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mercoledì 22 maggio 2013

MENTALITÀ TRADIZIONALE E TRADIZIONE ERMETICA - Aldebaran

Diceva quel grande Maestro che fu Arturo Reghini: “Chi pretende una conoscenza iniziatica adattata ai suoi gusti, alle sue credenze, agli umori suoi; od è in buona fede ed è un illuso, od è in mala fede. Comunque non è, né può essere un iniziato.
La perentorietà – e veridicità – di quest’affermazione deriva dal fatto che, come dice Geber nella sua “Summa”, “lo spirito è pieno di fantasia, e passa facilmente da un’opinione ad un’altra affatto contraria; ovvero perché non sa precisamente che cosa vuole né a che deve determinarsi”.
Queste incertezze e queste “fantasie” derivano in gran parte dalle fantasiose e spesso false dottrine di cui abbiamo innumerevoli esempi nella letteratura cosiddetta esoterica, metafisica, misterica; dottrine che, a dir il vero, d’esoterico o metafisico hanno gli argomenti, ma che tradizionalmente sono mere invenzioni o, nella migliore delle qualifiche, errate interpretazioni o soggettivi sviluppi di teorie di cui non si è compreso l’autentico significato.
In proposito è opportuno sottolineare un altro punto fondamentale. Mi avvalgo delle parole di Agrippa, prendendole da uno dei suoi testi ermetici: “La chiave non si trasmette con gli scritti ma “sed spiritui per spiritus infunditur” ossia “s’infonde nello spirito per mezzo dello spirito”.
Va anche detto che in materia d’iniziazioni si tratta di piccoli e grandi misteri: ora, si vorrebbe, da parte di molti che dissertano la materia, che i piccoli misteri rappresentino – come afferma, non si può sapere se per ignoranza o in mala fede, anche il Ragon, noto come l’autore “sacro” della Massoneria – un’iniziazione che trarrebbe l’uomo dallo stato di barbarie per incivilirlo, e porterebbe l’uomo civilizzato a perfezionarsi. Ciò – secondo questi tali – sarebbe praticato e ottenuto dalla massoneria. I grandi misteri, poi, intesi come “arte sacerdotale degli antichi egizi” si realizzerebbero attraverso le iniziazioni superiori di carattere ermetico praticate in massoneria in una serie di alti gradi”. Sicché, secondo queste “bocche della verità”, in massoneria si realizzerebbe tutto e un vero massone sarebbe oltre che un Uomo primordiale, anche l’Uomo universale.
Non è il caso di controbattere simili affermazioni: la degenerescenza della massoneria (che pur conserva ancora i poteri di trasmissione) sta a dimostrare come queste affermazioni, e altre d consimili o peggiori, derivino proprio e soltanto dall’incapacità di sentire, capire e interpretare in senso tradizionale. In tempi come i nostri in cui, coerentemente, si chiamano tradizionali usi, costumi e argomenti della generazione precedente, non si può pretendere che uomini adusi ad una cultura asservita a mode, interessi commerciali e industriali, questioni politiche e pretese sociali, possano distinguere fra tradizione reale e quello che usualmente si indica con tale parola.
La nostra educazione umanistica, poi, tendente a considerare tuttociò che il classicismo ci ha conservato come un coacervo di miti e leggende da interpretarsi in senso “naturistico” e, quindi, umano, ha creato in noi un substrato di nozioni dal quale difficilmente possiamo separarci. Siamo quindi portati a considerare la tradizione classica (che è già una tradizione alterata) nel suo significato letterale, tanto più alterato dalle imperfette traduzioni, dalle interpretazioni soggettive, quando non da quelle determinate da interessi cosiddetti filosofici o religiosi, o d’altro genere. Abbiamo, in altre parole, perduto il senso del simbolo che ha rappresentato nell’antichità l’unico mezzo di trasmissione dei fatti salienti di una civiltà, e che racchiude in sé significati metafisici che riescono sempre più difficili da penetrare alla mentalità moderna, condizionata dalle scoperte scientifiche, dai bisogni voluttuari della civiltà dei consumi, dalla propaganda politica, dalle mille e mille suggestive ma bugiarde teorie che riducono l’esoterismo (come lo si intende oggi) a scuola occultistica di carattere ciarlatanesco, così come ha ridotto la kabbalah all’interpretazione dei sogni in funzione del gioco del lotto.
Come si può pretendere di assurgere ad iniziati quando non si sa ancora distinguere se la scienza ermetica ha per suo scopo la reintegrazione dell’uomo in senso trascendente o se, invece, mira a una sua affermazione fisica, e quindi in senso discendente, attraverso la distillazione dell’elisir di lunga vita nella sua qualità di “magico liquore”?
Come si può affermare di “sapere” se non si riesce a separare il denso dal sottile, le visioni materiali e cioè quelle del visibile da quelle dell’invisibile; se non si comprende ciò che vuol dire stato di veglia e stato di sonno, e si adattano questi termini ai bisogni materiali del riposo e dell’azione?
Come si può continuare a credere di percorrere una delle due vie della realizzazione se si ritiene la via umida come una via mistica, e quella secca come una via luciferina, magica o teurgia, giungendo persino a considerare la prima come magia bianca e la seconda come magia nera? Oppure distinguendo, con argomentazioni moderne, che la via teurgia non è magica e che quella detta magica satanica? Senza accorgersi che non esiste una magia bianca come non esiste una magia nera se non nelle due accezioni di iniziazione e contro-iniziazione, ossia il moto verso l’alto e il moto verso il basso partendo dallo stato in cui ci si ritrova? Muovendosi, cioè, nella prima verso operazioni che portano a spiritualizzare e a reintegrare, e, nella seconda, a sempre più immergersi nello stato plumbeo, oscuro, nero, senza più speranza di risalire.
