sono posto tanti anni or sono, è da ritenersi più che appropriata, specialmente se si considera l’epoca in cui stiamo vivendo, un’epoca in cui il tempo non ha più tempo, un’epoca in cui tutti rincorrono gli attimi, senza accorgersi che con essi se ne va il proprio esistere.

C’è tanta voglia di tempo, e nel continuo desiderio di dare un senso alla nostra esistenza, la nostra vita sembra essersi trasformata in una corsa affannosa verso un traguardo che si rivela sempre impossibile da raggiungere e che ci riporta alla mente le parole di Quelet figlio di Davide, re di Gerusalemme (Quelet 1:14): «Ho meditato su tutto quel che gli uomini fanno per arrivare alla conclusione che tutto il loro affannarsi è inutile. È come se andassero a caccia di vento».
In questo mondo in cui ha preso il sopravvento la scienza e la tecnologia a seguito del grande sviluppo del pensiero razionale, non siamo più in grado di prendere i giusti provvedimenti che ci riguardano e di riflettere sul passato, sul presente e sul futuro; e via via che i ritmi della vita moderna continuano ad aumentare ci sentiamo sempre più scollegati dai ritmi biologici del pianeta e sempre meno in grado di vivere un rapporto diretto con l’ambiente naturale. Il ritmo del nostro tempo non è più in armonia con il sorgere ed il tramontare del sole, con il flusso e riflusso delle maree, con l’avvicendarsi degli equinozi e dei solstizi, col calendario lunare e con quello solare, insomma è venuto meno il rapporto tra microcosmo e macrocosmo. Tutt’al più il nostro rapporto con la natura e con il mondo che ci circonda si limita all’osservazione del cielo da una finestra prima di uscire di casa, per stabilire se è il caso o meno, di portare con noi un ombrello.
Concludo questa prima parte del mio intervento, osservando che oggi, l’impotenza dell’uomo, così come dice il filosofo rumeno, Emile Cioran, è giunta al punto «di dover affrontare una sventura inusitata, e cioè quella di non avere diritto al tempo».
Quanto noi oggi sperimentiamo in relazione col mondo e con il tempo, indubbiamente, anche se in forme e misure diverse, lo sperimentò a suo tempo pure il nostro venerabile Maestro, specialmente se consideriamo la terribile esperienza da lui vissuta con la Rivoluzione Francese. Noi oggi ci chiediamo se la via da lui tracciata per stabilire un rapporto tra noi, Dio e l’universo, sia ancora possibile, e pertanto in grado di poter ristabilire una piena consapevolezza, in noi, della nostra immagine e somiglianza con il Creatore. Queste domande pure lui se le poneva ed in varie occasioni nei suoi scritti egli ci espone le sue perplessità, per non dire i suoi giudizi negativi sui comportamenti degli uomini del suo tempo e sulle varie vie tradizionali praticate in determinati ambienti; ad esempio nel cantico 90 dell’opera "L’Uomo di desiderio" invita i sapienti nell’arte ermetica a non ingannare più se stessi con i loro misteri confondendo l’opera della verità con la loro e correndo così il rischio di somigliare ai figli di Belial; oppure nel libro "Degli Errori e della verità", partizione 7, al capitolo "Del Verbo", dove osserva, riferendosi ai Cabalisti speculativi, ch’essi non trovano nulla "perché parlano sempre e non verbano mai"; o come nel "Quadro naturale........", in cui dedica un intero capitolo agli alchimisti, nei confronti dei quali si esprime con delle valutazioni tutt’altro che positive. Ma è soprattutto sulla via teurgica del suo primo maestro, via da lui praticata nei suoi anni giovanili nella Loggia di Bordeaux, ch’egli mette in guardia i suoi lettori; ecco come si esprime nella sua opera "Il Ministero dell’Uomo-spirito", parte seconda: "Dell’Uomo" , dove, parlando dell’opera che l’uomo di desiderio ha da compiere, dice che quest’opera « va ben al di là delle operazioni teurgiche, con le quali accade che lo spirito si attacca a noi, veglia su di noi, ed esercita la saggezza e le virtù, senza che noi siamo né saggi né virtuosi, poiché allora questo spirito ci è unito soltanto esteriormente, ed opera spesso anche queste cose a nostra insaputa, il che ci mantiene nell’orgoglio ed in una falsa sicurezza, più pericolosa forse, delle nostre debolezze e dei nostri traviamenti che ci richiamano all’umiltà»; infine, sempre nel "Ministero dell’Uomo-spirito" egli da un giudizio assolutamente negativo sulla "Scienza degli spiriti".