E si crede che la preghiera e lo scongiuro siano i mezzi per avanzare sulla via mentre si tratta soltanto di metodi indiretti per sollecitare la coscienza chiusa ad aprirsi: cioè, la prima è soltanto un atto mentale inteso, quando il momento può esser giusto, a dirigere, e il secondo un altro atto teso a superare gli ostacoli creati in noi da millenni di paura, di superstizioni, di “oscurità” e di tabù.
Si potrebbe continuare a lungo ad enumerare gli errori nei quali si incorre – quando non si è in mala fede – per l’abitudine o la smania di ricorrere ad interpretazioni moderne e anti-tradizionali, religiose, scientifiche, umanistiche o “culturali” confondendo irrimediabilmente gli elementi che le compongono, creando così un polpettone che può esser tutto quello che si vuole fuorché qualcosa di tradizionale e, tanto meno, di esoterico tradizionale.
Tutto questo discorso porta ad una sola e unica conclusione: per ragionare tradizionalmente, per capire cos’è tradizionale e cosa non lo è, per essere in grado di distinguere il vero dal falso in senso esoterico, per entrare giustamente nel significato dei simboli, è necessario farsi una mentalità tradizionale. Senza di essa non è possibile intraprendere la via iniziatica né, tanto meno, pretendere di voler insegnare altrui. Naturalmente, quando si parla di via iniziatica s’intende qualche cosa di superiore e non certo una trasmissione, Si deve ciò sottolineare perché oggi si crede, con la degenerescenza democratica ed egualitaria, che basti una cerimonia con tante parole, qualche lume, un paio di fumigazioni e un certo senso di mistero per diventare iniziati. E poi – siccome l’iniziazione si fa generalmente per gradi – si ritiene che con una nuova cerimonia, passando da un grado ad un altro superiore (per via di votazioni, di raccomandazioni, di denaro o altro) si acquisti maggior sapere e anche la capacità di insegnare agli altri.
A coloro i quali credono che questa sia l’iniziazione, ritengo opportuno dire, con le parole che ho usato in altra occasione, che l’acquisizione di un grado di iniziazione non può essere concessa da nessuno, ma si conquista da se stessi: consegue a ciò che i gradi concessi da chi s’illude o pretende di aver il potere di farlo, non rappresentano in nessun modo l’acquisizione di una maggior conoscenza in campo iniziatico o tradizionale e, quel che più conta, di avvicinamento alla realizzazione, ma sono – nella migliore delle ipotesi – soltanto un incarico, quando non sono un’espressione di ottusa condiscendenza e di sciocca vanità da parte di chi il grado concede. E chi il grado riceve e non capisce una cosa tanto semplice o è in mala fede come chi il grado gli ha conferito o è uno sciocco patentato, ammesso che di questa patente abbia bisogno.
Come farsi dunque, una mentalità tradizionale? Che sia possibile è certo; che sia difficile lo è altrettanto. Ma chi ne ha la volontà, la forza e le capacità può provarcisi e, anche se non riuscirà completamente, avrà fatto un’esperienza eccezionale, ed avrà capito cosa voglia dire iniziazione pur non essendo ancora un iniziato.
La prima risposta, naturale e spontanea è: STUDIARE.
Ma tale risposta, ovvia e immediata per ogni uomo del nostro tempo, non è che una soluzione del tutto insufficiente, e, per di più, pericolosa, perché può portare, con estrema facilità, alla contro-iniziazione.
È facile spiegarlo: l’enorme quantità di materiale di cui oggi si dispone, frutto il più delle volte del pensiero moderno applicato all’esoterismo, può indurre nell’inganno. Come discernere, infatti, fra tante teorie dalle quali discendono dottrine elaborate da cosiddetti iniziati per loro uso e consumo – sia pure in buona fede – e pertanto soggettive?
Ecco porsi il problema della indicazione. L’indicazione non può essere particolare ed è quindi sempre la stessa, per tutti: la tradizione non cambia mai; la tradizione non accetta compromessi, non si adatta ai tempi e ai luoghi. E se vi si adatta per necessità di linguaggio e di intendimenti diversi o, come può succedere, per ragione di religione o politica, lo fa per velare e spesso per ri-velare la verità che da essa trapela a colui che lungo la via sanguigna, la memoria e il pensamento, ne coglie il significato reale. Qualsiasi dottrina, scritta o orale, che al vaglio di colui che la studia e la esamina esotericamente, non combaci con la tradizione, è falsa. Questa è l’indicazione, che diventa regola. Non vi è alcuna accettazione che possa tale regola confermare.
Al problema dell’indicazione o regola senza eccezioni, segue il metodo.
Il metodo, peraltro, ha per suo presupposto la conoscenza di ciò che a lui si vuol sottoporre. Ne consegue che per poter affrontare materie come quelle tradizionali, occorre una preparazione culturale nel senso lato: ciò appare necessario per poter risalire dall’errore ala verità attraverso l’applicazione del metodo che è quello dell’ANALOGIA. Dove non si trova analogia si agisce per esclusione; in altri termini, mancando la relazione analogica, la materia che si osserva diviene scoria da abbandonare, e ciò anche se può sembrare importante dal punto di vista scientifico o da altri punti che, però, tradizionalmente, non hanno valore alcuno. Le teorie, i discorsi e le dissertazioni scientifiche e di tanti altri settori dello scibile umano cambiano con l’avvicendarsi dei tempi e delle scoperte, mentre la tradizione – vale ripeterlo – non cambia mai, altrimenti non sarebbe tradizione.
È pacifico che non si può essere enciclopedici: è però mio avviso, per esperienza fatta, per trasmissione ricevuta e per convinzione maturata attraverso risultati ottenuti da altri, che chi vuol farsi una mentalità tradizionale affrontando lo studio dei testi e delle dottrine deve essere aperto a tutte le arti con particolar riguardo alla musica e alle poesie mai dimenticando che l’architettura e la scultura, figlia sua prediletta, sono il fondamento della realtà tradizionale nel settore della storia dei popoli; deve avere una certa familiarità con la geografia e l’astronomia; conoscere le leggi della fisica, la storia in senso generale e quella delle religioni e delle associazioni iniziatiche in particolare; dev’essere capace di intendere un discorso filosofico; esser forte in matematica; approfondire, senza lasciarsi confondere da questioni religiose, politiche e sociali (che non sono tradizionali ma soltanto contingenti) lo studio delle razze umane; la loro storia e le loro cosmogonie. Deve inoltre applicarsi nella scienza tradizionale della filologia e, se può e riesce, a capire il significato reale delle parole, ricordando sempre che ogni parola sorse, nel nascere e nell’espandersi dei suoni, come un comando, perché l’immedesimazione di un oggetto, di un essere vivente di un’idea con la parola, è tradizionalmente una presa di possesso di ciò che con quel suono si è immedesimato. È poi utilissimo conoscere o, almeno esser in grado di distinguere i ventidue segni della scrittura ebraica, avere qualche cognizione di latino e di greco.
Con queste basi, minime ma indispensabili, si applica il metodo col quale si deve raggiungere, attraverso l’analisi analogica, la sintesi di quanto si è studiato.
Dal punto di vista scientifico, giunti alla sintesi si è giunti alla conclusione, e lo studioso dovrebbe aver concluso la sua fatica. Tradizionalmente, una volta giunti a questa sintesi si è appena all’inizio di questo studio. Di tale sintesi infatti è necessario fare una nuova analisi, in opposizione a quanto può risultare particolarmente gradito, per giungere a una nuova sintesi che garantisca l’eliminazione di tutte le scorie che dal primo lavoro, dirò così, di sgrezzamento della materia essoterica potevano apparire valide nel vasto arengo delle deviazioni esoteriche, e pertanto fuori dalla tradizione.
A questo punto è indispensabile la scelta delle dottrine da sottoporre, a loro volta, alla comparazione analogica.
Quali sono?
Qui si è giunti al punto cruciale dal quale dipartirsi per la realizzazione della mentalità tradizionale fluttuante, cioè puramente e assolutamente tradizionale, ma non ancora fissata.
È mia opinione, confortata purtroppo da tanti, troppi casi di controiniziazione, che gran parte di coloro ai cui testi e alle cui dottrine si rivolge l’attenzione per incamminarsi verso la reintegrazione allo stato primordiale, giunti a questo punto cruciale siano stati travolti da qualche scoria che non seppero eliminare e siano precipitati senza aver più la forza di ricominciare il difficile cammino; trascinando con loro tutti quelli che le loro dottrine hanno seguito.
Ed è facile il seguirle specie per gli ignari perché esse si presentano suggestive, fanno intravedere un certo numero di possibilità magiche, sono sufficientemente occultistiche (hanno cioè quell’alone di mistero che attira sempre chi non ha preparazione in materia); ma tanto più suggestive appaiono – pur richiamandosi a fonti tradizionali – tanto più sono frutto di fantasiose invenzioni e di interpretazioni che uniscono insieme essoterismi diversi, non sempre in buona fede. Sono dottrine che si presentano con basi esoteriche ineccepibili ma sono completamente false e, quando non sono pericolose, sono del tutto inutili.
Si possono invece indicare quelle che possono servire da piattaforma per dipartirsi verso la realizzazione della mentalità tradizionale “fluttuante”: esse, per il mondo occidentale, possono essere quelle che trattano quanto è giunto in nostro possesso dalle tradizioni dell’antico Egitto, la Bibbia, l’esoterismo greco, i testi alessandrini, la Kabbalah ebraico-cristiana, la gnosi, tutte dottrine analogicamente valide fra loro le quali, a loro volta, presentano numerosi e fondamentali punti di contatto con l’esoterismo tradizionale orientale (mazdeismo per quel che ne sappiamo, testi hindù, testi cinesi) e con i frammenti iperborei e le saghe nordiche. Un ritorno tradizionale si ritrova poi nel periodo romano, nell’alto medioevo e nell’idea imperiale ghibellina.
Tutte queste dottrine devono collegarsi con il mito solare: dove esse cedono all’idea della Dea-madre sono già in fase) degenerescente anche se, per noi moderni e occidentali (prossimi ad essere ingoiati dalle nostre femmine come succede negli animali inferiori) le dottrine demetriche (che pur sempre includono la tradizione solare) possono essere più che sufficienti per la realizzazione della mentalità tradizionale fluttuante ovverosia di quel sistema di pensiero che potrà permettere la realizzazione dei misteri.
Questa analisi, che deve condurre alla definitiva sintesi, presenta enormi difficoltà: è difficile superare le proprie simpatie, le naturali convinzioni ereditate dalla cultura umanistica e dall’amore per “il progresso”. Tanto più difficile lo è per colui al quale manca la via sanguigna cioè i richiami verso un lontanissimo passato, ovvero uno stato di coscienza particolare che facilita l’esame. È qui che spesso bisogna far forza, rinnegare le più ostinate convinzioni. Chi riesce a superare questa prova potrà dire di aver acquistato una mentalità tradizionale a meno che non segua un suo pensiero recondito che lo conduca all’interpretazione soggettiva nel qual caso, pur ragionando in forma perfettamente tradizionale, rinnegherà la tradizione nel punto che gli interessa, con la scusa dell’eccezione che conferma la regola.