Qual è dunque in alternativa la via che L.C. de Saint-Martin propone ai suoi lettori? In una lettera da lui scritta all’amico Kirchberger, il 19 giugno 1797 ( e quindi già a Rivoluzione Francese avvenuta), egli afferma che «la sola iniziazione che predico e che ricerco con tutto l’ardore della mia anima, è quella attraverso cui possiamo entrare nel cuore di Dio, e far entrare il cuore di Dio in noi, per realizzarvi un matrimonio indissolubile, tale da farci l’amico, il fratello e la sposa del nostro divino Riparatore.......» e prosegue poi ribadendo di avere del tutto abbandonato gli insegnamenti legati alle iniziazioni attraverso cui era passato nella sua prima scuola e di cui aveva parlato a suo tempo nell’ardore della giovinezza. Ma è nel suo romanzo "Il Coccodrillo", scritto tra il 1791 e l’agosto del 1792, che noi possiamo trovare una risposta, direi completa alla nostra domanda. Nel Canto 81 l’autore ci narra come ad Eleazar, personaggio principale di tutta la storia e che simbolicamente raffigura il suo primo maestro Martinez de Pasqually, venga sottratta dai cattivi geni del Coccodrillo la sua polvere magica ottenuta dalla radice, dal fusto e dalle foglie della "viola doppia", ossia dalla pansée o viola del pensiero, e con la quale era sempre riuscito a sconfiggere il male, per cui, privatone, viene a perdere la sua "forza elementale"; ma gli rimane il "desiderio" intorno al quale ruota tutta l’azione. Privato perciò dei poteri che gli conferiva la polvere della "viola doppia", il desiderio, denudato da ogni egoismo, lo eleva al grado di un’altissima "concentrazione" da cui domina i suoi nemici, essendo così rientrato in possesso delle forze delle sue tre facoltà dell’anima, ossia del pensare, del sentire e del volere. In questo modo ci viene rivelato che queste tre facoltà sono il vero modello delle tre sostanze che compongono la polvere; ma che, come Saint-Martin afferma, «l’effluvio dei suoi desideri, fortificato dalla "concentrazione" è più attivo ancora della polvere salina racchiusa nella scatola». Ecco allora il nuovo prodigio, all’uomo antico, Eleazar, subentra l’uomo nuovo, l’uomo del pensiero, ovvero, simbolicamente, L.C. de Saint-Martin stesso, cioè l’uomo che, com’egli scriveva a Kirchberger, aveva lasciato «quelle iniziazioni attraverso cui era passato nella sua prima scuola........per darsi alla sola che sia veramente secondo il suo cuore»; e che pertanto sostituiva le vie antiche, ormai prive di poteri, con la via nuova, la via dei tempi moderni, ovvero la via del pensiero puro, del pensiero vivente.
Quest’ultima affermazione "secondo il suo cuore" ha indotto molti a considerare la sua via, in quanto cardiaca, una via umida; niente di più sbagliato, poiché dalla descrizione fatta risulta che si tratta di una via cardiaca secca, giacché essa, mediante la "concentrazione", "passa per la testa" dovendo, con le forze delle facoltà dell’anima pervenire all’elevazione del pensiero.
In tutte le sue opere L.C. de Saint-Martin ha sempre insistito sulla necessità dell’elevazione del pensiero per conquistare lo spirito, ed infatti, ha sempre provato una forte ripugnanza a conquistarlo con delle "operazioni fisiche" e ciò è provato dal fatto che ancor prima della morte del suo primo maestro, per il quale conserverà sempre una grande venerazione avendogli egli aperto "la carriera", ossia l’accesso alle verità sovrannaturali, egli riprenderà la sua libertà per darsi "alla sola via che sia veramente secondo il suo cuore".