A questo punto, dovrebbe aver luogo la fissazione della mentalità tradizionale, che una volta raggiunta garantirebbe la assoluta equanimità di giudizio, l’immediato distinguere di ciò che è vero da quel che è falso o degenere. Ma questo è un problema sul quale è meglio sorvolare.
In sostanza, per ottenere quella mentalità che permette di ragionare radizionalmente, bisogna adottare i metodi della realizzazione ermetica: la prima, dal punto di vista delle possibilità realizzative dei piccoli misteri che gli uomini del nostro tempo e del nostro mondo devono affrontare per potersi dire iniziandi, e non iniziati come orgogliosamente e vanamente molti di noi vorrebbero essere. Quando l’uomo moderno sarà riuscito a fare quanto si è insieme osservato, allora potrà accingersi ai primi passi per la realizzazione dello stato primordiale. Si troverà sempre su di un sentiero tortuoso e pericoloso ma sarà in possesso di quelle nozioni indispensabili per orientarsi e per superare il denso dal sottile.
Che di operazione alchimica, seppure incompleta, si tratti, è fuor di dubbio. Proviamo a riepilogare, per convincercene, quanto abbiamo detto, e vedremo che abbiamo applicato al nostro modo di pensare le operazioni dell’Ars regia.
  1. Rinunciare, far morire e putrefare tutto il nostro bagaglio pseudoculturale, religioso, scientifico, e con esso l’abitudine di considerarlo come verità acquisita, liberando così dalle nostre meningi e dalla nostra coscienza, lo spirito grossolano dell’Io individuale personalizzato (proprio della corporeità plumbea o della specializzazione) fino a render inerti le parti fisiche della nostra memoria e del nostro pensamento (1ª sintesi).
  2. Completa putrefazione della nostra mentalità antitradizionale, e volatizzazione dello spirito sottile profondamente nascosto nella nostra memoria primordiale, annullando, fino a farle completamente morire, le parti fisiche della nostra memoria e del nostro pensamento (2ª sintesi).
  3. Purificazione del volatile, cioè dello spirito sottile estratto dal profondo della nostra memoria primordiale, attraverso la sua uscita dalle nostre meningi nelle quali deve lasciare come morta ogni traccia di influenza delle questioni che non interessano (scelta delle dottrine).
  4. Immersione della nostra mente nella “luce” così prodotta, e conseguente resurrezione della memoria e del pensamento in veste perfettamente tradizionale (analogia della seconda sintesi con le dottrine tradizionali).
Al punti 1) abbiamo realizzato l’opera al NERO, completandola al punto 2) con la morte ermetica cioè il NERO più NERO del NERO. Al punto 3) abbiamo iniziato l’opera al BIANCO padroneggiando il volatile, completandola al punto 4)con la completa immersione del nostro intelletto fisico nella luce dello spirito puro.
È estremamente difficile esprimersi con parole appropriate e facilmente comprensibili al nostro comune dissertare, proprio del nostro tempo calamitoso, ma io penso di aver detto forse anche più di quanto sia possibile intendere dalle letture di molti libri in cui la complessità dei simboli e la difficoltà del linguaggio volutamente oscuro fanno perdere il filo d’Arianna che caratterizza la ricerca dell’uscita nel labirinto della letteratura ermetica e di quella alchimica. Se si riflette bene tutto apparirà chiaro anche se, ancora, non siamo in possesso della memoria e del pensamento tradizionali.
Il giorno in cui un uomo qualsiasi, avrà realizzato quest’Opera al bianco, nel suo cervello e nella sua coscienza egli vedrà le cose in modo assai diverso da come le vedeva prima e da come continueranno a vederle i suoi simili; comprenderà quelli che sembrano oscuri enigmi, saprà la verità che si nasconde sotto ai miti, potrà decifrare immediatamente i simboli. E tutto questo potrà fare senza tema di errare e senza il pericolo d’esser tratto in inganno da falsi profeti o da coloro che – in buona fede – imboccarono la via sbagliata. Avrà così conquistato una mentalità tradizionale.
Questo discorso volge alla fine: qualcuno potrà chiedere perché sia stata lasciata da parte la fissazione, o opera al ROSSO, della mentalità tradizionale ottenuta. Ne accennerò più avanti. Dirò subito – e ciò farà esultare gli occultisti, ma per poco – che alla tecnica indicata per la realizzazione della mentalità tradizionale si possono unire opportune preghiere, scongiuri e riti che, compiuti in periodi determinati i quali mirano a creare o favorire particolari condizioni fisiche o cosmiche, possono determinare eventuali situazioni favorevoli al compiersi di certe operazioni alchimiche. È però necessario intendersi: non si tratta di preghiere in senso mistico – come molti erroneamente potranno ritenere – né di scongiuri che faranno scendere gli arcangeli o fugheranno i demoni o viceversa – come agli occultisti piace a dare a intendere – ma di tentativi di agire sui nostri sensi nascosti con lo scopo di vincere quanto di atavico è rimasto in noi durante i cicli della caduta umana (perché la tanto strombazzata evoluzione umana, non è altro che una caduta dallo stato primordiale all’attuale stato in cui viviamo). Parlando modernamente si potrebbe dire che preghiere, scongiuri, invocazioni e evocazioni servono per combattere i complessi e le debolezze che ognuno di noi nasconde nell’imo più profondo del suo essere e che trattengono lo spirito sottile che deve essere liberato.
Si tratta, comunque, di manifestazioni esteriori che presentano vari pericoli perché quasi sempre tendono a confondersi con la magia cerimoniale quando non provocano effetti del tutto estranei allo scopo per cui sono stati posti in atto, fra cui quello – particolarmente per le preghiere – di indirizzare su quella che si vuol definire via mistica ciò che, in definitiva, rappresenta la migliore soluzione di tali riti.
Circa l’opera al ROSSO o fissazione del volatile, dopo aver realizzato la mentalità fluttuante, già sufficiente per ragionare in modo realmente tradizionale, si tratta di legare indissolubilmente tale capacità sottile alla nostra mentalità corporea. Non è detto che colui che è giunto a tali altezze mentali non possa effettuare la fissazione e cioè, dopo il solve, giungere al coagula. Chi si sente in grado di farlo, lo faccia, a sui rischio e pericolo; tanto meglio se, dopo, riuscirà a raggiungere addirittura la moltiplicazione o ORO, realizzata la quale, per il suo pensiero non ci saranno più limiti in alcun campo dello scibile.
Il discorso è finito. Mi pare di sentir qualcuno, e forse molti, accusarmi di voler insegnare agli altri quello che non sono in grado di fare io. Non starò ad affermare di aver raggiunto la mentalità tradizionale fluttuante seguendo il metodo esposto ciò che d’altronde i miei eventuali oppositori non crederebbero, e sarebbero nel vero.
Ma ho conosciuto chi tale posizione mentale aveva raggiunto e di questo sono certo e me ne posso far garante. Si trattava di uno dei miei maestri, che una scrittrice e donna politica di grande intelligenza - ma che non poteva allontanarsi dalle questioni legate alla materia - diceva, per giustificare le sue capacità divinatorie, le sue precise previsioni, le risoluzioni dei più complicati problemi, l’immediata spiegazione del simbolo più strano e sconosciuto, che “era un uomo con quattro cervelli”.
Egli mi insegnò il sistema perché, diceva, la chiave di ogni mistero, la possibilità di acquistare sapere e potenza (ma non nel senso che generalmente si da a tali termini) sta nella applicazione della scienza ermetica.
Ed io ho provato e riprovato: non ci sono riuscito. Però qualche cosa ho appreso.

sabato 11 maggio 2013

Note Storiche sul Martinismo 4 - Aldebaran

IL MARTINISMO IN ITALIA

Mancano dati precisi per stabilire esattamente quando e come si stabilì in Italia il primo gruppo martinista, salvo due date, riferite da Philippe Encausse 43, quella del 1898, anno in cui sarebbero esistite in Italia otto logge dell’Ordine, e quella del 1911 quando – scrive Encausse – vi fu “un considerevole sviluppo in Italia con l’ammissione dei martinisti che possedevano il secondo grado dell’Ordine, in tutte le logge e le camere superiori del Grande Oriente d’Italia. Dalle annate della rivista “Mysteria”, diretta da Papus (1912-1913) si apprende, poi, che numerose nuove logge erano sorte nella nostra penisola. Queste notizie sono confermate da un documento sulla cui autenticità non possono esistere dubbi, cioè la Patente per la costituzione di una loggia martinista, firmata da Papus e rilasciata nel 1910 a Dunstano Cancellieri, uno dei luminari della Massoneria italiana, allora 18 (Principe R+C) del Rito Scozzese Antico Accettato 44.
Sembra, poi, da notizie provenienti da varie fonti che la prima loggia sia sorta a Follonica, in provincia di Grosseto, piccolo centro che è stato spesso all’avanguardia nel settore occultistico. Altre notizie si ricavano da quanto riferisce Edoardo Frosini 45 che, praticamente, ebbe da Papus la rappresentanza dell’Ordine, almeno a quanto ne scriveva Adolfo Banti nel 1922 46.
Il Frosini, a dir il vero non molto esatto, dopo il Congresso internazionale spiritualista di Parigi del 1908 47 scrive che “l’Ordine Martinista ha recentemente costituito una Gran Loggia (sic) martinista d’Italia (…) che di comune accordo con la Federazione Massonica Universale e con la sua legittima rappresentanza italiana ha assunto un carattere speciale di integratrice delle varie scuole occultistiche in nome dei VERI del comune esoterismo e delle scienze ermetiche”.
Scriveva pure – tuttavia sempre con parole da orecchiante: “Né è da adesso che noi siamo in quell’Ordine martinista che coi suoi Supérieurs Inconnus prende agli occhi dell’ignaro gli aspetti di tenebrosa setta, mentre è semplicemente una Università occulta di scienze massoniche ed ermetiche (K). Noi fummo felici di ricevere, sia pure a titolo onorifico, l’iniziazione all’Ordine Martinista e, malgrado le non poche diversità di vedute personali tra noi ed i martinisti francesi, ci sentimmo felici di stringere fraterni vincoli con questo movimento iniziatico che tanto bene ha fatto e tante ire ha suscitato, non solo, ma ci sentiamo, checché avvenga, ci sentiremo sempre orgogliosi della qualifica di martinisti che non significa, come si vuole insinuare, dedizione ad un uomo o ad una chiesuola, ma sanzione di una gran fede in un grande ideale: quello della divina sapienza e della umana rigenerazione”.
Il Frosini, come tutti gli scrittori di questioni occultistiche o ritenute tali, esagerava. Certo, per un massone imbevuto di idee “risorgimentali” e di questioni di libertà, uguaglianza e fratellanza in funzione di idee profane che, poi, non si realizzano mai, il trilume, la maschera ed il mantello martinisti erano simboli “universitari” e mete irraggiungibili anche nella loro più modesta espressione. Tuttavia, egli esprimeva un nobile concetto e sottolineava le “ire” che il Martinismo aveva fin allora suscitato e sofferto (e che, purtroppo, doveva ancora suscitare e soffrire).