Parlando del pensiero nella sua opera "Degli Errori e della verità" , cap. "Delle affinità degli esseri pensanti", l’autore afferma quanto segue: «Quando l’uomo al contrario, cessando di fissare gli occhi sugli esseri sensibili e corporei, li riconduce sul proprio essere, e nell’intento di conoscerlo fa uso con cura della sua facoltà intellettuale, la sua vista acquista un’estensione immensa, concepisce e tocca, per così dire, dei raggi di luce che sente essere fuori di lui, ma di cui sente pure tutta l’analogia con se stesso; delle idee nuove discendono in lui, ma è sorpreso, ammirandole, di non trovarle estranee. Ora, vi vedrebbe egli tanti rapporti con se stesso, se la loro sorgente e la sua non fossero simili? Si troverebbe così bene e così soddisfatto alla vista dei barlumi di verità che gli si trasmettono, se il loro principio ed il suo non avessero la stessa essenza? È questo che ci fa riconoscere che, essendo il pensiero dell’uomo simile a quello dell’Essere Primo e a quello della causa attiva ed intelligente, deve esservi stato tra essi una corrispondenza perfetta fin dal momento dell’esistenza dell’uomo».
Incidentalmente vorrei sottoporre all’attenzione dei fratelli e delle sorelle quanto sullo stesso argomento dice un grande spiritualista, caposcuola del romanticismo tedesco, e contemporaneo del nostro filosofo, e cioè Federico von Hardenberg, meglio conosciuto come Novalis (tratto dalla sua opera "Frammenti", art. n° 27) e che confermano con parole ed argomenti diversi lo stesso concetto: «L’uomo ha l’impressione di trovarsi in una conversazione e che qualche ente spirituale e ignorato lo induca in maniera arcana a sviluppare i pensieri più evidenti. Questo ente deve essere un ente superiore perché entra con lui in una specie di rapporto che non è possibile per nessun ente legato a fenomeni. Deve essere un ente omogeneo perché tratta l’uomo come un ente spirituale e lo esorta soltanto alla più rara attività personale. Questo io di qualità superiore sta all’uomo come l’uomo alla natura o il savio al fanciullo. L’uomo aspira a diventare uguale a lui allo stesso modo che cerca di equiparare a sé il non io».
Ritornando ora alla via tracciata dal nostro filosofo, abbiamo già notato come per l’uomo sia indispensabile rientrare in possesso delle tre fondamentali facoltà dell’anima, ma dobbiamo osservare pure che per ritornarne realmente in possesso e necessario prima, come ci viene raccomandato con l’opera "Il Nuovo uomo" che queste facoltà riacquistino la "verginità" necessaria perché la concezione del nuovo uomo si compia in noi; cioè è necessario che noi si dica alle nostre tre facoltà, come il Riparatore disse al fratello di Marta e Maria "Lazzaro alzati" e solo allora in noi si formerà il neonato dello spirito che potrà adempiere il suo ministero in questo quaternario.
Ma come operare? la chiave sta nell’uso che si fa del ternario pensiero, volontà e azione a cui spesso fa riferimento il nostro filosofo; con la "concentrazione", in effetti, si sviluppa l’azione generata dalla volontà e dal pensiero che si muovono incontro all’oggetto del sentire nella zona cardiaca, determinando la possibilità da parte nostra di varcare quella soglia del mentale che ci separa dal mondo dell’intuizione, del pensiero puro, del pensiero vivente. (Incidentalmente faccio notare che la parola intuizione viene da intuire, che a sua volta deriva dal latino intra ire cioè andare dentro, ovvero essere nella cosa e pertanto essere nella verità. Da ciò la differenza che vi è tra l’iniziato e lo scienziato, il primo, varcando la soglia del mentale entra direttamente nel mondo della conoscenza, il secondo invece, giunto sul limite della soglia coglie qualche bagliore del mondo dell’intuizione, ma come se ne fosse spaventato si ritrae al di qua della soglia stessa e cerca di verificare mediante il pensiero razionale la giustezza dell’intuizione colta).
Come vediamo si ripete l’eterno conflitto tra pensiero razionale e pensiero vivente come se i due tipi di pensiero si annullassero a vicenda. Non dimentichiamo la battaglia condotta da L.C. de Saint-Martin contro la scienza del suo tempo che già allora minacciava con il materialismo che portava con sé, ogni forma di rapporto con il mondo divino. Oggi noi che, come abbiamo già evidenziato, viviamo totalmente in un mondo reso artificiale dal pensiero razionale e in un tempo scandito da congegni elettronici, avvertiamo in modo particolare la necessità di ristabilire quell’equilibrio dato dal mondo dello spirito a queste due forme di pensiero. Non a caso nell’albero sefirotico le forze che agiscono sulla testa, Chokmah, ovvero la saggezza o piano dell’intuizione e Binah cioè intelligenza o piano della razionalità, nate nell’universo ed ivi diffuse, si equilibrano in essa, una proveniente da destra ed una da sinistra, creando la base del triangolo che ha per vertice Keter ovvero ciò che per gli antichi era l’incarnazione di tutto ciò che doveva discendere negli uomini dal mondo spirituale.
Per concludere, avendo, quindi, rigenerato il pensiero attraverso la concentrazione e la meditazione, l’uomo di desiderio potrà operare in sé quel risveglio che gli farà ritrovare il più sublime dei suoi diritti che consiste, come dice il nostro filosofo, nel far uscire Dio dalla sua propria contemplazione, realizzando così quanto egli stesso afferma nel cantico 202 della sua opera «L’Uomo di desiderio": Non è affatto all’uomo debole che la gloria del Signore è promessa; prima di goderne bisogna che il pensiero dell’uomo abbia riacquistato la sua elevazione. Perché è nel pensiero dell’uomo che si trova la gloria del Signore. I cieli l’annunciano pure questa gloria, e Davide ce l’ha detto nei suoi cantici; ma essi non fanno che annunciarla, mentre il pensiero dell’uomo la giustifica, la prova e la dimostra. Un giorno i cieli, la terra e l’universo cesseranno di essere e non potranno più annunciare la gloria di Dio. Quando questo giorno sarà giunto il pensiero dell’uomo potrà ancora giustificarla, provarla, dimostrarla, e ciò per la durata di tutte le eternità. Pensate che, se voi non abbandonerete un pensiero puro e vero che fosse stato condotto ad un fine vivo ed efficace, vi ristabilirete, in modo impercettibile ai sensi, nella vostra legge e diverrete fin da quaggiù i rappresentanti del vostro Dio». Vorrei far notare qui, a voi tutti, l’estrema importanza di quest’ultimo passo, in quanto esso ci dice chiaramente quanto sia rilevante operare mediante il pensiero vivente nel vivere di tutti i giorni, perché solo così si diverrebbe Operai del Signore, compiendo in questo modo il proprio Ministero.
Non vorrei, però, giunto al termine, trascurare un altro importantissimo compito che l’uomo di desiderio deve quotidianamente compiere, e cioè l’opera della preghiera, poiché questa è l’azione stessa, ovvero la generazione viva dell’ordine divino che si trasferisce in lui, attuando in lui l’azione del Riparatore. L.C. de Saint-Martin, nella sua opera "Il mio libro verde", all’art. 145 ci invita a pregare finché ci sentiamo sollecitati "dal fanatismo di questo godimento"; e poiché essendo la preghiera un uscire da se stesso, il che equivale ad un’offerta di sé a Dio, si eleva in questo modo la propria anima alla partecipazione del mistero d’amore che è divenuto attuale e che si è comunicato all’umanità con il Riparatore, il quale trascende la sua storicità essendo Egli la rivelazione e la redenzione viva nel cuore di ogni uomo che così s’innalza ad artefice del regno di Dio in terra.

Il Martinismo - Ovidio La Pera

Il Martinismo è un sistema iniziatico che si richiama agli insegnamenti ed alle dottrine di Martinès de Pasqually (1727-1774), Jean-Baptiste Wi lllermoz (1730-1824) e Louis-Claude de Saint-Martin (1743-1803), tutti e tre operanti in Francia, in ambito massonico. In effetti il vero fondatore fu Martinès de P a s q u a l l y, uno tra i personaggi che maggiormente hanno incuriosito l’Europa alla fine del XVIII° secolo, ma allo stesso tempo dei meno conosciuti e dei più misteriosi. Coinvolto nei diversi sistemi degli “alti gradi” della Massoneria settecentesca, egli, in possesso di una bolla o patente massonica ereditaria che suo padre aveva avuto da Carlo Eduardo Stuart, nel 1738, che gli consentiva di iniziare “a vista” massoni e fondare Logge e Capitoli, e in seguito riconosciuta valida anche in Francia, creò nel 1754 circa, l’Ordine dei Cavalieri Massoni Eletti Cohen (dal vocabolo ebraico cohanim che significa “sacerdoti”)dell’Universo; cioè un sistema in cui dopo i tre classici gradi di Apprendista, Compagno e Maestro, si inseriscono  una classe del “Portico”, una del “ Tempio” ed una “Segreta”, corrispondente al grado di Rosa-Croce. Ma già fin dalla classe del Portico vengono introdotti i primi fondamenti della dottrina di Martinès, e cioè della Reintegrazione di ogni essere in senso universale. Questa dottrina è derivante forse dalla religiosità marrana, da cui egli probabilmente discende, o da quella degli ebrei sefarditi, nonché da reminiscenze di certi gruppi gnostici o da lontani echi della tradizione esoterica islamica; ma anche, da insegnamenti di impronta cabalistica. Con operazioni di tipo teurgico sempre più complesse e via via più segrete nell’avanzare dei gradi, e comunque il tutto espresso attraverso una terminologia cristiana, questa dottrina veniva impartita all’adepto a cui spettava il compito di apprendere quale fu la sua origine e qual è la sua destinazione e quali sono le vie comuni della sua caduta e della