In quegli anni, prima della “grande guerra” del 1914-18, risultano ricoprire il massimo grado martinista, cioè Superiore Incognito libero iniziatore i fratelli Fulgenzio Bruni, Giovanni Saba, Angelino Corrias, Michele de Vincenzo Maciulli il quale ultimo fu anche membro del Supremo Consiglio di Parigi, assieme a Frosini che fu chiamato a tale carica nel 1912. Alla fine della guerra, con la ripresa delle attività iniziatiche rimaste paralizzate a causa del richiamo alle armi di quasi tutti coloro che si potevano qualificare “capi”, dopo un periodo di incertezza a causa della successione di Papus, passato all’Oriente Eterno nel 1916, nel Gran Magistero (dalla Francia le notizie erano giunte quanto mai frammentarie; la nomina di Teder da parte di tre persone fra cui lui
stesso e Blanchard che poi si era rimangiato il voto favorevole e doveva fondare l’Ordine Martinista Sinarchico, e la successiva proclamazione di Bricaud che si diceva si fosse autonominato dato che non esisteva alcun documento comprovante che Teder gli aveva dato la successione sembravano piuttosto dubbie) l’avvocato Alessandro Sacchi (Sinesio) assumeva la presidenza del Gran
Consiglio Italico dell’Ordine Martinista 48.
La questione della Chiesa gnostica di Jean Bricaud, di cui abbiamo scritto in precedenza, e la pretesa che per esser ricevuto in Martinismo fosse indispensabile esser di sesso maschile e di possedere il grado di Maestro massone, provocarono notevoli perplessità circa la tradizionalità di questo nuovo Martinismo rafforzando le incertezze di cui si è scritto. Un viaggio di Sinesio a Parigi ed uno di Bricaud in Italia non migliorarono le rispettive posizioni dei due Ordini: Bricaud fisso sulle sue disposizioni che avevano modificato costituzioni, dottrina e forma di iniziazione dell’Ordine; Sacchi deciso a non accettare le nuove linee e a far rispettare la tradizione papusiana. Si giunse così al 1923 e alla proclamazione del Supremo Consiglio dell’Ordine Martinista che, sulla
rivista “O Thanatos”, organo ufficiale dell’Ordine, era stata preceduta (Nr. 6, giugno 1923) dal seguente comunicato: “Il Governo dell’Ordine Martinista comunica ancora una volta di non avere rapporto d’obbedienza, e finora nemmeno di alleanza col Gran Maestro Bricaud e, a scanso di equivoci presenti e futuri, dichiara di non aver mai aderito e di non poter aderire ad alcun trattato tra Martinismo e qualsivoglia Chiesa, la gnostica compresa”.
Già nel suo numero 2 del febbraio 1923, a pagina 42, la rivista, in un comunicato Martinista, purtroppo non molto esatto in fatto di date storiche e poco preciso anche su altri punti, dovuto al Filosofo Incognito dello Zenith di Ancona, aveva scritto – a suo dire su incarico del Gran Maestro Sinesio – che i martinisti italiani “pur dichiarandosi rispettosi e tolleranti di qualunque opinione religiosa, si erano distaccati dal Supremo Consiglio di Francia e dal suo Sovrano Patriarca e Gran Maestro, non volendo appartenere a nessuna chiesa, rispettandole tutte, e avevano costituito il Gran Consiglio italico allo Zenith di Roma”.
Delle scissioni del Gran Consiglio italico fu data notizia sulla rivista dell’Ordine, notizia poi ripresa, a scopo polemico da Arturo Reghini, sulla rivista “Atanor” del gennaio 1924 e successivi numeri.
Della proclamazione del nuovo Gran Consiglio Universale il Gran Maestro Sinesio dava notizia in una sua lettera 49 scrivendo che questo consesso aveva deliberato “di troncare l’ultimo filo che avrebbe potuto ravvicinare la Nostra eventuale unanimità collettiva, meno il Nostro individuo (poiché Noi saremmo stati sempre refrattari ad una tal fusione, anche a patto di rimanere eternamente isolati, ma considerammo piuttosto gli altrui individuali, anziché i Nostri pareri o
desideri) al Gran Maestro Bricaud, alias Sua Beatitudine Giovanni II patriarca della chiesa gnostica o sedicente Chiesa gnostica. Si è dunque deliberato di emanciparci da ogni limitazione territoriale, di costituirsi in Ordine a completa universalità e in pieno contrapposto al francese, di trasformare il Gran Consiglio Italico in Supremo Consiglio senz’altro (…). Ritenemmo però superflua una nuova investitura solenne al Gran Maestro Sinesio; bastando a conferirgli il carattere connesso alla Gran Maestranza, l’imposizione delle mani, fattagli, le sette solenni promissioni da lui prestate e le conseguenti obbedienze promessegli dai suoi Elettori in nome di tutto l’Ordine”.
È di questi tempi, esattamente dall’agosto 1922 l’incontro di Adolfo Banti, membro del Supremo Consiglio dei 33 di Palazzo Giustiniani, con Marco Egidio Allegri, componente del Gran Consiglio Martinista e suo Delegato generale per le Venezie; 50 e l’iniziazione del primo al martinismo. L’Allegri che, nella storia del Martinismo italiano detiene una parte di primissimo piano, era stato iniziato nel 1918 dall’avvocato Sacchi quando già ricopriva un altissimo grado nel Rito scozzese. Dopo il suo rientro dall’impresa di Fiume, alla quale aveva partecipato assieme ad Ottavio Ulderico Zasio, allora sedicenne, che lo aveva seguito come suo “attendente”, era ritornato a Venezia, sua città natale, fondandovi i gruppi “Il Veneziano”, “Poseidonia”, “Saint-Martin” e, a Montagnana in provincia di Padova il “Hoané Wronscki” 51.