sua risalita. La sua rigenerazione dopo la caduta di Adamo passa attraverso la faticosa ascesi che permette di raggiungere un Sacerdozio Cohen, durante il quale egli impara ad avere il dominio di se stesso e, preparato nel silenzio, con la preghiera, il digiuno ed altre particolari pratiche, ottiene in determinati giorni la rivelazione soprannaturale di ciò che Martinès indicava con il termine C h o s e, ossia la “Cosa”. E ciò era possibile in quanto, secondo uno dei princìpi di Martinès, ogni uomo è nato profeta e, per conseguenza, egli è obbligato a coltivare in sè il dono della visione e perciò della conoscenza, cultura questa alla quale doveva servire la sua scuola.  Quest’Ordine degli Eletti Cohen ebbe il suo massimo sviluppo dopo il 1770; molte furono le Logge all’obbedienza della Gran Loggia di Francia che vi aderirono; Bordeaux ne fu uno dei maggiori centri, ma altre se ne ebbero a Montpellier, ad Av i g n one, a Foix, a Libourne, a La Rochelle, a Eu, a Parigi ed in altre località ancora.  A  P a r i g i aveva pure la sua sede il Tribunale Sovrano e cioè il supremo organo amministrativo, formato da vari Rosa-Croce con l’appellativo di Sovrani giudici, tra cui Bacon de La Chevalerie e J.B. Willermoz ed altri. Nel 1772 Martinès, per una complessa questione ereditaria, parte per San Domingo, dove per i due anni successivi cerca di completare le istruzioni per l’Ordine. Qui però muore nel 1774. E dopo varie successioni, verificatosi l’attenuarsi delle “manifestazioni” nell’operatività delle Logge a seguito della scomparsa dal piano fisico del Maestro, viene presa la decisione di chiudere lavori e Templi, consegnando gli archivi all’Ordine dei Filaleti ( L’Ordine dei Filateti, presieduto da Savalette de Lange costituiva un gruppo massonico dedicato alla storia ed alla archiviazione di tutto ciò che riguardava l’esoterismo della sua epoca).  Dal Martinismo di Pasqually, o meglio dal Martinezismo, si distingue il sistema di Willermoz che, allievo di Martinès come Louis-Claude de Saint-Martin, riconduce le idee del maestro in un ambito più rigorosamente massonico, seppure con una forte accentuazione cristianeggiante, dando luogo all’Ordine dei Cavalieri Beneficenti della Città Santa o Rito Scozzese Rettificato. Per quanto riguarda Louis-Claude de Saint- Martin, dopo aver avuto i primi gradi massonici a partire dal 1765, nell’autunno del 1768 è ricevuto da Martinès tra gli Eletti Cohen col grado di Commendatore d’Oriente e nel 1772 è ordinato Rosa-Croce. Presto diviene il segretario di Martinès e collaborerà alla stesura del Trattato sulla Reintegrazione degli Esseri, opera fondamentale e primaria della tradizione martinista del suo maestro, che poco e male conosceva la lingua francese. Dopo la morte di Martinès, Saint-Martin seguirà a Lione l’amico Willermoz partecipando all’educazione e formazione dei componenti le logge di Willermoz, e scrivendo in questo periodo, oltre alla sua famosa opera Degli Errori e della Verità varie opere contenenti istruzioni di carattere massonico. Saint-Martin però, avendo maturato, ancora vivente Martinès, l’intenzione di abbandonare i cerimoniali teurgici, si distaccherà, fermo restando il concetto di Reintegrazione, dagli insegnamenti ricevuti dal maestro e al di là di ogni i t e r iniziatico che prevede la manifestazione esteriore delle forze angeliche ultraterrene, prevista dalla ritualità degli Eletti Cohen, si dedicherà alla solitaria ricerca di una via interiore che possa permettere al divino di manifestarsi nell’uomo come scintilla all’interno del sé che anela a trasformarsi in fuoco. Lasciata Lione e l’amico Wi l l e r m o z , Saint-Martin comincia il suo percorso personale ed individuale viaggiando a lungo in Italia, in Inghilterra, in Germania dove conoscerà, grazie all’amica Carlotta de Boecklin gli scritti di colui che sarà il suo secondo grande maestro: Jacob Böhme, scritti che gli rivelarono quanto, nei documenti di Martinès, aveva soltanto intravisto. Molte sono le opere che Saint-Martin scriverà durante la sua vita e da esse emerge che lo spiritualismo, di cui la via gli era stata prima aperta da Martinès de Pasqually e poi appianata da Jacob Böhme non è più la “scienza degli spiriti”, ma quella di Dio; e a differenza dei mistici che si uniscono attraverso la contemplazione al loro Principio, non è, per Saint-Martin, solamente la facoltà affettiva che conosce in sé il proprio principio divino, ma la facoltà intellettuale, attraverso un’operazione attiva che è il germe della conoscenza.