Risale al 1925, invece, la rottura fra Arturo Reghini e l’Ordine Martinista. Lo spirito polemico di questo Maestro ebbe ragione del suo animo di esoterista ed egli non risparmiò, prima su Atanòr e poi su Ignis (la rivista da lui diretta) gli errori di carattere organizzativo commessi allora, al vertice dell’Ordine, anche a causa della tendenza dell’avv. Sacchi e di altri, compreso il
Banti, di considerare il Martinismo una specie di rito massonico sulla falsariga di quanto era stato emanato da Parigi dopo la morte di Papus. Di questa rottura si ha una eco in una lettera di Sinesio (Sacchi) a Flamelicus (Allegri) del giugno 1923, in risposta ad una di quest’ultimo che prendeva le difese del Reghini prospettando le sue qualità di studioso e di esoterista nonché le sue alte
qualitificazioni massoniche: “Come Gran Maestro dell’Ordine – scriveva Sinesio – per lo spirito delle solenni promissioni prestate ai nostri Elettori e alla nostra Istituzione, non possiamo lasciarci influenzare da informazioni o da interpretazioni di altri Riti iniziatici e proseguiamo a procedere – come abbiamo cominciato – per la nostra martinistica strada (che è quella indicataci dal nostro preciso dovere di salvaguardare e rafforzare la nostra catena iniziatica) nei riguardi del nostro fratello Massimo 52. Se l’isolamento nel quale dovrebbe essere tenuto dai fratelli della nostra Obbedienza durante l’espiazione della sua condanna, potrà indurlo a qualche proiezione che trasformi il suo elemento quaternario, per riduzione teosofica, al quinario, egli provocherebbe la sua stessa caduta finale: la qual cosa non auguriamo né a lui né a noi. Egli è tuttavia refrattario a qualsivoglia spirito di disciplina e soffre di scompenso tra le alte doti di intelletto e quelle non corrispondenti del cuore o dell’animo che dir vogliasi. Non crediamo pertanto che il suo vigile orgoglio consenta a chicchessia la potestà di sfruttarlo contro 666: egli è fuori di tono e risponde malissimo al nostro diapason colle sue vibrazioni anarcoidi. Se ne accorgeranno anche quei pochissimi che ancora lo venerano come un dio irresponsabile” 53.
Le cause che provocano l’uscita del Reghini dal Martinismo e la sua feroce polemica contro l’Ordine ed i suoi uomini, da Papus a Bricaud e da questi al Soro; dal Sacchi al Banti e al ???? non sono note. Ma è da ritenersi che ciò sia da attribuire ad un attrito tra lui e il Sacchi su questioni organizzative (e, forse’anche per l’indirizzo cristiano del martinismo papusiano che il Reghini avrebbe voluto fosse strettamente pitagorico e pagano) e col Banti in funzione della lotta sempre in atto fra Palazzo Giustiniani e Piazza del Gesù (le due principali organizzazioni massoniche italiane del tempo) alla quale ultima il Reghini apparteneva.
L’Ordine continuò a lavorare apertamente fino al 1926 nonostante che, fin dalla metà del 1923 fossero state adottate misure di prudenza e la corrispondenza fra i gruppi e il centro fosse stata ridotta 54. Poi dovette lavorare clandestinamente avendo accolto, davanti al suo trilume, numerosi fratelli di altre associazioni iniziatiche (Ordine del Tempio e Rito di Memphis) e anche della Massoneria scozzese 55. Questa attività è stata riassunta da Artephius (Zasio) in un sintetico promemoria esistente, di suo pugno, nell’Archivio dell’Ordine 56 e che qui si riporta per la parte riguardante il periodo clandestino:

    1925 - Il Martinismo, l’Ordine del Tempio e l’Ordine di Memphis continuano i loro lavori nonostante si inaspriscano le violenze contro le società cosiddette segrete.
    1926 – Polemiche giornalistiche in difesa del principio iniziatico, massimamente sostenute dal Filosofo Incognito contro il conte Piero Bon.
    1927 – Flamelicus (Allegri) va in Egitto dove prende contatto col Rito scozzese, logge “Garibaldi” e “Matteotti”, col Rito egiziano nella formazione sufica “El Siufi”, logge di lingua araba del Cairo. Artephius gli succede nella direzione dei lavori.
    1928 – Di ritorno dall’Egitto Flamelicus è arrestato per propaganda iniziatica e “sovversivismo”. Dopo circa un anno tra prigione e confino è liberato ma, fatto segno a nuove persecuzioni, è costretto a rifugiarsi nel convento patriarcale di San Domenico dove rimane otto mesi. Artephius prende contatti con Alembroth (Banti) e svolge lavori con i superstiti martinisti e templari.
    1929 – Flamelicus si rifugia a Napoli e poi a Capo Miseno dove prosegue la sua opera iniziatica. Artephius va in Svizzera, Indra (N. Quarti) in America, Tekeo in Giappone, Nareus in India.
    1930-32 - Artephius prosegue i lavori a Venezia in casa sua. Ritorna Flamelicus che li dirige; e si dedica soprattutto verso la raccolta di documenti dell’Ordine e loro messa in salvo.
    1933 –Nuovi apporti da parte del gruppo del fratello Phores (G. Bolpin) permettono di intensificare gli studi ermetici e di diffonderli in strette cerchie. Alla fine dell’anno Flamelicus si trasferisce in provincia di Belluno dove allarga la catena iniziatica. Artephius immette, a Venezia, nuovi elementi.