Per distinguere il Martinismo moderno dovuto all’insegnamento di Louis-Claude de Saint-Martin da quello di Martinès, quest’ultimo è stato chiamato Martinezismo. Sempre dalle sue opere si evidenzia come le tre facoltà animiche dell’uomo, Pensare, Sentire e Volere siano lo strumento attraverso il quale “l’Uomo di desiderio” (così lo chiama Saint-Martin) può penetrare nei suoi più intimi recessi per conoscere se stesso, ovvero il suo io, così come con i suoi sensi egli perviene alla conoscenza della sua corporeità. Queste tre facoltà devono però necessariamente essere educate affinché possano riacquistare, come dice Saint-Martin, i “diritti della loro destinazione originale”, e pertanto essere poste nella condizione di riacquistare quella verginità necessaria perché la concezione e la nascita del “nuovo uomo” possa avvenire in noi sostituendo così l’uomo antico. Vi è perché ciò possa avvenire una grande difficoltà, a causa della perenne contraddizione in cui l’uomo vive: egli infatti evita di essere l’io che sostanzialmente è, pur facendo uso delle forze del proprio io per le sue necessità esistenziali. Ma se guardando ciò che esiste, egli non sa darsi una spiegazione; se osservando le proprie idee, i propri pensieri che produce muovendosi incontro alle cose per conoscerle, sente che essi giungono da una zona ignota, egli deve sapere che questa zona ignota può essere scoperta. Essa è nell’uomo e sta a lui giungervi indagando in se stesso, compiendo cioè la vera opera al nero della tradizione ermetica, senza paura di superare con la forza del volere e la bellezza del pensare, i limiti del pensiero stesso, per aprirsi, una volta pervenuto al sentire del cuore a ciò che è oltre i limiti, bruciando al fuoco ridestato nell’Atanor le scorie della sua personalità, del sé individuato, volendo donarsi oltre esso per amore del proprio essere, che è essere il mondo, le cose, gli altri, il proprio io, la Saggezza fluente, la Luce, la Vita, il Logos solare, l’Amore, per adempiere così il suo ministero. Saint-Martin esponendo nelle sue opere le necessità dell’uomo di desiderio ci espone in più occasioni le sue perplessità, oltre che per la via teurgica , anche per tutte le altre vie tradizionali quali l’ermetismo, la cabala, l’alchimia, ed altre ancora, che vari circoli nel suo tempo praticavano, al fine di stabilire un rapporto tra l’uomo, Dio e l’universo. Da quanto finora detto vediamo che la via che Saint-Martin indica è in alternativa alle antiche vie; in una lettera all’amico Kirchberger del 19 giugno 1797, egli afferma di avere da molto tempo abbandonato quelle iniziazioni attraverso cui era passato nella sua prima scuola […] per darsi alla sola che sia secondo il suo cuore. Nel suo romanzo Il Coccodrillo, scritto tra il 1791 e l’agosto del 1792, Saint-Martin ci dà una perfetta immagine della nuova via e del modo di operare. Nel Canto 81 l’autore ci narra come ad Eleazar, personaggio principale di tutta la storia e che simbolicamente raffigura il suo primo maestro Martinès de   P a s q u a l l y, venga sottratta dai cattivi geni del Coccodrillo la sua polvere magica ottenuta dalla radice, dal fusto e dalle foglie della “viola doppia”, ossia dalla pansée o viola del pensiero, e con la quale era sempre riuscito a sconfiggere il male, per cui, privatone, viene a perdere la sua “forza elementale”; ma gli rimane il “desiderio” intorno al quale ruota tutta l’azione. Privato perciò dei poteri che gli conferiva la polvere della “viola doppia”, il desiderio denudato da ogni egoismo lo eleva al grado di un’altissima concentrazione da cui domina i suoi nemici, essendo così rientrato in possesso delle forze delle sue tre facoltà dell’anima, ossia del pensare, del sentire e del volere. In questo modo ci viene rivelato che queste tre facoltà sono il vero modello delle tre sostanze che compongono la polvere; ma che, come Saint-Martin afferma , l’effluvio dei suoi desideri, fortificato dalla “concentrazione” è più attivo ancora della polvere salina racchiusa nella scatola. Ecco allora il nuovo prodigio, all’uomo antico, E l e a z a r, subentra l’uomo nuovo, l’uomo del pensiero, ovvero, simbolicamente, L.C. de Saint-Martin stesso, cioè l’uomo che aveva abbandonato le antiche iniziazioni per quella secondo il suo cuore …; e che pertanto sostituiva le vie antiche, ormai prive di poteri, con la via nuova, la via dei tempi moderni, ovvero la via del pensiero puro, del pensiero vivente. Quest’ultima affermazione secondo il suo cuore ha indotto molti a considerare la sua via, in quanto cardiaca, una via umida; niente di più sbagliato, poiché dalla descrizione fatta risulta che si tratta di una via cardiaca secca, giacché essa mediante la “concentrazione”, passa per la testa dovendo, con le forze delle facoltà dell’anima pervenire all’elevazione del pensiero. In tutte le sue opere L.C. de Saint-Martin ha sempre insistito sulla necessità dell’elevazione del pensiero per conquistare lo spirito, ed infatti ha sempre provato una forte ripugnanza a conquistarlo con delle “operazioni fisiche” e ciò è provato dal fatto che ancor prima della morte del suo primo maestro, per il quale conserverà sempre una grande venerazione avendogli egli aperto la carriera, ossia l’accesso alle verità sovrannaturali, egli riprenderà la sua libertà per darsi alla sola via che sia vera - mente secondo il suo cuore. Parlando del pensiero nella sua opera Degli Errori e della Verità, cap. “Delle affinità degli esseri pensanti”, l’autore afferma quanto segue: Quando l’uomo al contrario, cessando di fissare gli occhi sugli esseri sensibili e corporei, li riconduce sul suo proprio essere, e nell’intento di conoscerlo fa uso con cura della sua facoltà intellettuale, la sua vista acquista un’estensione immensa, concepisce e tocca, per così dire, dei raggi di luce che sente essere fuori di lui, ma di cui sente pure tutta l’analogia con se stesso; delle idee nuove discendono in lui, ma è sorpreso, ammirandole, di non trovarle estranee. Ora, vi vedrebbe egli tanti rapporti con se stesso, se la loro sorgente e la sua non fossero simili? Si troverebbe così bene e così soddisfatto alla vista dei barlumi di verità che gli si trasmettono, se il loro principio ed il suo non avessero la stessa essenza? È questo che ci fa riconoscere che, essendo il pensiero dell’uomo simile a quello dell’Essere Primo e a quello della causa attiva ed intelligente, deve esservi stato tra essi una corrispondenza perfetta fin dal momento dell’esistenza dell’uomo. Ma come operare per pervenire a questo pensiero che ci accomuna all’essere primo? La chiave sta nell’uso che si fa del ternario pensiero, volontà e azione a cui spesso fa riferimento il nostro filosofo; con la concentrazione, in effetti, si sviluppa l’azione generata dalla volontà e dal pensiero che si muovono incontro all’oggetto del sentire nella zona cardiaca, determinando la possibilità da parte nostra di varcare quella soglia del mentale che ci separa dal mondo dell’ intuizione,del pensiero puro, del pensiero vivente. (Incidentalmente faccio notare che la parola intuizione viene da intuire, che a sua volta deriva dal latino inter ire cioè andare dentro, ovvero essere nella cosa e pertanto essere nella verità. Da ciò la differenza che vi è tra l’iniziato e lo scienziato, il primo, varcando la soglia del mentale entra direttamente nel mondo della conoscenza, il secondo invece, giunto sul limite della soglia coglie qualche bagliore del mondo dell’intuizione, ma come se ne fosse spaventato si ritrae al di qua della soglia stessa e cerca di verificare mediante il pensiero razionale la giustezza dell’intuizione colta). Come vediamo si ripete l’eterno conflitto tra pensiero razionale e pensiero vivente come se i due tipi di