    1934 – Prosegue a Venezia il lavoro in riunioni saltuarie.
    1935 – Flamelicus ritorna in Africa: in un primo tempo segue le operazioni in Africa Orientale, successivamente, con una missione astronomica, esplora la zona dei grandi laghi fino al Margherite.
    1936 – Artephius è in Francia dove sperimenta la forza del pensiero iniziatico confortando i fratelli esuli.
    1937 – Ritorna Flamelicus a Venezia. Con Phores, per circa un anno si intrattiene nello studio del taoismo. Artephius, sotto forma di conferenza, scrive una storia esoterica di Venezia che sarà poi diffusa in Polonia.
    1938 – Continuano in casa di Artephius i lavori Martinisti con la partecipazione di Flamelicus. Sul Daily Mail, fa pubblicare un manifesto templare.
    1939 – Flamelicus e Phores tentano di infiltrare nel mondo dello spettacolo idee iniziatiche con il film “Cardano” e “La famiglia qualunque”. Flamelicus è richiamato alle armi.
    1940-42 - Ad opera di Artephius il trilume resta acceso in casa sua.
    1942 - Ritorno di Flamelicus. Si tengono varie riunioni in casa Rueck con nuove iniziazioni.
    1943 - luglio – Riunione regolare all’albergo Saturnia di Venezia in cui prevede che, purtroppo, lo Zenith sarebbe rimasto ancora clandestino per chissà quanto tempo.
    1945 - Ripresa dei lavori il primo maggio e riorganizzazione degli Ordini e dei Riti.

    NOTE
    43 - Encausse Ph. Opere citate, pagine 81 e 82 (Notizie riprese dall’autore nell’archivio paterno).
    44 - La Patente è conservata nel Tesoro dell’Ordine, unitamente alla copia in francese dei quaderni iniziatici del 1891, alla disposizione del Supremo Consiglio di Parigi (Rue de Treviso) e per i presidenti di loggia, e al registro dei verbali del gruppo “Il Veneziano”.
    45 - Frosini E.: Massoneria italiana e tradizione iniziatica, a cura dei Triedelli-F. Croce Pescara, 1911 (pag. 227/230).
    46 - Archivio O.M. – Lettera Banti del 24/VIII/1922 a M.E. Allegri in cui scriveva: “fin dal 1909 mi ero rivolto al Potentissimo Fratello Gerardo Encausse (Papus) per esservi accolto, ed egli gentilmente mi rispose che potevo rivolgermi a Edoardo Frosini, a Firenze”.
    47 - Lettera del settembre 1947 del Gran Maestro Jean Chaboseau dell’Ordine Martinista Tradizionale (cfr. Encausse, opere citate, pagine 74/75).
    48 - Nell’Archivio del N V O esiste un brevetto – uguale a quelli ancora in uso in Italia da parte nostra – rilasciato il 27 settembre 1920 al fr. Francesco Asaro dal S.I. Alessandro Sacchi E,T,S XLI M.G.C. d’Italia, registrato a Roma alla Matricola generale col numero 55018.
    49 - Lettera di Sinesio al Membro Supremo Consiglio Flamelicus, datata Roma 7 gennaio 1924 (conservata nel Tesoro dell’Ordine).
    50 - Il Banti fu incaricato dalla Collina di Ancona dove sorse l’importante gruppo “O Tanatos” e si stampò per circa tre anni la rivista dallo stesso titolo che divenne organo ufficiale dell’Ordine.
    51 - Interessante al riguardo, per il suo contenuto, la lettera del 21 agosto 1922 indirizzata ad Allegri dal S.I. Mokelé, filosofo inc. della “Wronscki” su carta intestata all’ordine e al gruppo il Mokelé scriveva: “Abbiamo ricevuto la tua carissima tavola virgiliana: pugneremo sempre con “virtute et amore” per l’Alma Mater. A Padova, dunque, è avvenuta una defezione: ti prego dirmi se si può mettere in contatto col pot.mo fratello Sommer il carissimo fr. Realdon; se nulla vi è in contrario, ti prego di darmi l’indirizzo se dei tuoi piani: è veramente cosa dolorosa vedere queste defezioni stimolate da sciarpe o da monete ma io credo faranno poco male. Ieri abbiamo scritto al pot.mo Reghini e per mezzo suo abbiamo inviato i saluti al fr. Soro. Oggi stesso informerò il Gran Maestro dei nostri lavori. Col più fraterno affetto e devozione – Mokelé, Sup. Inc.
    La lettera porta una richiesta ed una postilla. Il richiamo dice: “Ho pensato esser meglio attendere ancora prima di scrivere a Roma. A chi debbo spedire la lettera perché venga recapitata al Gran Maestro? MKL’”. La postilla, riferentesi a Gabriele d’Annunzio dice: “Hai sentito della disgrazia toccata al pot.mo fratello S.I. Ariel? Ora però sta meglio. Speriamo bene: speriamo che venga conservato a noi e alla Patria – MKL’ (Archivio Ordine Martinista, Fondo Esordio 1898-1925).
    52 - Nome iniziatico (Maximus Sup. Inc.) del Reghini.
    53 - Archivio Ordine Martinista, Fondo citato.
    54 - Ibidem, circolare ris. Di Sinesio ai membri del Gran Consiglio martinista.
    55 - Cfr. G. Parise: Prefazione e: A. Reghini: Considerazioni sul rituale dell’Appr. L.M. (Napoli 1948) e U.G. Porciatti: Il Martinismo e la sua essenza, Quaderni dell’Ardenza, 1946.
    56 - Archivio O.M., Fondo citato.