pensiero si annullassero a vicenda. Non dimentichiamo la battaglia condotta da L.C. de Saint-Martin contro la scienza del suo tempo che già allora minacciava con il materialismo che portava con sé, ogni forma di rapporto con il mondo divino. Oggi noi che viviamo totalmente in un mondo reso artificiale dal pensiero razionale e in un tempo scandito da congegni elettronici, avvertiamo in modo particolare la necessità di ristabilire quell’equilibrio dato dal mondo dello spirito a queste due forme di pensiero. Non a caso nell’albero sefirotico della tradizione cabalistica, le forze che agiscono sulla testa, Chokmah, ovvero la saggezza o piano dell’intuizione e Binah cioè intelligenza o piano della razionalità, nate nell’universo ed ivi diffuse, si equilibrano in essa, una proveniente da destra ed una da sinistra, creando la base del triangolo che ha per vertice Keter ovvero ciò che per gli antichi era l’incarnazione di tutto ciò che doveva discendere negli uomini dal mondo spirituale. Per concludere, una volta rigenerato il pensiero attraverso la concentrazione e la meditazione, l’uomo di desiderio potrà operare su di sé quel risveglio che gli farà ritrovare il più sublime dei suoi diritti che consiste, come dice il nostro filosofo, nel far uscire Dio dalla sua propria contemplazione, realizzando così quanto egli stesso afferma nel cantico 202 della sua opera L’Uomo di desiderio: Non è affatto all’uomo debole che la gloria del Signore è promessa; prima di goderne bisogna che il pensiero dell’uomo abbia riacquistato la sua elevazione. Perché è nel pensiero dell’uomo che si trova la gloria del Signore. I cieli l’annunciano pure questa gloria, e Davide ce l’ha detto nei suoi cantici; ma essi non fanno che annunciarla, mentre il pensiero dell’uomo la giustifica, la prova e la dimostra. Un giorno i cieli, la terra e l’universo cesseranno di essere e non potranno più annunciare la gloria di Dio. Quando questo giorno sarà giunto il pensiero dell’uomo potrà ancora giustificarla, provarla, dimostrarla, e ciò per la durata di tutte le eternità. Pensate che, se voi non abbandonaste un pensiero puro e vero che fosse stato condotto ad un fine vivo ed efficace, vi ristabilireste, in modo impercettibile ai sensi, nella vostra legge e diverreste fin da quaggiù i rappresentanti del vostro Dio. Vorrei far notare qui, a voi tutti, l’estrema importanza di quest’ultimo passo, in quanto esso ci dice chiaramente quanto sia rilevante operare mediante il pensiero vivente nel vivere di tutti i giorni, perché solo così si diverrebbe capaci di far vivere nel cuore di ogni uomo quella forza che ci renderebbe artefici del regno di Dio in Terra, compiendo in questo modo il proprio Ministero. Per completare il quadro relativo al Martinismo, ricordiamo che dopo la chiusura dei lavori e dei templi avvenuta nel 1780 ad opera di Sebastiano de Las Casas, ultimo successore di Martinès, continuò a circolare in Europa per tutto il XIX° secolo, ma particolarmente in Francia, Germania e Russia il termine Martinista, col quale venivano indicati gli amici e i seguaci del pensiero di L.C. de Saint-Martin. Soltanto alla fine del secolo e precisamente nel 1891, Gérard Encausse detto Papus ed Augustin  Chaboseau in virtù di una pretesa catena iniziatica (non provata) che li legava a Saint-Martin fondano il cosiddetto “Ordine Martinista”. Dopo la morte di Papus avvenuta nel 1916, si succedono vari Gran Maestri tra cui Jean Bricaud (1881-1934) che stabilì la non ammissione all’Ordine per i non massoni e per le donne. Questa norma è poi decaduta. Attualmente l’Ordine Martinista è diffuso in tutto il mondo, ed ogni Ordine è sovrano ed indipendente; in genere quasi tutti hanno un indirizzo che segue tendenzialmente la linea di Saint-Martin, qualcun altro ha forse una maggiore propensione per il Martinezismo. Alla Gloria del Grande Architetto dell’Universo.